Racconti per una calda estate -2-
Sprazzi di passato: Il profumo del mare
Nicoletta Lamberti
Noi quattro figli in una Ottocinquanta bianca
andavamo al mare.
Prima un bagno a mare a giocare, a tuffarci e a schizzarci, e poi il rifugio in pineta.
A ora di pranzo mamma aveva preparato pasta al forno e parmigiana.
Un sonnellino, un altro bagno e poi via verso casa.
Noi quattro dietro a dormire, piccoli, accaldati e assonnati, profumati di mare e sale.
Un leggero, innocente e appagante dormire… dopo il refrigerio del mare.
(A mia madre)
Nicoletta Lamberti
Storie di porti, volti e miraggi: La sedia blu
Corto Maltese
Non era la prima volta che mettevo piede in quel bar, assente persino dalle piantine turistiche del paese – quelle, per capirci, che indicano solo i locali “giusti” – come se quel posto non esistesse davvero. Eppure, ogni volta che ci entravo, avevo la sensazione che non fossi io a trovarlo, ma che fosse lui a trovare me: come un porto che appare solo a chi ha bisogno di attraccarvi, o come un vecchio amico che riappare quando meno te lo aspetti.
Il sole stendeva una colata d’oro sulla piazzetta. Tutte le sedie all’ombra erano occupate, tranne una: una sedia blu scolorita, il genere di blu che ha conosciuto troppa salsedine e troppi anni.
Accanto, un uomo. Magro, la pelle scura di sole e vento. Poteva essere un vecchio marinaio, stanco dal girare il mondo, oppure un pescatore che aveva lasciato in mare più cose di quante ne avesse mai tirate a riva. Non sembrava aspettare nessuno, ma mi guardò come se sapesse già che sarei arrivato.
Sul capo portava un cappello di paglia, consunto, il nastro sfilacciato. Per un istante mi parve che si muovesse da solo, come se respirasse. Mi venne da sorridere: avevo già visto un cappello come quello, in un altro porto, in un altro tempo. O forse era solo la memoria che mi giocava un tiro, confondendo luoghi e giorni, realtà e fantasia, capita quando il confine tra ciò che è e ciò che vorresti che fosse diventa invisibile.
Non disse nulla, ma i suoi occhi raccontavano storie che nessuno osa più ascoltare. Con un gesto lento mi indicò la sedia , quella blu sbiadita che sembrava portare il peso di mille estati.
«Vuoi sederti?» chiese, con una voce calma che mi attraversò più del necessario.
«Se non disturbo.»
«È libera. Ma chi si siede lì… finisce per dire la verità.»
Sorrisi. «È la sedia o sei tu che fai parlare la gente?»
Lui si limitò a toccare il bordo del cappello, come se accarezzasse un animale addormentato.
Non rispose.
Mi sedetti, e in quel silenzio condiviso, capii che certi incontri non sono mai casuali. Il legno scricchiolò e mi sembrò di scivolare in una storia già iniziata. Ordinai un caffè freddo. Ma prima che arrivasse, le parole iniziarono a uscire.
Non lo avevo deciso. Non lo avevo pianificato. Parlai di viaggi veri e inventati, di donne lasciate con un saluto frettoloso, di porti in cui avevo messo piede e di altri solo sognati, di promesse fatte e dimenticate.
Lui ascoltava. Non diceva nulla, solo ogni tanto sfiorava il cappello.
E io, ogni volta che lo faceva, sentivo che qualcosa dentro di me si apriva.
Quando il sole scese e le ombre divennero lunghe, si alzò. Con un gesto lento prese la sedia blu, la spostò contro il muro.
«Domani sarà altrove,» mormorò. «E farà parlare qualcun altro.»
Se ne andò. Il cappello ondeggiò un istante nell’aria, poi lui sparì dietro la curva della strada.
Rimasi a guardare la sedia. Non sapevo se fosse stata quella sedia a farmi parlare. O quell’uomo.
O quel cappello, che forse custodiva i segreti di tutti i viaggi.
O magari niente di tutto questo: solo il caldo, il pomeriggio, la stanchezza.
Pagai, tirai fuori il taccuino. Scrissi queste poche righe. Poi firmai, come sempre.
Non per dire chi sono, ma chi mi piace essere: Corto Maltese