IL BAVAGLIO DI FERRO

Silene, era il nome di battesimo
maggiormente scelto per le bambine inglesi, nel XVI secolo.

Il silenzio
era considerata una virtù sacra, che se abbruttita con gli sproloqui, il
pettegolezzo e la mancanza di rispetto verso il decoro, veniva punito nella
maniera più cruda e indicibile.

Tra le
molteplici pratiche medievali, rinascimentali, imposte dagli inquisitori
dell’epoca, dalla perversione umana e a volte anche dalla vendetta dei potenti,
molte donne subivano violenze mai sufficientemente raccontate fino in fondo.

Sono stati
scritti romanzi nel passato, e questi metodi disumani narrati attraverso serie
ibride, forti, ma che raccolgono il vero senso, forse a volte anche fantasioso
o comune di quella che è stata la realtà nei secoli bui, non deve essere visto
solo come forma di intrattenimento. E per molti, fortunatamente, è
insegnamento, riflessione.

Silenzio, è un termine protratto nel
tempo, e che ha assunto differenti significati, a volte incomprensibili, altre
volte da interpretare, avendo a seconda, addirittura la valenza di un ordine
imposto, un obbligo, una virtù che non ammette trasgressioni.

Trasgressione era invece, il termine che
si contrapponeva alla virtù del silenzio. Le bambine e le ragazzine inglesi,
cattoliche o protestanti, venivano iniziate scandendo il termine Trasgressione, quasi sussurrato e mai
apertamente pronunciato, ma era doveroso conoscerne il significato, molesto,
fuorviante per il candore femminile, ma anche maschile, in alcuni casi.

Esistevano
le comari che sedevano davanti ad un tè dopo i lunghi sermoni, nelle sere
d’inverno, chiacchierando di luoghi comuni, mordendosi la lingua con i denti,
trattenendosi dal pronunciarsi su sconvenienze del villaggio. Perché era preferibile
usare i denti, anziché sentire poi il puntale di ferro trapassare la lingua, in
caso di caduta.

Le signore
che invece disponevano di servitù, di cavalli, di sale arredate, di amanti
svenevoli, uomini o donne non faceva granché differenza, potevano con agio
conversare di qualsiasi tradimento, intrigo, velatura, inganno, aborti o fughe,
fino a riderne strozzandosi, davanti alle carte divinatorie. Per loro, la
condanna era alleviata, perché era un modo comune e classico di trascorrere il
tempo. In fondo, non c’era alcun male a chiacchierare di leggerezze.

Il villaggio
prolificava invece di ipotetiche adultere, e sempre ipotetiche fattucchiere,
donne che praticavano aborti di nascosto, che fornivano unguenti di magia
bianca, a volte a scopo sessuale, ipotetiche calunniatrici, libertine,
dissociate, donne tendenti al lesbismo, artiste, chiaroveggenti, strozzine e
tenutarie con appositi postriboli, dove vendevano le ragazze ai signori, ai
giovanotti, ai giudici, ai prelati, ai nobili in incognita. Molte di loro
praticavano realmente tali attitudini nel contesto quotidiano, ed essendo
esperte in questo, difficilmente si era a conoscenza di tali procedimenti.
Alcuni erano evidenti, e difatti si racconta di una tenutaria che fu marchiata
a fuoco sul volto e minacciata di essere annegata, in caso fosse tornata nel
villaggio, senza autorizzazione. Lei era conosciuta come Lady Lo, e gestiva un
bordello ad Aberdeen, in Scozia, nel ‘500.

Molte
venivano mutilate in viso, con evidenti asportazioni, e queste erano delle “punizioni”
atte a condannare la loro bellezza, considerata come personale potere di
seduzione, e quindi di perdizione per i loro clienti e non solo. Erano anche
mezzane, e quindi causa di condotta di vita dissoluta, per altre ragazze, a
volte anche bambine.

Tuttavia, il
bavaglio di ferro, che era uno strumento di tortura punitivo, simile al morso
di cavallo, veniva posto alla colpevole di pettegolezzo, in modo tale da non
potersi nutrire se non della copiosa secrezione della sua ferita, data appunto
dallo marchingegno. Qualsiasi movimento provocava dolore, anche alla testa, a
causa della stretta delle cinghie in ferro, che simile ad un mostruoso forcipe,
la costringeva all’immobilità.

Ciò accadeva
spesso alle donne che svelavano un tradimento da parte del proprio coniuge,
gettando così fango in maniera immorale ed irrispettosa, sullo sposo e sul
vincolo sacro che li univa. Successivamente, la donna veniva punita con la
benda di ferro, in special modo quando ciò era vero, riscontrabile, e per
mettere a tacere ciò, il marito portava per le strade del villaggio, nelle
piazze o a sedere tra i banchi di una chiesa, luogo di espiazione, la propria
consorte ingrata e linguacciuta. La portava a spasso tenendola per un
guinzaglio, ed in cima alla testa, legata allo strumento di tortura, vi era una
campanella di ottone, la cui utilità era quella di attirare il pubblico per una
maggiore umiliazione.

Le donne
venivano ripetutamente immerse nei fiumi, nei laghi, legate con cinghie e corde
ad assi di legno, ed alcune morivano. Ma questo è soltanto un brandello di
quello che è stato raccolto attraverso i secoli, ma attualmente ricordato,
ripetuto e rinarrato, come argomento che è valida memoria, indicativa e che
dovrebbe portare a mutare le reazioni. Dietro i gesti, va posta molta
attenzione, perché esistono donne che, nella storia hanno scontato prezzi molto
pesanti, e chiunque abbia posto tali condanne con la stessa leggerezza di
parole dette, si è caricato l’anima di qualcosa che è pari all’oscurità più
nera, e questo allo scopo di preservare le apparenze.

Io credo
sostanzialmente, che l’anima di queste creature che hanno condannato donne come
fossero state vitelli al mattatoio, abbiano l’anima ridotta nello stesso stato
della nota tela di un celebre romanzo tardovittoriano. Putrefatta, oscenamente
corrotta nei tratti interni, invecchiata fino alla morte e alla riduzione del
suo stato originario, ma non irrecuperabile. Ciò che è irrecuperabile è il
vissuto e la memoria di queste vittime, innocenti o meno, ma comunque passate sotto
le lame, per stendere tappeti sopra cumuli di polvere.

È
inevitabile che prima o poi vi si vada ad inciampare.

Alcune
punizioni erano tenute all’oscuro, nascoste nelle camere private, e appunto in
quel silenzio così virtuoso, in
contrapposizione a trasgressione. E
quindi erano tenaglie usate, ripulite e silenziosamente riposte. In alcuni casi
erano tenaglie simboliche, atte alla devastazione psicologica e alla
conseguente mutilazione interna, riportata poi all’esterno tramite il mutismo
emotivo, la balbuzie, la follia, il tremore, l’incapacità di unirsi ad un uomo,
di portare avanti una gravidanza, la sfiducia protratta e il volontario
isolamento.

Non credo vi
siano differenze, fra una metodica e l’altra di devastazione e violenza. È una
questione di anime, di coscienza, ed il peggiore giudizio che possa
sopraggiungere a seguito, è la propria libertà che conduce a destinazione
conclusiva.

Quando si parla di non temere colui che può ucciderti nel corpo, ma piuttosto di chi potrebbe condurti nel fuoco, non si tratta di Dio, né del demonio, ma della propria volontà. E nella storia, la propria volontà è stata talmente usata liberamente, da decadere del tutto. Solo che continuiamo ad essere liberi, senza però prendere in considerazione che tale libertà va riflettuta, e soprattutto non dovrebbe essere vincolante per gli altri, ma per una personale formazione. Per esperienza individuale e non ostacolante, né per gli altri, né per se stessi.

Barbara Laudato