L’ULTIMO LAVORO DI GIUSEPPE COLASANTE “SE IL DESTINO È NEL NOME”
“Mi sono lasciato andare ai ricordi, il
tepore della fiamma nel camino mi ha tenuto compagnia, ogni tanto ho ricordato
con gli occhi chiusi per concentrarmi meglio ma l’effetto, a tratti, è stato
l’esatto contrario, ho avuto l’impressione di essere in preda ai fumi del vino,
senza averne bevuto, in casa non ce n’è neppure una bottiglia.”
“Mi sorse un dubbio atroce che non riuscivo a
risolvere, mi chiedevo: e se stessi sognando? Se tutto quello che faccio, tutto
quello che vedo, tutto quello che mangio, insomma, e se non si vive ma si sogna
soltanto?
Sapete che vi dico? A distanza di tanti anni ogni
tanto ancora mi capita di pensare che sto sognando e che la vita è solo un
sogno. Non vorrei che qualcuno, leggendo quello che ho scritto, informasse i
miei figli che sono impazzito e li invitasse a farmi curare.”
Giuseppe Colasante, storico militante
comunista e sindacalista, poeta e scrittore, nel manoscritto “Se il destino è
nel nome” narra i ricordi di un maestro delle elementari di un “paesello con
pochi abitanti, una frazione del Comune di Campagna, arroccato sulla cima di
una montagna e circondata da un bosco molto fitto”, Serradarce, dove non
si può far altro che commentare, giornalmente, le diverse fasi del tempo e del cielo
ed i cicli di Madre Natura!
“L’alba comincia ad annunciarsi, spio
il cielo dalla finestra per provare a indovinare che tempo mi aspetta, se temo
che possa piovere me ne torno a letto.”
Colasante cattura la nostra attenzione – narrando la vita del protagonista che
parla in prima persona – con uno stile semplice e diretto, ma in maniera
analitica e descrittiva.
“Vivo solo da quando è morta mia moglie,
i miei figli sono andati via, non potevano restare, qui non avrebbero potuto
trovare un lavoro.”
Un Diario di Vita. Un racconto fresco e
veloce della sua semplice ed ordinaria quotidianità, in cui si inserisce, oltre
alla passione politica, anche il suo interesse per la lettura.
“Per un motivo o per l’altro rinvio sempre
l’inizio della rilettura de I Buddenbrook, pensavo di profittare del tempo
morto del viaggio ma non ne ho letto neppure una pagina.”
Un uomo che racconta con ritmo leggero la
sua vita, ormai di pensionato, che fluisce come un ruscello lento, limpido e
trasparente e che diventa – come un fiume gorgogliante – quando affronta con
serenità e calma le dolorose tragedie della vita.
“Il mio ultimo lutto, quello che più di
tutti mi ha provocato un dolore indicibile è stata la perdita di mia moglie.”
Un uomo, apparentemente spettatore della
Storia, quale “semplice tesserato dell’allora partito
comunista”, lettore dell’”Unità” e segretario in età giovanile del circolo dei giovani comunisti, che
analizza lucidamente la realtà socioeconomico e politica del suo tempo, ragionando
sul tema dell’occupazione, delle organizzazioni politico – sindacali ed osservando
pregi e virtù dei giovani.
“Devo dire che sono fortunato, molti giovani
del paese sono andati a cercare lavoro assai più lontano, in Piemonte o in
Lombardia, se non anche in Belgio o in Germania. D’altra parte, trasferirsi o
emigrare è stato ed è il destino della quasi totalità dei giovani, mio padre
emigrò in Germania, io stesso trovai lavoro a Torino, tu sei un’eccezione, hai
avuto la fortuna di fare il maestro in paese”.”
Il protagonista, Enrico Di Giacomo – nel
corso del libro – rivela la sua grande passione di militante comunista coinvolgendo
il lettore, con ferventi riflessioni politiche, sulla società italiana degli
anni Settanta, reduce dalla Rivoluzione sessantottina, e con la partecipazione
attiva nelle sezioni del partito comunista; infatti, Enrico – invitato – si
reca a Milano al XIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Italiano quando
viene eletto Segretario Nazionale Enrico Berlinguer (1972).
“Poi mi sono afflitto al pensare al
futuro che aspetta mio nipote. Vivrà in un mondo ingiusto, in un mondo nel quale
c’è chi si considera fortunato se ha una ciotola di riso, e chi accumula
ricchezze che potrebbero sfamare milioni di uomini, in un mondo nel quale vi
sono in tanti Paesi guerre e distruzioni, sotto l’incubo di una nuova,
possibile guerra mondiale, magari con il ricorso alle armi termonucleari. Un
mondo in cui in molti Paesi la democrazia è una parola cattiva, dove vige la
dittatura di una classe o di un uomo solo al comando. Può, un nonno, un padre, una madre essere mai sereno o dovrà vivere i suoi
giorni sempre nell’angoscia? A chi mi chiede perché io sia comunista non
rispondo citando una frase de Il Capitale di Carlo Marx, forse non mi
capirebbe, io rispondo che sono comunista perché voglio la pace, perché ogni
essere umano, qualunque lingua parli, di qualunque colore sia, si senta parte
di una sola grande comunità, quella del genere umano.”
Colasante costruisce la trama con uno
sfondo palesemente politico – senza mai svelare il finale del
romanzo, né facendo percepire il destino dei protagonisti – ed un intreccio di storie di
vita tra passato e presente e tra generazioni diverse, come quella tra il
nipote del protagonista, anch’egli chiamato Enrico, segretario di una delle
Sezioni Giovanili del partito comunista – negli anni in cui operano le frange
estremiste delle “formazioni extraparlamentari”- e Maria, neo dirigente
sindacalista della CGIL.
“Dopo
poco ho visto arrivare un altro gruppo di persone con il volto coperto, pensavo
che si sarebbero riuniti con quelli che erano arrivati prima invece se ne sono
tenuti lontano, c’è voluto poco a capire, i primi erano militanti di forze
extraparlamentari di sinistra, Avanguardia Operaia, Lotta Continua e Potere
Operaio, quelli arrivati dopo appartenevano alle formazioni extraparlamentari
di destra Ordine Nuovo e Fronte della Gioventù.”
Lo scrittore Giuseppe
Colasante – proiettandoci nella vita del protagonista e della sua famiglia in
un periodo storico intenso e tragico, quale è quello degli anni Settanta – ci
consente di percepire il sapore del passato, l’odore del presente
e la speranza del futuro!
“Mi viene da dire che
forse talvolta accade che una persona abbia il destino scritto nel nome.”
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Nicoletta Lamberti