YOLO Economy: lavoro e felicità

di Massimo Bramante

Nel terzo millennio il lavoro e i lavoratori (uomini e donne) si presentano con connotati assai diversi rispetto a quelli che avevano caratterizzato gli anni e i secoli precedenti. Henry Ford, nella sua “Autobiografia” del 1922, scriveva che “mescolare” lavoro e divertimento è un’ottusità: “l’unico obiettivo deve essere quello di svolgere il lavoro e di essere pagati dopo averlo svolto. Quando il lavoro è finito, allora può venire il divertimento”.

La cosa, nei fatti, è ben più complessa. Come scrive Stefano Masini (“Lavoro”, il Mulino 2016), “è superata ormai del tutto la memoria di un lavoro come specchio d’identità… Oggigiorno l’individuo cerca più frequentemente se stesso nell’esercizio fisico, nel divertimento ostinato, se non perfino in forme parallele di lavoro-altro come volontariato e associazionismo”. In sintesi: si va verso il superamento del lavoro come specchio/simbolo che riflette una precisa identità: il bancario, lo scrittore, l’avvocato, il contadino, l’operaio… Anche sotto la sferza della recente pandemia da Covid-19 ecco affermarsi, seppure a passi lenti, la YOLO Economy (you only live once: si vive una volta sola); per cui non resta che – a sottolinearlo tra i primi il sociologo Domenico De Masi (“La felicità negata”, Einaudi 2022) – abbandonare un lavoro spesso tanto stressante quanto poco gratificante ed affidarsi a una Big Quit: una vita che sia meno stressante e alienata.

Non il “gioco” cui accennava Ford, bensì nuove esperienze lavorative a cui dare “valore”, rivalutando la propria vita di individui pensanti: autoimprenditorialità, freelance, trasformare una propria passione in professione, gestione flessibile degli orari. Lavoro non più come mera fonte di sostentamento ma come strumento per migliorare la vita propria e degli altri. Parte comunque importante del proprio percorso di vita, ma non dominante.

Utopia? Saranno i fatti, le statistiche di oggi e domani, a dare risposta. Per ora, una documentata ricerca del 2024 dal titolo “I giovani e il lavoro” (Area Studi Legacoop e IPSOS) segnala che per la popolazione italiana dai 18 ai 34 anni, il lavoro, in una scala valoriale, si colloca dopo salute, amicizia, sincerità, famiglia… con precisione all’ottavo posto. La retribuzione per ciò che si svolge conta, ma contano ancor più altri fattori di natura psicologica. Da notare che la retribuzione media annua in Italia di un neolaureato a inizio carriera non è esaltante: 32 mila euro; in Germania 57 mila.

Il fenomeno della YOLO Economy – è doveroso sottolinearlo – non coinvolge l’intero universo dei lavoratori/trici. Attiene soprattutto ai cosiddetti Millennials (nati tra il 1981 e il 1996) e alla cosiddetta Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2010), che mostrano apertamente di considerare il loro potenziale o attuale lavoro non come mezzo per sopravvivere in una società sempre più “avara” di lavoro, ma come parte integrante di una vita che deve prevedere felicità non fuori dal lavoro, bensì dentro il lavoro.

Volgere lo sguardo, da parte dell’impresa e dell’economia, alla felicità. Il concetto non è certo nuovo. Daniel Kahneman, Nobel 2002 per l’Economia, fine economista tanto quanto fine psicologo, già nel 2007 (“Economia della felicità”, Il Sole 24 Ore) aveva criticato quei molti economisti “utilitaristi” neoclassici che, nelle loro teorizzazioni, avevano trascurato o sottovalutato l’importanza della life satisfaction individuale, concentrandosi solo su utilità e reddito.

Concludendo. Ecco che oggi assistiamo al fenomeno, fino a ieri imprevedibile, per cui professioni intellettuali un tempo molto attrattive per i giovani, quali commercialista, insegnante, avvocato, rischiano di perdere l’antico appeal. In un saggio molto accurato riguardante appunto le professioni legali, Debora Felici (“Avvocati e YOLO Economy”, La Previdenza Forense, n. 3/2025) evidenzia come ritmi intensi, pressione concorrenziale, difficoltà di conciliare vita familiare e lavoro, orari impegnativi e non flessibili stiano allontanando i giovani neolaureati dalla professione forense. “È possibile che il fenomeno della YOLO Economy – si chiede l’autrice del saggio – possa contribuire a spiegare la mancanza di attrazione dei giovani per la carriera forense?”. E se il “contagio” si espandesse ad altre professioni intellettuali? Cambieranno economia e diritto del lavoro?

Massimo Bramante