Dall’economia di guerra all’economia di pace

di Massimo Bramante

  Le guerre, tutte le guerre, oltre che rappresentare una tragedia disumana di incalcolabili proporzioni, si traducono inevitabilmente in una tragedia economica di calcolabilissime proporzioni. Sotto le baionette di ieri e i droni ipertecnologici di oggi (il Black Hornet, l’MQ9 Reaper, il Wing Loong-3) si volatilizzano vite umane e miliardi di dollari, euro, rubli. Risorse finanziarie spendibili – fin troppo ovvio rimarcarlo – per ben più umane finalità: sanità per tutti, istruzione, tutela ambientale, transizione energetica, lotta al cancro, sicurezza cittadina, ecc. ecc.

  La crescita economica – da tutti invocata, come del resto la pace – necessita sempre, oltre che di invocazioni/appelli, di corpose risorse finanziarie (leggasi: investimenti pubblici e privati) che, a differenza di armi e bombe guidate dall’IA, godono del privilegio di essere “costi” oggi ma di “ritornare”, domani e dopodomani, come “ricavi” (è la nota teoria economica dei costi/benefici, anch’essa tanto evocata quanto poco praticata da molti governi dell’economia-mondo). Passare dalla distruzione improduttiva alla costruzione produttiva di un mondo con meno diseguaglianze e più attenzione alla vita di donne e uomini è da sempre non un’opzione politica ma una necessità.

  I numeri impressionano: nel 2024 la spesa militare globale si aggirava intorno ai 2.700 miliardi di dollari. Nel prossimo decennio – è stato stimato – potrebbe raggiungere 6.600 miliardi. Secondo il Global Peace Index: 59 conflitti in essere nel 2025 con più di 200.000 vittime. I numeri impressionano.

  Le guerre “costano” e le ricostruzioni post-belliche anche. Il Piano Marshall (1948-1952), all’indomani del II conflitto mondiale, non fu a costo zero. Così come la futura ricostruzione dell’Ucraina – è stato stimato – necessiterà di oltre 520 miliardi di dollari, circa il 280% del PIL ucraino; per cui serviranno tre anni di produzione economica destinata unicamente a questo scopo. Per la Striscia di Gaza oltre 53 miliardi, circa il 388% del PIL di tale martoriato territorio (cfr. “Il conto salato della ricostruzione”, desk lavoce.info).

  Costi umani e costi economici. Il quotidiano utilizzo di droni e bombe aumenta le già rilevanti diseguaglianze economiche e sociali. Diffonde gas inquinanti che distruggono vite umane, animali, coltivazioni, acque di fiumi e mari, polverizza immobili e opere d’arte di inestimabile valore storico ed economico. Crescono parallelamente gli investimenti in sofisticati sistemi di armamento (caratterizzati da una trasparenza nei costi assai limitata) e crescono i profitti delle industrie che lavorano i materiali esplosivi. Un chilo di tritolo tre anni fa costava in media 3/4 euro, due anni fa ne costava 6, oggi ne costa 15. Secondo l’autorevole Financial Times l’industria europea di munizioni e missilistica si sta espandendo oggi a un ritmo tre volte superiore rispetto al periodo pre-bellico. Armarsi e riarmarsi – in altre parole – “costa” e “costa molto” (Lorenzo Borga lo documenta puntualmente nel saggio “L’Europa si riarma a peso d’oro”, Eco n. 9/2025).

  Alla diplomazia del dialogo e del multilateralismo costruttivo va sostituendosi una deplorevole diplomazia della forza tra superpotenze economiche e militari, alleate di volta in volta a seconda dei propri interessi e spesso poco inclini a seguire i dettami del diritto internazionale e i confini tra le nazioni. A un’economia di pace che produce ricchezza, al mercato concorrenziale che abbassa i prezzi, va sostituendosi un’economia di guerra che favorisce i monopoli/oligopoli e si smarrisce la grammatica della convivenza tra popoli e nazioni.

  A una virtuosa cultura del dialogo è subentrata oggi una cultura pseudo-economica del dominio del più forte militarmente ed economicamente. “La guerra purtroppo è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”, così Papa Leone XIV, che non cessa di richiamare l’urgenza di una pace “disarmata e disarmante”.

  Il rapporto delle N.U. The Security We Need segnala che con le risorse finanziarie destinate alle guerre nell’ultimo decennio si sarebbe potuto vaccinare tutti i bambini del mondo, finanziare 12 anni di istruzione nei Paesi a basso/medio reddito, fornire in essi acqua potabile e servizi igienici, operare efficacemente in tema di crisi climatica… In altri termini: raggiungere di fatto molti obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 (vedasi di Francesco Vignarca la nota “Basta con questa storia della guerra necessaria. La spesa militare sottrae risorse allo sviluppo”, Avvenire, 9/1/2026).

  Farsi attanagliare dallo sconforto? Certamente no. Lavorare in tutte le sedi e con tutti i mezzi non violenti disponibili per una pace duratura e non solo un momentaneo silenzio delle armi. L’auspicio, la speranza di molti comuni cittadini e di alcuni illuminati governanti è che questo trend di “fervore bellico” abbia a cessare. La speranza, l’auspicio è che chi vuole proseguire nei suoi nefasti disegni di guerra volga gli occhi alle 83 incisioni ad acquaforte di Francisco Goya Los desastres de la guerra (1810-1820) e tenda le orecchie agli accorati richiami della venezuelana Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace. È stato sempre Goya a ricordarci che il sonno della ragione non può che generare mostri. Ci permettiamo di aggiungere: anche sul versante economico.

Massimo Bramante

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