Racconti per una calda estate -3-

In questo numero:


Sprazzi di passato: Vacanze in riva al tempo

Antonello Rivano

Sulla spiaggia il sole d’estate bruciava forte, e le tende a righe bianche e rosse si aprivano come vele stanche al vento. Il cielo era di un azzurro profondo, limpido, un azzurro quasi impossibile da vedere ora — forse perché allora l’aria era più pura, meno attraversata da smog e fretta, e il tempo sembrava scorrere più lentamente, senza il rumore costante delle città e delle macchine. Le famiglie arrivavano presto, con le loro borse di rafia e i secchielli di plastica colorati, pieni di palette arrugginite — sì, proprio di ferro, mica come adesso con tutte quelle regole di sicurezza che sarebbero arrivate solo molto dopo — e formine per costruire castelli di sabbia. Non mancavano mai i sacchetti di biscotti fatti in casa e la bottiglia di Chinotto o aranciata fresca, da sorseggiare all’ombra dell’ombrellone.

I bambini, scalzi e vestiti con costumi un po’ sgualciti, perché nessuno faceva caso se fossero nuovi o di marca, correvano felici a rincorrersi tra le onde basse, giocando a “bandiera” o a “palla avvelenata”, mentre le mamme stendevano asciugamani di spugna pesante e chiamavano i più piccoli a mangiare la merenda: pane e pomodoro o qualche fettina di salame.

Dalla radio a transistor uscivano le note di Mina o Celentano, e qualche volta si sentiva il gracchiare tipico di quei piccoli apparecchi, mentre i papà si mettevano a giocare a scopa o a briscola sotto l’ombrellone, facendo commenti scherzosi e bevendo qualche bicchiere di vino fresco preso a una bottega vicina.

L’aria profumava di crema solare alla rosa e di salsedine, e non mancava mai il vociare allegro dei vicini di ombrellone, con chiacchiere in dialetto, battute semplici e racconti di pesca o di lavoro. La sera, il profumo del pesce alla griglia si mescolava a quello delle graticole fumanti e alle risate lontane dei ragazzi che si preparavano per la passeggiata sul lungomare. Sull’acqua le lampare sembravano lucciole tremolanti, piccole scintille che si muovevano lente e misteriose, dipingendo di luce il buio del mare.

Era un’estate senza fretta, fatta di piccoli gesti, di colori vivi e di voci familiari, un’estate che sembrava non finire mai e che si portava dentro il sapore del mare e della libertà.

Antonello Rivano


Storie di porti, volti e miraggi: Porti perditempo

Corto Maltese

Ci sono porti che accolgono mercanti, pescatori, turisti e contrabbandieri.
E poi ce ne sono altri, più rari: i porti perditempo.
Li riconosci subito — sono pieni di uomini che non hanno nessuna voglia di partire, e nessuna ragione per restare.

Uno di questi si trova in una baia dal nome impronunciabile, dove il vento cambia direzione ogni tre ore e le navi si confondono con le nuvole basse.
C’è un bar all’angolo del molo, con l’insegna sbilenca e il bancone coperto di tazze di caffè lasciate a metà.
Il proprietario ha smesso di fare domande da un pezzo. Una volta gli ho chiesto se avesse orari. Mi ha risposto:
«Solo quando piove davvero.»

Al porto perditempo si gioca a carte senza sapere le regole, si raccontano bugie piccole e innocue come granchi di scoglio, e si spia l’acqua aspettando un segnale che non arriva mai.
Ma nessuno si lamenta.
La verità è che a volte l’attesa è più interessante del viaggio.

Ho visto un uomo restare su una panchina per tre giorni, con la sola compagnia di una radio guasta che trasmetteva fruscii e bolle d’aria.
Quando gli ho chiesto che cosa aspettasse, ha alzato le spalle:
«La mia prossima idea.»

E in quel momento ho capito che forse i porti perditempo servono proprio a quello: a ritrovare qualcosa che avevamo perso — senza nemmeno accorgercene — mentre correvamo dietro a porti più importanti.

E allora ho ordinato un altro caffè.
E ho aspettato anch’io.

Non per dire chi sono, ma chi vorrei essere: mi firmo come sempre…

⮕Clicca a qui per leggere altri ‘Racconti per una calda estate’⬅