25 novembre, un giorno come tanti. O forse no.

Di Deborah Riccelli

Dunque, Wikipedia dice che è il trecentoventinovesimo giorno del calendario gregoriano (ovviamente è il trecentotrentesimo negli anni bisestili) e mancano esattamente trentasei giorni alla fine dell’anno.

Mi piacerebbe aggiungere che manca esattamente un mese alla festa che preferisco, il Santo Natale.

Purtroppo ricordiamo ogni anno questa data per un qualcosa che non ha nulla di santo ma tutto del diabolico.

E’ la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite dal 1999.

Per tale ricorrenza le Nazioni Unite hanno invitato i governi e le ONG ad organizzare, in questa data, attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della violenza contro le donne.  

Abbiamo bisogno di una data che ci ricorda di non fare un qualcosa che in un mondo giusto non dovrebbe esistere.

Problema. Eh già, qui lo chiamano proprio così.

E io, mentre passo oramai da anni praticamente tutto il mese ad inaugurare panchine rosse a sensibilizzare le persone tramite convegni, spettacoli teatrali ed altro sono sempre più arrabbiata perché questo è anche il giorno in cui tutti si sperticano per far vedere che a loro ciò che si commemora in questa data interessa.

Clementina Ianniello e Lello Abbate genitori di Veronica Abbate, vittima di femminicidio con Deborah Riccelli

Sembra una gara quando enunciano, fieri con un microfono in mano, quante sono le donne morte nei primi undici mesi dell’anno.

Sono 94. No sono 97. Guarda meglio, forse sono 100!

Numeri, solo numeri non volti, vite, passioni.

Questo è il giorno in cui tutti vogliono parlare di un qualcosa che sembra non riguardarli affatto negli altri 364 giorni dell’anno.

Sono molto polemica, lo so.

Ma per chi come me si occupa di vittime di violenza ogni giorno è uno stillicidio assistere a questo show.

Il mondo che celebra sembra non rendersi conto di quanto è grave chiamare semplicemente “problema” la violenza di genere e di quanto è esponenziale se abbiamo bisogno di una giornata celebrativa.

Il mondo che celebra sembra non rendersi conto che servono pene efficaci che possano agire da deterrente per chi ritiene una donna un’oggetto, per chi si crede così onnipotente da poter porre fine ad una vita e in questo modo condannare all’ergastolo intere famiglie e comunità.

Servono percorsi di autodeterminazione e autoconsapevolezza per le donne, incontri nelle scuole, aiuti ai centri antiviolenza e tante altre cose.

L’attenzione a questo “problema” serve tutto l’anno, non solo il 25 novembre.

Non basta colorare l’acqua di una fontana di rosso o farsi belli ad un convegno sul tema.

Vorrei che cessassero certe iniziative.

Vorrei che smettessimo di rappresentare le donne, nei manifesti che pubblicizzano varie iniziative, con i volti tumefatti perché quella è un’immagine che allontana, fa credere alle donne di non poter diventare come loro e ci mostra al mondo con gli occhi del persecutore.

Perché ricordatevi che è esattamente così che ci vuole vedere il violento.

Vorrei che cessassero le iniziative che rischiano di far diventare la lotta contro la violenza sulle donne una sorta di moda.

Vorrei che le donne che continuano imperterrite ad appendere bambole ad un muro si rendessero conto di quanto è umiliante paragonare ad una bambola appesa una donna uccisa.

Perché, mi trovo a ripetermi dopo averlo affermato più volte, quelle donne morte, proprio come tutte noi che siamo vive, non sono bambole ed è proprio la percezione del nostro genere come oggetto, carino e imbellettato (come una bambola), passivo inerme e senza parola uno dei motivi che ci ha portato ad essere oggetto di violenze, soprusi e morte.

Vorrei che questo mondo che celebra potesse ascoltare le parole delle madri e dei padri orfani delle loro figlie prima di decidere quale pena infliggere agli assassini.  

Vorrei tante cose ma ne avrò solo una.

La mia voce che continuerà a combattere perché questa giornata cessi di esistere.  

Deborah Riccelli
Deborah Riccelli vive e lavora a Genova come formatrice esperta in stereotipi del linguaggio, violenza di genere e crimine famigliare. Da sempre impegnata nel sociale è socia fondatrice e tutt’ora presidente di una onlus che si occupa del supporto psicologico e legale delle  vittime di violenza e dell’elaborazione del lutto dei famigliari delle vittime di femminicidio. La scrittrice, i cui testi risultano vincitori di numerosi premi letterari nazionali, è anche sceneggiatrice e regista teatrale. Tra gli altri, il suo spettacolo teatrale Nessuno mai potrà + udire la mia voce ha ottenuto il sold-out in teatri come il Carlo Felice di Genova e il Teatro del Casinò di Sanremo.