Trento 1978: l’incendio della SLOI
di Sara Piccardo
Sono le 21:50 del 14 luglio 1978 e una provincia italiana trattiene il fiato, temendo per la propria sopravvivenza.
Dalla SLOI di Trento, fabbrica che produce piombo tetraetile da quasi quarant’anni, si alzano fiamme e una nube tossica. Trenta persone finiscono in ospedale. Gli abitanti dei quartieri Cristo Re e Campotrentino trattengono il fiato: del resto, sanno bene il pericolo che quella fabbrica rappresenta da sempre.
Ma cosa è successo? Perché quelle fiamme?
La pioggia estiva è penetrata in un capannone ed è entrata in contatto con i barili di sodio che vi erano stoccati. Il sodio si è infiammato a contatto con l’acqua e i barili hanno iniziato a scoppiare l’uno dopo l’altro. Da qui le fiamme, da qui la nube.
La situazione si presenta tragica. Bisogna spegnere al più presto l’incendio, prima che raggiunga il deposito di piombo tetraetile, nel qual caso la catastrofe ambientale sarebbe inevitabile e coinvolgerebbe un’area molto vasta del territorio trentino. Ma, ovviamente, non si può usare l’acqua. Sembra non esserci alternativa, e le fiamme da sole non si arrestano: il rogo pare abbia raggiunto la temperatura di milleduecento gradi.
È a questo punto, quando l’incidente sta per diventare catastrofe, che i Vigili del Fuoco hanno un’idea, l’unica che potrebbe funzionare: soffocare le fiamme con il cemento.
Funziona. Ce ne vogliono 540 quintali, fatti arrivare dalla vicina ItalCementi, ma le fiamme diminuiscono progressivamente ed è scongiurato il contatto con il prodotto finito.
Dopo tre giorni la fabbrica viene chiusa per disposizione del Sindaco.
Un incidente fortuito, una tragedia scongiurata: tutto è bene quel che finisce bene?
No, non esattamente.
Di fortuito, in questa storia, non c’è niente.
Che la SLOI fosse pericolosa, che pregiudicasse la salute delle persone e del territorio, si sa letteralmente da sempre. Basti pensare che nel 1942, dopo soli tre anni dal trasferimento dell’azienda nell’area di Campotrentino, i contadini della zona videro i loro raccolti — in particolare le ciliegie — distrutti dai fumi tossici provenienti dallo stabilimento, in quel momento a dir poco fondamentale per lo sforzo bellico.
E no, non è paranoia. Tant’è che in seguito tali agricoltori verranno risarciti.
Anche gli incidenti non erano una novità: già nel 1953 si era sviluppata una nube di cloro che aveva investito i quartieri Cristo Re e Campotrentino, causando il ricovero di molti residenti.
Lungo tutti gli anni Sessanta e Settanta, operai e residenti palesarono la loro preoccupazione tramite petizioni e proteste, rimaste inascoltate. Si era nel boom economico, nel pieno della motorizzazione di massa. Il piombo tetraetile era essenziale per la produzione di benzina. Si doveva andare avanti, nonostante tutto. I rischi dovevano passare sotto silenzio, al punto da ricoverare in manicomio gli operai che contraevano il saturnismo, stilando false diagnosi di etilismo.
Come sempre in Italia, si dovette arrivare sull’orlo del precipizio per porre fine a una situazione di estremo pericolo. E, come al solito, gli insegnamenti del passato (molto recente, in questo caso) non furono serviti: Seveso non aveva insegnato niente.
Sara Piccardo