Il tempo della responsabilità
Questo è un mio editoriale “In punta di penna” speciale, il primo del nuovo anno, nel quale soffermarci sul discorso di fine anno, pronunciato ieri, dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica non è mai solo un rito. È, piuttosto, uno specchio. Riflette ciò che siamo stati, ciò che siamo diventati e – soprattutto – ciò che rischiamo di smarrire. Anche questa volta Sergio Mattarella ha scelto la sobrietà come cifra e la responsabilità come orizzonte, parlando a un Paese stanco, inquieto, spesso disorientato.
Non c’erano proclami, né slogan, né parole pensate per dividere. C’era invece una parola che tornava, esplicita o sottotraccia: pace. Pace come bene fragile, mai scontato. Pace come scelta, non come concessione. In un tempo in cui la guerra viene normalizzata, raccontata come inevitabile o persino necessaria, il Presidente ha avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: rifiutare la pace per sentirsi forti è una deriva morale prima ancora che politica. Un’affermazione che pesa, perché va in direzione ostinata e contraria rispetto alla semplificazione bellicista e muscolare che attraversa il dibattito pubblico.
Accanto alla pace, la memoria. Mattarella ha richiamato la storia repubblicana non come esercizio celebrativo, ma come bussola. Ricordare non serve a rifugiarsi nel passato, ma a misurare il presente. L’album ideale evocato nel discorso è fatto di conquiste, sacrifici, ferite aperte e responsabilità condivise. È un invito implicito a non vivere la Repubblica come qualcosa di acquisito per sempre, ma come una costruzione quotidiana, esposta all’erosione dell’indifferenza e dell’urlo permanente.
In questo album, il Presidente ha scelto di aprire con un’immagine precisa: le donne. Il primo fotogramma della Repubblica è quello del 1946, quando votarono per la prima volta, contribuendo in modo decisivo alla nascita dell’Italia democratica. Un richiamo essenziale, quasi asciutto, che ricorda come l’allargamento dei diritti non sia mai stato un gesto spontaneo, ma una conquista. E come il cammino verso una piena parità resti, ancora oggi, incompiuto.

Il passaggio forse più denso è stato quello rivolto ai giovani. Nessuna indulgenza, nessuna carezza retorica. Piuttosto una chiamata esigente: scegliere il futuro, non subirlo. In un Paese che troppo spesso chiede ai giovani di adattarsi, di aspettare, di abbassare le aspettative, Mattarella ha ribaltato la prospettiva: il futuro non arriva da solo, va costruito. Ma questa responsabilità, perché sia reale e non solo evocata, deve trovare risposte nella politica, nel lavoro, nella possibilità concreta di restare.
Il discorso ha toccato anche i nodi strutturali del vivere insieme: lavoro, diritti, sanità, coesione sociale. Non come terreno di scontro ideologico, ma come fondamento della dignità. Difendere il servizio sanitario nazionale, contrastare le disuguaglianze, tutelare i più fragili non è una bandiera di parte: è un dovere costituzionale. E dirlo oggi, nel frastuono della propaganda e della contrapposizione continua, suona quasi come un atto di resistenza.
Ma ciò che più distingue questo messaggio dal resto del panorama politico è il modo in cui è stato pronunciato. Il garbo. La misura. La scelta deliberata di non alzare la voce. In un tempo in cui la politica sembra esistere solo se urla, se polarizza, se riduce la complessità a uno scontro binario, il tono di Mattarella segna una frattura profonda. Non cerca applausi, non alimenta tifoserie, non costruisce nemici. E proprio per questo risulta dissonante, quasi estraneo, rispetto alla politica urlata che occupa talk show e social network.
Questa differenza non è solo stilistica: è sostanziale. Perché l’urlo semplifica e divide, mentre le istituzioni dovrebbero tenere insieme. Perché la contrapposizione permanente logora la democrazia, mentre il rispetto la rende possibile. Perché la forza delle istituzioni non sta nel volume della voce, ma nella credibilità delle parole.
Mattarella non ha indicato scorciatoie. Ha indicato un metodo: rispetto, partecipazione, senso del limite. Ha ricordato che la democrazia non si consuma solo con gli strappi clamorosi, ma anche con l’abitudine alla delegittimazione, con il cinismo quotidiano, con l’idea che tutto sia solo rumore.
Questo discorso non promette un anno facile. Promette, semmai, un anno che chiede responsabilità. E ci ricorda che la Repubblica non è un palco su cui gridare più forte degli altri, ma una casa comune da tenere in piedi. Ogni giorno.
Antonello Rivano