Io, donna che non sono tornata a casa

Nelle “interviste impossibili” non cerchiamo la verità storica, ma la verità del dialogo. Immaginiamo di incontrare grandi personaggi, scomparsi nel passato remoto o più vicino a noi, ma anche figure immaginarie, e di porre loro le domande del presente. Le risposte non provengono dai manuali: sono opere di fantasia, costruite però su letture approfondite e sullo studio dei loro scritti, ricostruendo ciò che avrebbero potuto dire nello spirito delle loro idee e del loro stile.

È un esercizio di immaginazione e di ascolto: dare voce a chi non può più parlare per comprendere meglio chi siamo oggi.

Redazione


Questa intervista impossibile è diversa perché non parla di grandi nomi o figure leggendarie: potrebbe essere la voce di qualunque donna tra le troppe vittime dei femminicidi in Italia, come le 113 uccise nel 2024, 1.041 dal 2015 a oggi, una media di circa 100 vittime all’anno, molte delle quali per mano di partner o ex partner. L’impossibile diventa così uno strumento di memoria e responsabilità collettiva: ci ricorda che dietro ogni numero c’è una vita spezzata, una storia interrotta. Dare voce a chi non può più parlare significa riconoscere il dolore reale, assumersi una responsabilità come individui e come comunità, e scegliere di agire per proteggere, rispettare e cambiare ciò che possiamo.


L’ho incontrata in un luogo sospeso, tra ombre e luce, dove i nomi si confondono con i ricordi. Non parla a voce alta: la sua presenza è silenziosa eppure potente. È qui, davanti a me, e parla dal vuoto che ha lasciato dietro di sé. Ogni parola è un’eco di vite spezzate, un richiamo a chi ascolta.

Puoi raccontarmi la tua ultima giornata?
Era una giornata come tante. Piccoli gesti, sorrisi forzati, ordinarie conversazioni. Dentro di me sentivo un nodo, un timore sottile che cresceva con ogni sguardo e ogni parola. Nessuno sapeva che sarebbe stata l’ultima volta. Io non lo sapevo. Tu non lo sai mai.

Hai sentito qualcosa che ti avrebbe fatto capire il pericolo?
I segnali c’erano, sottili, nascosti tra le parole e gli sguardi. Sentivo il cuore stringersi e la mente cercare disperatamente un appiglio, una via d’uscita. Ma si impara a convincersi che passerà, che domani sarà diverso. E così ci si illude. Fino a quando la paura diventa totale, e ci si sente intrappolate, incapaci di proteggersi. È per questo che denunciare, prima, è vitale: non per accusare, ma per proteggere se stesse e gli altri.

Che cosa vorresti dire, se potessi essere ascoltata?
Vorrei che le mie amiche, le sorelle, le madri ascoltassero ogni piccola paura senza ridere o minimizzare. Vorrei che gli uomini ascoltassero davvero: la violenza non può essere mai giustificata, nemmeno con rabbia, gelosia o “passioni travolgenti”. Denunciare non è tradire o esagerare, è agire per proteggere vite e dignità. Nessuno dovrebbe sentirsi colpevole di chiedere aiuto o di interrompere il ciclo della violenza.

E agli uomini, cosa diresti?
Ascoltate attentamente. Guardate chi vi sta accanto, rispettate il corpo e la libertà delle donne. La gelosia non è amore, il controllo non è cura, la rabbia non è giustificazione. Non aspettate che la paura diventi sangue. Cambiate il vostro modo di amare, il vostro modo di vivere. Non siete innocenti: potete scegliere di non diventare parte del dolore.

Cosa chiedi alla legge?
Chiedo che smetta di guardare solo i numeri e inizi a proteggere davvero le vite. Chiedo protezioni immediate e concrete, interventi prima che la violenza sfoci nel sangue. Chiedo che nessuna donna venga trattata come se fosse colpevole di ciò che subisce. La legge deve essere uno scudo, non una seconda ferita.

E cosa vorresti che cambiasse davvero?
Vorrei che la legge diventasse una barriera viva contro la violenza, con pene certe e prevenzione reale. Che le denunce siano ascoltate subito, che gli uomini imparino che la paura delle donne non è un dettaglio, ma un segnale chiaro. Nessuna donna dovrebbe più temere di tornare a casa.

Cosa resta di noi, dopo che una vita si spegne?
Resta il vuoto, il ricordo che non si può cancellare, la responsabilità di chi resta. Resta la necessità di cambiare, di guardare, di proteggere. Uomini, sappiate che la vostra indifferenza pesa quanto le mani che colpiscono.

Cosa chiedi a chi legge?
Non voltatevi dall’altra parte. Non chiamatelo destino o follia. Chiamatelo per quello che è: violenza. Parlate, denunciate, proteggete. Ogni gesto, anche piccolo, può salvare una vita. E ricordate, non sono sola: sono tante, e tutte ci guardiamo attraverso di voi.

La lascio lentamente, mentre le ombre si allungano e il silenzio si fa più denso. Non posso riportarla indietro, ma porto con me le sue parole, il peso della sua assenza e il richiamo a chi ascolta. Ogni passo lontano da lei mi ricorda che non voltarsi dall’altra parte è un dovere: parlare è resistere, ricordare è sopravvivere, e portare la sua voce significa agire concretamente nella vita di chi resta.

Non possiamo cancellare la tragedia subita, ma possiamo impedire che altre donne la vivano. Possiamo trasformare la memoria in impegno, il dolore in scelta, il silenzio in parola. Come media possiamo raccontare senza spettacolarizzare, informare rispettando dignità e scelte, tenendo viva l’attenzione giorno dopo giorno. Come uomini possiamo riconoscere la violenza dentro e attorno a noi, disimparare il possesso, rinunciare al potere che ferisce, essere presenza, ascolto, cura e rispetto, consapevoli della responsabilità concreta che abbiamo nella vita degli altri.

Non basta piangere le assenze: bisogna agire, sempre, per non moltiplicarle.

Antonello Rivano