Giovani e periferie, il centro nascosto delle città


Giovani e periferie

di Antonello Rivano

Quando si parla di periferie, il racconto pubblico tende spesso a fermarsi alla superficie: degrado, insicurezza, marginalità. È una narrazione semplificata che riduce territori complessi a etichette comode, buone per i titoli ma incapaci di restituire la vita reale che li attraversa. Eppure, se si osservano le periferie partendo dai giovani che le abitano, il quadro cambia radicalmente. Non scompaiono le difficoltà, ma emergono contraddizioni, risorse e possibilità che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico.

Il dossier “Giovani e periferie”, realizzato da Openpolis insieme all’impresa sociale Con i bambini, prova a fare proprio questo: spostare lo sguardo, andare oltre la retorica dell’emergenza e leggere le periferie attraverso dati puntuali, comparazioni territoriali e indicatori sociali. L’indagine prende in esame quattordici grandi città italiane e mette a confronto quartieri centrali e periferici, mostrando come le disuguaglianze non siano solo una questione geografica, ma una realtà che si consuma anche a pochi isolati di distanza.

I numeri raccontano una situazione complessa. Tra i giovani che vivono nelle periferie urbane, la povertà assoluta colpisce una quota significativamente più alta rispetto alla media nazionale. Non si tratta solo di reddito insufficiente, ma di una condizione che si riflette sull’accesso all’istruzione, alla cultura, agli spazi di socialità. In molti quartieri periferici, crescere significa fare i conti con scuole sotto pressione, servizi educativi carenti, assenza di luoghi sicuri dove trascorrere il tempo libero. La povertà educativa, in questo senso, diventa un moltiplicatore di disuguaglianze: meno opportunità oggi significano meno possibilità domani.

Uno degli aspetti più critici riguarda la dispersione scolastica. In diverse periferie italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, una quota consistente di ragazzi abbandona la scuola prima del diploma o conclude il percorso con competenze fragili. Il dossier mostra come questo fenomeno non sia inevitabile, ma fortemente legato al contesto. Laddove esistono doposcuola, biblioteche di quartiere, attività culturali e sportive accessibili, il rischio di abbandono diminuisce. Al contrario, nei territori dove mancano presìdi educativi e reti di sostegno, la scuola resta spesso l’unico argine, insufficiente però a contrastare solitudine e difficoltà familiari.

Il tema dei Neet – giovani che non studiano e non lavorano – rappresenta un’altra spia evidente del disagio periferico. In alcune città del Sud, più di un giovane su tre rientra in questa condizione. Ma il dossier evidenzia anche come il fenomeno non sia confinato a un’unica area del Paese. Anche nelle città del centro-nord, dietro percentuali apparentemente più basse, si nascondono sacche di esclusione concentrate in specifici quartieri. Essere Neet, in periferia, non significa solo inattività, ma spesso perdita di fiducia, difficoltà a immaginare un futuro diverso da quello già visto attorno a sé.

Uno degli elementi più interessanti del rapporto è l’attenzione alle micro-disuguaglianze. Parlare di periferie come se fossero tutte uguali è fuorviante. All’interno della stessa città possono coesistere quartieri con servizi diffusi, spazi culturali e opportunità educative e altri completamente privi di infrastrutture sociali. Questo rende evidente quanto le politiche generaliste siano spesso inefficaci. Senza una lettura fine dei territori, quartiere per quartiere, si rischia di intervenire in modo astratto, senza incidere realmente sulla vita delle persone.

Eppure, ridurre il racconto delle periferie a un elenco di criticità sarebbe un errore. Dietro i dati ci sono storie quotidiane di resistenza silenziosa. Ci sono ragazzi che scoprono una passione grazie a un laboratorio teatrale, che trovano nello sport un’alternativa alla strada, che in una biblioteca di quartiere incontrano per la prima volta un libro capace di aprire mondi. Ci sono educatori, insegnanti, associazioni che tengono insieme pezzi di comunità spesso lasciate sole dalle istituzioni. In molte periferie, nonostante tutto, esistono energie vive che chiedono solo di essere riconosciute e sostenute.

Il dossier invita a cambiare prospettiva anche sul piano politico e culturale. Continuare a raccontare le periferie come luoghi irrecuperabili alimenta distanza e paura, ma non produce soluzioni. Servono investimenti strutturali, politiche educative di lungo periodo, un’attenzione reale ai giovani come risorsa e non come problema. Scuole aperte oltre l’orario, spazi culturali accessibili, percorsi di orientamento e inserimento lavorativo non sono interventi accessori, ma strumenti fondamentali per ridurre le disuguaglianze.

Raccontare le periferie, allora, significa assumersi una responsabilità: quella di restituire complessità, di non fermarsi alla cronaca nera o ai numeri isolati. Significa tenere insieme fragilità e possibilità, disagio e potenziale, dati e volti. Le periferie non sono un margine da osservare con diffidenza, ma uno specchio che riflette le scelte, le omissioni e le speranze delle nostre città. E i giovani che le abitano ci dicono, più di ogni statistica, che il futuro urbano si gioca proprio lì, nei quartieri che troppo spesso continuiamo a chiamare periferici.

Antonello Rivano