Alla Sera che si va per erba – Storia di una canzone popolare.
A Carloforte il 24 Giugno, come da trentun anni a
questa parte. Il “Gruppo Folclorico Carolino” riprendendo una antica tradizione
locale, attraverserà il paese colorando le vie cittadine e riempiendole di
musica e canti, tra queste canzoni ve ne
è una con una storia particolare.
L’ occasione è quella della “notte di San Giovanni Battista”, notte in cui la tradizione vuole che si raccolga un’erba profumatissima, Menta Poleggio (nome scientifico Mentha Pulegium) comunemente nota come “erba di San Giovanni Battista”. Il dono dell’erba a una persona cara sancisce un’amicizia o un amore. La canzone che fa da colonna sonora, più di altre, a questa tradizione è quella di “Carolina”, conosciuta come “Alla sera che si va per erba”.
Vogliamo narrarvi la storia di questa canzone attraverso un racconto
che, così come le tradizioni, sta in bilico sulla sottile linea che separa la
realtà della fantasia.
E’ una storia d’ amore ma anche d’ incontro-scontro tra due culture, è
la descrizione di un’usanza dimenticata, il ricordo atavico di una comunità,
l’esortazione a non lasciar morire la memoria collettiva e a tenere vivo il
folclore, ricchezza comune e incalcolabile di un popolo.
Alla Sera che si va per erba (Racconto di
Antonello Rivano)
“Amo passeggiare per le strette vie del mio paese,
nelle prime ore del mattino o in tarda sera, quando posso ascoltare i loro
silenzi.
Sono
momenti magici in cui ogni angolo, ogni uscio, può raccontarti una storia,
storie di gente semplice che ha passato la propria vita in queste strade dando
loro un’anima.
Anche
oggi sono uscito presto di casa, a caccia di storie da carpire alla strada per
poterle poi raccontare ai miei lettori.
È
ancora buio, il sole non è ancora sorto a illuminare prima il mare e poi gli
spazi tra le vecchie case, si sente nell’aria il profumo di caffè che
conforterà i più mattinieri.
Passo
dopo passo, lentamente , quasi con rispetto , percorro la parte più antica,
quella parte che più ha da raccontare, dove i primi coloni hanno strappato agli
sterpi la terra per iniziare a costruire il loro futuro.
Mi
inerpico su una scalinata dai vecchi scalini consumati da innumerevoli passi,
questa parte del paese è quasi del tutto disabitata, gli abitanti hanno
preferito costruire nuove abitazioni fuori dalle antiche mura che la
delimitavano.
Una
casa, dalla facciata scrostata dal tempo, attira la mia attenzione, la porta
che da al suo interno ha ceduto al tempo e posso intravedere il suo interno:È
costituita da un unico vano e un soppalco in legno che doveva essere la camera
da letto; al piano terra un tavolo con due sedie, una credenza consumati dai
tarli e una cucina a legna in muratura costituiscono tutto l’arredo .
Spingo leggermente la porta che cede docilmente, non posso resistere a quello
che è il mio più grande pregio e difetto: la curiosità.
Questa
casa deve essere disabitata da numerosi anni, il pavimento in mattonelle di
cemento, un tempo probabilmente rosse e nere, è divelto in vari punti, i muri
anneriti dall’ ‘umidità e spogli.
La
scala che porta al soppalco ha resistito al passare del tempo e mi sembra
ancora sicura, cautamente provo a salire quegli scricchiolanti gradini.
Come
supponevo mi trovo nella camera da letto di quell’umile abitazione, quello che
resta di un pagliericcio arrotolato è stato il letto di chi vi aveva abitato,
una cassapanca con i resti del guardaroba di quello che doveva essere stato
l’unico abitante della casa: un uomo.
In
un angolo un comodino, con sopra ancora i resti dell’ultima candela accesa per
illuminare quel giaciglio, ha un piccolo cassetto che rimane leggermente
aperto, quasi un invito.
Provo
ad aprirlo, è incastrato e devo fare una certa fatica per riuscirci, ma ne vale
la pena: al suo interno vecchi fogli ingialliti, che sembrano essere lettere, e
uno spartito musicale.
Scendo
al piano terra, il sole ora è sorto e qualche debole raggio illumina di
traverso la stanza da una piccola apertura, priva di porta che da su un piccolo
cortile interno, ingombro di vecchie reti da pesca e nasse di giunco ormai
inservibili.
Alla
luce di quei raggi provo a leggere quelle lettere, lasciando per ultimo lo
spartito.
Sono
lettere d’amore, le metto in ordine cronologico anche se non è facile, in
alcuni punti sono talmente sbiadite che risultano illeggibili, sono cinque.
Mi
immergo in quella difficoltosa lettura: le prime tre lettere sono di una
ragazza che parla al suo fidanzato di un amore grande e di promesse di vita
assieme, nella quarta la ragazza dice al suo uomo di come sia ostacolato questo
amore, di come sia impossibile realizzarlo e di come le loro promesse non si
possano realizzare, la quinta invece è scritta dal ragazzo, mai giunta a
destinazione perche mai consegnata, una lettera di rabbia e rancore per un
grande amore finito.
Comincio
a capire di chi fosse stata quella dimora ,anche se poi, probabilmente, è
ancora stata abitata da altri, la zona e la tipologia della casa mi lasciano
pochi dubbi, mi occorre ancora una prova e me la dà lo spartito: E’ ancora più
sbiadito e malconcio delle lettere, non sono mai stato capace a leggere la
musica ma riesco a leggere alcune parole del testo “Alla sera che si và per
erba, che si fa compare e comare, Carolina, che ti pare? Qual è il dolce che
piace a tè?”.
Ora
ne sono certo, tanti anni fa questa fu la casa di Gennarino e le lettere sono
quelle di Carolina.
Quella
di Gennarino e Carolina è una storia d’amore che fa ormai parte della nostra
tradizione folcloristica, e proprio quello spartito, quella canzone, ce la
ricorda ogni anno in una notte particolare, ma lasciate che vi racconti:
Carolina è una ragazza del popolo, una ragazza semplice con ancora tanto sangue
ligure che le scorre nelle vene, fa parte di una famiglia che è diretta
discendete di quella gente che, partita da Pegli, si è recata in un’ isolotto
africano per la pesca del corallo, quell’ isola poco più di uno scoglio era
Tabarca.
Dopo
due secoli quei liguri di terra d’africa affrontano un altro viaggio, per
un’altra isola questa volta sarda, che li porterà a fondare Carloforte, il mio
paese.
E’
gente che deve strappare alla vegetazione lo spazio per le abitazioni e per i
piccoli poderi nei quali coltivare vigne e orti per il fabbisogno famigliare ,
un paese in riva al mare con alle spalle colline e campagne, un lembo di
Liguria in una terra sarda .
Gente
forte che dovrà subire le razzie dei pirati saraceni e le invasioni straniere,
passare attraverso riscatti e liberazioni, vivere di pesca del corallo e del
tonno, bonificare paludi ed estrarre il sale dalle antiche saline.
E’
figlia di quella gente Carolina, gente umile ma fiera, forte della loro storia
e del loro passato.
Le
sue giornate sono quelle delle ragazze della sua età, la faccende di casa per
aiutare la madre, la strada fatta con le amiche per prendere l’ acqua alla
fontana con la giara e le relative chiacchiere , la messa la domenica.
E’
durante le poche occasioni per uscire sola di casa che Carolina incontra
Gennarino.
Gennarino
è figlio di altra gente e altre tradizioni,la sua parlata non è ligure ma
campana, fa parte delle famiglie che raggiunsero la nostra isola solo un secolo
dopo la fondazione del paese.
Viene
da Ponza la famiglia di Gennarino, altra storia, altro dialetto, altri
mestieri.
Abitano
la parte alta del paese, quasi un villaggio di pescatori “napoletani” , tenuti
in disparte dagli altri paesani , una sorta di discriminazione, anche il loro
mestiere di pescatori di nassa e lenza viene disprezzato dai tonnarotti e
corallari di discendenza ligure.
Tanto
è timida e riservata Carolina quanto è spavaldo e sfacciato Gennarino, incontra
Carolina per la prima volta alla fontana dove è andato a dissetarsi,lei è in
attesa del proprio turno per riempire la giara di terracotta, sta scambiando
chiacchiere e pettegolezzi con le altre donne e ride, una risata limpida come
quell’acqua che scorre dalla fonte, ride con quella bocca colore delle rose e
Gennarino non ha neppure più sete, si dimentica per cosa si era venuto e rimane
lì, incantato, ad osservare quella ragazza salda come una roccia e allo stesso
tempo dolce come il miele, rimane li incapace di dire e fare qualsiasi cosa,
stregato da quelle trecce rosse, colore del mare al tramonto.
Si
sente osservata Carolina e si volta, è un attimo, incrocia due occhi scuri in
cui subito si perde, un ragazzo vestito da pescatore: scalzo con i pantaloni
arrotolati sin sotto il ginocchio;la camicia priva di bottoni, sulla maglia di
lana, è fermata alla vita con un nodo; un berretto di lana a retina, che da un
lato ricade sin sopra la spalla, dal quale spuntano riccioli neri.
Non
è alto ma ha un fisico robusto e ben proporzionato, sostiene lo sguardo della
ragazza che si sente trafitta da quegli occhi: scrutata sin dentro l’anima.
Carolina
abbassa lo sguardo e si pone la giara sui generosi fianchi, sta per avviarsi
verso casa ma Gennarino gli si para di fronte sbarrandole il passo: -Lascia che
possa ancora guardarti anche se solo per pochi istanti-
A
quelle parole Carolina avvampa, la temerarietà del ragazzo la infastidisce ma
allo stesso tempo la conquista, lo evita e affretta il passo , spaventata non
dal gesto ma da ciò che sta provando.
Non
è che l’inizio di una storia d’amore fatta di furtivi incontri e biglietti
scambiati con la complicità delle amiche di lei.
Gennarino,
pur se di umili origini, è dotato di una spiccata intelligenza e doti
artistiche, sa come parlare al cuore di Carolina e per lei compone canzoni che
le accenna durante i loro incontri segreti, non potrà cantarle quelle canzoni
durante le serenate come altri innamorati fanno alle loro belle, il loro è un
amore reso difficile dalle loro diverse origini , un amore “proibito” e
chiacchierato: Non è sfuggito agli occhi dei paesani e ai pettegolezzi delle
comari, pettegolezzi giunti alle orecchie dei genitori di Carolina che hanno
avuto un violento scambio di “opinioni” con quelli di Gennarino.
Ma
queste diversità e questi ostacoli non hanno spaventato i due innamorati, anzi
il loro amore si è sentito fortificato da tutto questo e si sono dati un
appuntamento: la Notte di San Giovanni Battista.
In
questa particolare notte di Giugno, oltre che andare alla ricerca di una
profumatissima erba che fiorisce solo in quel periodo, si accendevano falò e ci
si scambiavano promesse di amicizia ed amore: Durante questa festa si celebrava
la consacrazione di un’amicizia e di un affetto, la fratellanza e la
solidarietà, la fedeltà e l’amore e si andava per la campagna cantando
stornelli.
In
questa occasione si celebravano due riti: lo scambio della promessa fra
innamorati e l’elezione di “ compari e comari”.
Durante
la promessa tra innamorati l’uomo , con la mano sinistra, deponeva in seno alla
ragazza alcuni chicchi di grano, simbolo dell’abbondanza, e gli stringeva la
destra, mentre la ragazza passava tra le sue mani il rosario, simbolo della
fede.
La promessa era formulata alla presenza di parenti ed amici, e dice la
tradizione che nessun giuramento fatto la notte di San Giovanni sia mai stata
infranta.
Gennarino e Carolina si scambiano la promessa alla presenza dei loro migliori
amici, in un angolo appartato e nascosto alla vista degli altre compagnie, poi
si allontanano mano nella mano per sancire in altro modo quella unione.
Ma
la tradizione che vuole quelle promesse mai infrante viene disattesa:
Quell’amore non ha un lieto fine, Carolina non riesce a contrastare il parere
dei genitori, non è cosi forte come pensava di essere e cede al loro volere,
sposerà un ragazzo della sua gente: un “tabarchino”
Gennarino
è disperato e pieno di rabbia, non riesce a credere alla parole scritte in quel
biglietto, che la sua innamorata gli ha fatto avere attraverso la solita amica,
parole che parlano di difficoltà, di impossibilità, di un amore finito.
Scrive
una lettera Carolina, una lettera piena di rancore , ma poi la ripone in un
cassetto, non è cosi che la ferirà, non basta.
Prende
un foglio da musica e inizia a comporre quello che sarà il suo regalo di nozze
per lei.
Passa
il tempo e arriva il giorno del matrimonio, una cosa semplice come semplici
sono le famiglie degli sposi, pochi invitati , la chiesa e il modesto
rinfresco, la sposa che piange dopo il “Si”, un pianto che non è di gioia.
E’
notte, la prima notte di nozze per i giovani sposi, una notte di mezza estate,
nella casa dove sono andati a vivere ora tutto tace e le luci sono spente, la
strada è illuminata dalla luce argentea della luna, si dovrebbe sentire solo il
canto dei grilli nelle vicine campagne ma non è cosi: Carolina si desta
incredula, le è sembrato di sentire le note di una fisarmonica, e una voce che
conosce bene, quella di Gennarino.
Gennarino
le sta facendo quella serenata che mai era riuscito a farle, ha composto una
canzone per lei :- “…Alla sera che si fa per erba, che si fa compar e comari,
Carolina che ti pare? Quale è il dolce che piace a te? Hai mangiato e
confetture degli amici e dei compari, Carolina che ti pare? Quale è il dolce
che piace a te?-
Il riferimento alla notte della promessa è chiaro, come è chiara la domanda:
Ora che hai provato il mio “amore” e quello di chi hai sposato, quale è quello
che preferisci?
Carolina
si sente mancare, anche il marito è sveglio e la guarda, lei si chiede se può
comprendere anche lui il significato di quella canzone, il giovane fa per
alzarsi, minaccioso nei confronti del rivale, ma Carolina lo trattiene per un
braccio, il volto rigato dalle lacrime- No, per favore no-
La
voce e lo strumento ora tacciono, il regalo di nozze è stato consegnato.
Che io sappia, da quello che è stato tramandato, Gennarino non avrà altri
amori, mentre Carolina continuerà il suo infelice matrimonio che non sarà
benedetto da nessun figlio.
Ripongo
i fogli dove li ho trovati, sono rimasti li tanti anni e li resteranno ancora.
Esco
cercando di accostare il meglio possibile la sgangherata porta, è ormai giorno,
il paese è del tutto sveglio e io mi avvio verso casa per scrivere questa
storia, in attesa che queste vie, queste case, me ne raccontino altre.”
Nota dell’autore: Con l’andar del tempo la comunità Ponzese si è perfettamente integrata con quella Tabarchina, sino a diventarne parte indisolubile.
Antonello Rivano