25 novembre: quando non basta raccontare

C’è un silenzio che pesa più del rumore: è quello che accompagna ogni donna che ha imparato a misurare i passi, a controllare il fiato, a nascondere la paura nelle tasche del quotidiano. La violenza non inizia con un colpo. Inizia molto prima, nelle parole che graffiano, nei gesti che tolgono spazio, nei “non è niente” che diventano tutto.

I numeri continuano a raccontare la stessa storia: secondo dati recenti dell’Istat, il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Più della metà di queste violenze nasce nella coppia: il partner o ex partner è spesso responsabile anche di violenza psicologica ed economica. Nel 2025, ad oggi che scriviamo, 77 femminicidi sono già stati registrati: una tragedia che non è soltanto cronaca, ma un urlo collettivo. Ogni caso parla di una cultura che fatica a cambiare, di un sistema di prevenzione e protezione che mostra lacune e di un contesto sociale in cui la violenza può generare emulazione, replicarsi, crescere nell’indifferenza.

Oggi non possiamo accontentarci di raccontare: dobbiamo interrogarci su come raccontiamo. I media non sono spettatori neutrali: hanno un potere enorme nel modellare l’immaginario pubblico, nel decidere quali storie diventano notizia, quali dati meritano riflessione e quali restano sfumati. La copertura superficiale, il sensazionalismo, la normalizzazione del dolore femminile rischiano di alimentare quella cultura che minimizza o giustifica la violenza e lascia spazio alla riproduzione del fenomeno. Scrivere responsabilmente significa riconoscere questo ruolo, e usarlo per indicare ciò che va cambiato.

Scrivere di questa ferita non basta, ma è un modo per non lasciarla sola. È un atto di responsabilità: orientare l’attenzione non solo sulle tragedie individuali, ma su un sistema culturale e legislativo che le alimenta. Significa interrogarsi sui deficit normativi, sulle insufficienze delle misure di protezione, sulla necessità di protocolli più chiari e più efficaci, sulle risorse da destinare all’educazione al rispetto e alla parità. Ricordare che ogni storia interrotta ci riguarda, che ogni voce zittita è un vuoto nella nostra comunità, e che la libertà delle donne è la misura più onesta della nostra civiltà.

In questo 25 novembre, In Punta di Penna sceglie di stare dalla parte delle parole che contano: quelle che raccontano senza ferire, che illuminano senza sensazionalismo, che trasformano il silenzio in ascolto. Perché le cronache da sole non bastano: è dalla responsabilità di ciascuno, dalla consapevolezza dei media e dalla capacità di ripensare il sistema che nasce il cambiamento. Parlare, ascoltare, proteggere: è così che si costruisce una società che non tolleri più la violenza e restituisca dignità a chi troppo a lungo è stata costretta a tacere.

Antonello Rivano