“Un professore” e la scuola raccontata dalla tv
di Antonello Rivano
La settimana scorsa si è conclusa la terza stagione di Un professore, chiudendo – almeno per ora – una delle esperienze più interessanti della recente fiction italiana, soprattutto per ciò che ha rappresentato nel racconto televisivo del presente. Non tanto una serie “sulla scuola”, quanto una serie che ha usato la scuola come spazio narrativo per interrogare il tempo in cui viviamo. In un panorama televisivo spesso orientato alla semplificazione, Un professore ha scelto una strada diversa: quella del tono misurato, del conflitto non gridato, della complessità lasciata in sospeso. Una scelta che, nel contesto della prima serata generalista, non era affatto scontata.
La classe diventa un microcosmo riconoscibile, attraversato da fragilità personali, tensioni familiari, disorientamento emotivo. Temi che la serie affronta senza trasformarli in emergenze spettacolari, evitando sia la retorica educativa sia il compiacimento del disagio. Una linea sottile, tenuta con coerenza per tutta la durata del racconto, che restituisce un’immagine della scuola lontana tanto dall’idealizzazione quanto dal racconto allarmistico.
La domanda che Un professore lascia sullo sfondo riguarda il ruolo stesso della scuola nel contesto che stiamo vivendo, non solo sul piano sociale ma anche su quello identitario ed emotivo. In un tempo segnato da fragilità psicologiche, percorsi di crescita discontinui e dalla ricerca di sé, la scuola resta uno dei pochi luoghi in cui orientamento, identità, disagio e vulnerabilità possono emergere senza essere immediatamente etichettati. Le viene chiesto di accogliere, comprendere, accompagnare, spesso oltre i confini della didattica, senza che a questo carico corrisponda un reale sostegno strutturale. La serie mostra l’aula come spazio in cui le domande sul diventare adulti – chi si è, chi si vuole essere, come stare nel mondo – si intrecciano alla fatica degli adulti chiamati a reggerle.
Dal punto di vista televisivo, Un professore lavora soprattutto sul tempo. Dialoghi lunghi, silenzi, lezioni che diventano momenti di riflessione più che di spiegazione. La filosofia non è un ornamento colto, ma un dispositivo narrativo che permette di porre domande, non di fornire soluzioni. Un’impostazione che chiede attenzione allo spettatore e rifiuta l’idea di una fruizione distratta, sempre più dominante nel consumo seriale contemporaneo.
Anche la figura del docente protagonista si colloca fuori dai modelli più consueti della fiction italiana. Dante Balestra non è un personaggio esemplare, né un eroe civile. È un adulto imperfetto, spesso in difficoltà, esposto quanto i suoi studenti. Una scelta narrativa che sposta il racconto dall’eccezionalità alla normalità, restituendo all’insegnamento la sua dimensione più reale: quella di un mestiere complesso, carico di responsabilità e privo di risposte definitive.
Non è irrilevante che una serie di questo tipo sia andata in onda sulla Rai. Un professore interpreta in modo credibile una delle funzioni possibili del servizio pubblico: raccontare il Paese senza addomesticarlo, dando spazio a storie che non cercano il consenso facile ma una riconoscibilità più profonda. La scuola, in questo senso, non è solo un’ambientazione, ma uno specchio attraverso cui osservare un disagio che non nasce tra i banchi, ma li attraversa.
Con il finale della terza stagione, la serie non chiude tutti i nodi, e probabilmente non voleva farlo. Lascia piuttosto una sensazione rara nella televisione contemporanea: quella di un racconto che si fida dell’intelligenza di chi guarda, che accetta l’incompletezza come parte del reale e che usa la fiction non per rassicurare, ma per osservare. In questo senso, Un professore non è solo una serie che parla di scuola, ma un esempio di come la televisione possa ancora raccontare la complessità, quando decide di non avere fretta.
Antonello Rivano