Ai giovani abbiamo insegnato paura

Ai giovani abbiamo insegnato paura

Stavo pensando a una cosa scomoda.
E se alcuni dei messaggi che noi, generazioni adulte, abbiamo provato a trasmettere fossero stati sbagliati?

Se quel modo di raccontare la vita — fatto di aspettative altissime, di successo come unico parametro, di competizione continua — avesse finito per lasciare nei più giovani più insicurezza che fiducia, più frustrazione che speranza.

Forse, senza accorgercene, abbiamo consegnato anche modelli emotivi confusi: il possesso scambiato per amore, il rispetto ridotto a senso unico, la convinzione che mostrarsi fragili sia una debolezza da nascondere. Abbiamo insegnato che per essere amati bisogna dimostrarsi forti, che per avere attenzione bisogna saper competere, e che l’errore è qualcosa da temere più che da comprendere.

E forse abbiamo sbagliato anche con i “no” negati. Limiti mai detti, confini mai tracciati, per paura di apparire troppo severi o troppo distanti. Abbiamo tolto i confini pensando di regalare libertà. Invece, a volte, abbiamo solo tolto punti di riferimento.

Perché crescere non significa soltanto sentirsi liberi. Significa anche sapere dove finisce il proprio spazio e dove comincia quello degli altri. Significa avere strumenti per decidere, per dire “sì” o “no”, per proteggersi senza ferire. E se questi strumenti non arrivano, i giovani devono inventarseli da soli, spesso in modi che preoccupano noi adulti.

E allora forse dovremmo avere il coraggio di farci una domanda più scomoda delle altre.

Se oggi molti ragazzi sentono il bisogno di avere un coltello in tasca, la domanda non riguarda solo loro.
Riguarda anche noi.

Riguarda il mondo che abbiamo costruito, le parole che abbiamo usato, i silenzi che abbiamo lasciato. Riguarda le nostre paure travestite da libertà, le nostre assenze travestite da autonomia. Perché non possiamo stupirci se chi cresce in questo contesto cerca strumenti di difesa, concreti o simbolici, per sentirsi al sicuro.

Non è un’accusa. È un dubbio. Ma è un dubbio che dobbiamo accogliere se vogliamo provare a fare qualcosa di diverso. Se vogliamo davvero accompagnare i giovani, non basta giudicare, correggere o ammonire. Bisogna ascoltare, capire cosa li ha messi in difficoltà, cosa li ha spaventati, cosa li ha lasciati soli.

E allora forse il primo gesto concreto che possiamo fare non è un rimprovero o una lezione. È tendere una mano.
Non dall’alto, non come adulti che sanno tutto. Ma con l’umiltà di chi sa che ogni generazione deve imparare anche da quella che viene dopo.

Forse, alla fine, questa è l’unica libertà che possiamo davvero donare: non quella senza confini, ma quella che nasce dal sentirsi guidati, protetti e compresi.
Una mano tesa ai giovani, prima ancora che un giudizio.