Le parole che non bastano (più)
Viviamo nel tempo delle parole: rapide, continue, onnipresenti.
Parole scritte, parlate, postate, rilanciate.
Ogni evento — drammatico o banale — produce il suo flusso di commenti, reazioni, slogan, hashtag.
Abbiamo imparato a dir tutto, spesso senza dire nulla.
Ci indigniamo a comando, ci commuoviamo in diretta, troviamo la formula giusta, la frase ad effetto, la didascalia pronta.
Eppure qualcosa, dentro, si svuota.
Abbiamo parole per tutto. Per consolare, per accusare, per spiegare l’ingiustificabile.
Parole nuove, parole abusate, parole ridotte a eco.
Ma non bastano più.
Abbiamo detto “mai più” troppe volte, con troppa leggerezza.
Abbiamo scritto “resilienza” fino a svuotarla.
Abbiamo abusato di “emozione”, “lotta”, “comunità”, trasformandole in etichette senz’anima.
Così, nel frastuono di frasi fatte, comunicati copia-incolla e indignazioni da social, la parola autentica si è fatta silenzio.
E allora forse, oggi, scrivere meno è un atto di resistenza.
Tacere quando si ha solo da riempire.
Sottrarre, invece che aggiungere.
Tornare a pesare ogni parola, come si pesa un gesto.
Perché solo nel vuoto, nel bianco non detto, una parola può ritrovare il suo senso.