Tiziana Coppola racconta “Frammenti di vita”

di Stefano Pignataro

Raccolta di dieci racconti con protagonista gente comune, ma espressioni e biografie di storie e scottanti questioni della nostra contemporaneità, Frammenti di vita è un volume che offre all’autrice Tiziana Coppola la possibilità di dedicare la sua sensibilità a narrare e a consegnare al pubblico emozioni e numerosi spunti di riflessione, svelando la cruda realtà di vite segnate da esperienze dolorose.
Le storie si intrecciano ed enucleano terribili vicende quali la pedofilia, l’anoressia, la violenza di genere, la disabilità, le disuguaglianze economiche, l’omofobia, la depressione, il bullismo, l’aborto: piaghe che caratterizzano l’Italia degli anni Ottanta, ma che purtroppo restano sempre attuali e la cui efferatezza non trova soluzione sul piano storico e umano.

– Esiste un filo rosso che unisce i vostri racconti? Pur discorrendo di tematiche estremamente dissimili tra loro…
I dieci racconti contenuti in Frammenti di vita*, pur essendo diversi per trama e protagonisti, hanno due fili conduttori che li legano.
Il primo è la resilienza di fronte al dolore e alle ingiustizie della vita. Tutti i personaggi affrontano traumi profondi (violenza, abusi, malattie, disabilità, povertà, bullismo, lutti, discriminazione, depressione) e attraversano momenti di disperazione, ma dalle loro esperienze scaturisce sempre una rinascita o una nuova consapevolezza. Alcuni hanno un finale positivo, altri restano segnati dalla tragedia, ma in tutti emerge il bisogno di giustizia e la capacità di trasformare la sofferenza in forza.
Il secondo filo che lega le storie è anche il periodo storico: l’Italia degli anni Ottanta, come sfondo sociale e culturale, con i suoi ritardi legislativi (ad esempio lo stupro non riconosciuto come reato contro la persona fino al 1996), la difficoltà ad affrontare temi come i disturbi alimentari, l’omosessualità, le disabilità o la violenza domestica.*

– Il primo racconto affronta la piaga della molestia sessuale e il tema del segno indelebile che lascia questo affronto al corpo e alla sfera psicologica; come ha affrontato il tutto senza cadere nella retorica?
Il primo racconto, in cui parlo di gravi molestie ai danni di una bambina consumate in un luogo ritenuto sicuro, è ispirato alla mia storia, così come altri brani dedicati all’anoressia e al bullismo. Ho scelto di affidarmi a personaggi inventati per dare voce a un dolore che per troppi anni mi aveva logorato l’anima. L’ho fatto non solo per affrontare i miei traumi infantili e giovanili, ma anche per mettere in risalto tematiche che, purtroppo, rappresentano ancora oggi piaghe della società.
La scrittura per me è stata una vera terapia: mi ha aiutato a razionalizzare gli eventi e a osservarli con uno sguardo esterno, fino ad arrivare a una conclusione difficile ma importante. Ho compreso che anche i pedofili e i bulli sono, in un certo senso, vittime di se stessi. I primi sono prigionieri di istinti perversi che non riescono a controllare, oppure a loro volta hanno subito abusi da piccoli. I bulli, invece, sono spesso individui fragili e insicuri, che si illudono di essere forti esercitando violenza sui più deboli.
Questo, ovviamente, non giustifica le loro azioni, ma ci ricorda quanto sia urgente pensare a percorsi di cura e riabilitazione psicologica e sociale, oltre che di giustizia.

– La disabilità, invece, come si racconta? Oggi vi è, fortunatamente, un approccio più inclusivo e più approfondito.
Nel secondo racconto, la protagonista, dopo un grave incidente che l’ha resa cieca, si trova davanti a un bivio: lasciarsi trascinare nell’abisso della depressione oppure risalire la china e rinascere. In queste pagine non ho voluto soffermarmi solo sulle difficoltà fisiche e di inclusione che una persona con disabilità deve affrontare, ma soprattutto sull’aspetto psicologico e sulla straordinaria forza di volontà che ciascuno di noi possiede, quella forza interiore che ti permette di superare anche i momenti più bui della vita.

– La depressione, il male oscuro, è oggetto del terzo racconto…
Parlare di depressione non è solo importante: è urgente. In Italia si stima che ogni anno circa 4.000 persone si tolgano la vita, molte delle quali giovanissime. Il suicidio è spesso l’ultima, drammatica manifestazione di una patologia che nasce dalla solitudine e dalla fragilità sociale. Dobbiamo riflettere, rompere il silenzio e trovare modi concreti per sostenere chi soffre.

– Altro tema che ancora divide in maniera energica e ferma l’opinione pubblica è quello dell’aborto e della scelta consapevole dell’accettare o meno una maternità…
Premetto che sono contraria all’aborto, ma sono fermamente convinta che ogni donna debba avere il diritto di scegliere. Anch’io, come la protagonista del mio racconto, mi sono trovata davanti a una scelta difficile: tenere il bambino o interrompere la gravidanza. Ero incinta del mio terzo figlio e, a seguito di alcune analisi, era emerso che avrebbe potuto nascere con gravissime malformazioni. Quasi tutti, medici compresi, mi consigliarono di abortire. Io, invece, scelsi di portare avanti la gravidanza: il dolore di interrompere quella vita era più forte della paura di crescere un figlio speciale. Alla fine, mio figlio Rosario è nato sano.
Questa esperienza mi ha insegnato due cose: che l’amore per i propri figli supera ogni altra considerazione e che non si può giudicare con superficialità una donna che sceglie di abortire, soprattutto in caso di stupro. Dare un bambino in adozione può sembrare una soluzione semplice, ma non lo è: durante la gravidanza il corpo e l’umore cambiano profondamente, e anche dopo il parto una donna può soffrire di depressione post partum. Questo accade già in condizioni “normali”, figuriamoci per chi è costretta a portare avanti una gravidanza non desiderata o non consapevole.

– Povertà e diversità di reddito sono argomenti che non hanno mai rilevato un calo di interesse da parte dell’opinione pubblica. Oggi il ceto medio, si rileva, abbia subito un radicato mutamento sociale… Anche su questo tema Lei ha dedicato un racconto…
Nel corso degli anni il concetto di povertà è cambiato. Un tempo il povero era chi non aveva un lavoro né una casa; oggi è spesso chi lavora ma non riesce comunque a sostenere le spese quotidiane. Pagare bollette e affitto è una fatica continua, comprare una casa quasi un sogno irraggiungibile. Più che vivere, si sopravvive. E per le famiglie con figli le difficoltà si moltiplicano.
Il divario tra ceto basso e ceto alto non dipende più dal titolo di studio: ci sono laureati e plurilaureati costretti ad accettare impieghi mal pagati, così come persone senza studi avanzati. La precarietà colpisce tutti.
Non ho la pretesa di analizzare a fondo un tema così complesso. Con la mia scrittura voglio solo metterlo in evidenza, perché riguarda da vicino moltissime persone.
Per questo è fondamentale rispettare chi decide di abortire, perché non lo fa mai a cuor leggero, e il dolore di quella scelta la accompagnerà per tutta la vita.

– Discorrere di questioni epocali e renderle discorsive attraverso una storia necessita di una robusta preparazione letteraria. Lei non è nuova alla scrittura. Quali sono gli scrittori e le scrittrici da cui trae ispirazione?
Non mi sono mai posta il problema di catalogare la mia scrittura in un filone letterario specifico. Se proprio dovessi farlo, direi che i miei lavori rientrano nella letteratura d’impegno civile e sociale, per le tematiche che affronto in ciascuna opera. Tuttavia, devo ammettere che i miei ultimi progetti – una silloge poetica e un libro dedicato alla vita oltre la morte – hanno una forte sfumatura spirituale.
Tra le scrittrici il cui pensiero sento più vicino al mio ci sono Oriana Fallaci e Michela Murgia, mentre tra le poetesse ammiro profondamente Alda Merini e Emily Dickinson.
Di recente, ho ripreso a rileggere le opere di Carl Gustav Jung, uno dei miei autori preferiti del secolo scorso, la cui riflessione sulla psiche e sugli archetipi continua a influenzare il mio percorso creativo.

Stefano Pignataro