Urne vuote: il silenzio che pesa

C’è un dato che, più di ogni percentuale elettorale, racconta la verità scomoda della nostra democrazia: l’astensione. È quel numero che nessuno può rivendicare, ma che tutti dovrebbero temere. Perché dietro le urne vuote non c’è soltanto disinteresse: c’è una sfiducia profonda, sedimentata nel tempo, che oggi travolge vincitori e vinti.

I partiti, tutti, portano sulle spalle il peso di questa disaffezione. Chi perde, spesso, lo fa senza neppure chiedersi perché: attribuisce la colpa agli elettori “distratti” o alle campagne avversarie, ma raramente guarda dentro sé stesso. Chi vince, invece, festeggia come se avesse convinto il Paese, quando in realtà spesso ha solo convinto una minoranza sempre più ristretta.

La politica italiana da anni sembra chiusa in un circuito autoreferenziale: le candidature si decidono nelle segreterie, le campagne si riducono a slogan, i programmi a foglietti di marketing. Si parla del Paese, ma troppo poco con il Paese. E così la distanza cresce, la fiducia si erode, la partecipazione si spegne.

Le urne vuote non sono una fatalità, ma il risultato di un lento tradimento. Tradimento delle promesse non mantenute, delle occasioni mancate, delle energie civiche ignorate. Tradimento di chi ha vinto e si è accontentato, e di chi ha perso senza rinnovarsi davvero.

La responsabilità, certo, è anche dei cittadini che rinunciano a far sentire la propria voce. Ma il primo passo spetta alla politica: riconquistare credibilità, parlare con chiarezza, costruire visioni e non solo campagne. Perché la democrazia non si difende da sola: ha bisogno di fiducia, di partecipazione, di idee condivise.

Ogni elezione disertata da troppi cittadini è un colpo inferto al cuore della rappresentanza. Ed è proprio lì, nel silenzio delle urne, che può annidarsi il pericolo più grande: che la democrazia continui a esistere solo come forma, svuotata della sua sostanza.

Antonello Rivano