SAREBBE BASTATA UNA FIRMA A POR FINE ALLE SOFFERENZE! UNA CHIACCHIERATA CON MARIO AVAGLIANO

Le vicende
della seconda guerra mondiale sono state, negli anni, ampiamente studiate ed
approfondite ( il Fascismo, il Nazismo, la Shoah, la Resistenza). Tutti questi
aspetti sono noti, almeno nei loro tratti principali, a tutti gli Italiani,
anche grazie all’ampia trattazione che la cultura e la filmografia hanno
prodotto negli anni. Questo non vale per quanto riguarda il destino che colpì i
710000 circa militari italiani, sorpresi dall’improvvisa ed inaspettata notizia
dell’Armistizio dell’Italia l’8 settembre 1943 e poi deportati nei lager
nazisti. Tale vicenda, non solo è stata, per lungo tempo, affatto trattata ed
analizzata dagli storici e dalla politica ma, ancora oggi, è pressoché
sconosciuta alla stragrande maggioranza degli Italiani. Nel volume, appena
uscito per i tipi del Mulino ‘I militari italiani nei lager nazisti. Una
resistenza senz’armi 1943-1945 ’ Mario Avagliano e Marco Palmieri conducono una
ricerca ‘documentaristica’ sugli IMI (Internati Militari Italiani), un acronimo
sprezzante e privo di senso. Come dovette essere, appunto, la vita da internati
nei campi di prigionia tedeschi e/o russi.

La qualifica di
IMI è l’equivalente di ‘dimenticati’, non furono prigionieri di guerra, non
furono tutelati dalla ‘Convenzione di Ginevra’ e, dopo la fine della guerra,
furono cancellati, con un colpo di spugna, dal Governo italiano che volle,
forse con troppa fretta, liquidare i disastrosi lasciti dalla guerra fascista e
fratricida.

Mario Avagliano
e Marco Palmieri  hanno sondato documenti
inediti con la pignoleria e l’arguzia degli storici più avveduti e ci regalano
un inedito spaccato di  vita ‘quotidiana’
di questi uomini durante la dura prigionia nei campi. Durante la lunga
intervista, che Mario Avagliano mi ha concesso, abbiamo discusso di storia e di
storiografia. Ad Avagliano bisogna riconoscere rigore, precisione  e buona tenuta della lezione della scuola
storica francese che ci insegnò che la storia si fa, prima di tutto, con i
documenti scritti. Il libro di Avagliano è stato occasione di ‘memoria’ viva
anche per chi scrive, tra una domanda e l’altra e l’altra sono affiorati miei
ricordi di racconti di guerra dei fratelli più grandi di mia madre che subirono
l’oltraggio della prigionia nei campi tedeschi e, successivamente russi.

I soldati italiani
vessati dalla prigionia in Germania, tormentati dalla fame, dai pidocchi e
dalla scabbia potevano essere preda ambita e facile per la Repubblica di Salò,
molti risposero all’appello ed optarono per la collaborazione con i fascisti.
Tuttavia moltissimi, la stragrande maggioranza in realtà, rifiutarono l’invito
e preferirono la ‘fame nera’ e gli stenti all’offerta di Mussolini.  Così attesero la fine della guerra nelle
inutili, fredde e steppose praterie del nord Europa. Alla fine della guerra il
Governo italiano non riconobbe loro il valore di ‘resistenti’ e le loro storie
sarebbero finite nel dimenticatoio se Avagliano e Palmieri non ne avessero
tratto dei libri (il secondo uscito in libreria da poco, appunto). Eppure tra
gli internati vi erano genitori di personaggi famosi, come l’ufficiale
Ferruccio Guccini, catturato in Grecia, padre del cantautore Francesco; Carmelo
Carrisi, padre del cantante Al Bano; Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato
ed ex ministro Antonio; Giovanni Carlo Rossi, padre di Vasco.

La qualità del
libro sta nel rendere discorsivo questo segmento di storia italiana, e nel
restituire al lettore, attraverso i diari segreti degli IMI, i loro sentimenti
e le loro sensazioni. A conclusione della chiacchierata abbiamo chiesto ad
Avagliano, come facciamo sempre, cosa bolle in pentola. La pentola dello
storico, come si sa, è sempre sotto pressione e il nostro autore si è lasciato
sfuggire una mezza frase sulla storia dell’emigrazione italiana di fine ‘800.
Un nuovo progetto si profila all’orizzonte…

Ci piace
concludere quest’intervista con le parole di un illustre maestro e storico
della nostra Università, Augusto Placanica:

…Accanto alla
lucente memoria di imperi illustri, alle risonanti testimonianze dei vincitori,
c’è pure una corposa realtà […], che si offre nella silente maestà del suo
passato così umile, ma pur così sofferto e degno

In questo caso la ‘povera e negletta’ storia degli IMI.

Maria Rosaria Anna Onorato