La forza come resa
LA FORZA COME RESA
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel coro che si alza ogni volta che la violenza torna a occupare le prime pagine. È un riflesso ormai automatico: più pattuglie, più militari, pene più dure, tolleranza zero. La forza come unica lingua comprensibile, l’ordine come valore assoluto.
Eppure, ogni volta che invochiamo l’intervento di forza, stiamo ammettendo – spesso senza dirlo – un fallimento.
Il fallimento dello Stato, incapace di prevenire prima ancora che reprimere.
Il fallimento della politica, che rincorre l’emergenza invece di costruire visione.
Il fallimento di una società che ha smesso di interrogarsi sulle cause e preferisce affidarsi alla scorciatoia della paura.
La cronaca, specie negli ultimi tempi, lo racconta con una puntualità crudele. Quartieri militarizzati dopo l’ennesimo episodio, dichiarazioni muscolari, promesse di “ripristinare il controllo”. Ma il controllo di cosa, esattamente? Delle strade o delle coscienze? Dei corpi o delle fratture sociali che quei corpi attraversano ogni giorno?
La violenza non nasce nel vuoto. Cresce dove mancano opportunità, dove l’istruzione è fragile, dove il lavoro è precario o assente, dove le relazioni sono sostituite dall’isolamento. Nasce dove lo Stato arriva solo sotto forma di divisa, mai come presenza quotidiana, mai come ascolto, mai come possibilità.
Chiedere più forza è umano, persino comprensibile. La paura ha bisogno di risposte rapide. Ma è anche pericoloso. Perché la forza, quando diventa l’unico strumento, smette di essere soluzione e diventa sintomo. È la prova che non siamo stati capaci di fare altro prima.
Uno Stato davvero forte non è quello che interviene dopo, ma quello che previene. Che investe in scuole, cultura, servizi sociali, spazi di aggregazione. Che non abbandona le periferie per poi riscoprirle solo quando esplodono. Che non delega tutto alla repressione, scaricando sulle forze dell’ordine responsabilità che sono politiche, economiche e culturali.
La violenza, oggi, ci sta chiedendo qualcosa di più scomodo della forza. Ci sta chiedendo tempo, complessità, responsabilità. Ci sta chiedendo di guardarci allo specchio e riconoscere che la sicurezza non è solo una questione di ordine pubblico, ma di giustizia sociale.
Invocare l’intervento di forza può sedare un sintomo.
Affrontare le cause, invece, richiede coraggio.
E quello, paradossalmente, è molto più difficile da esercitare.
Antonello Rivano