Tra filosofia e geografia: Platone, gli atomi e il mistero di Atlantide
Non è certa l’attribuzione della teoria atomistica, tra Democrito, Leucippo e Platone. Ma di fatto, solo di quest’ultimo ci arrivano testi scritti (Timeo di Platone) che spieghino in modo più o meno chiaro la teoria. In pratica, quei filosofi greci sostenevano che la materia non fosse piena, bensì ottenuta dall’insieme di microscopiche particelle (atomi) separate l’una dall’altra, che ruotano vorticosamente attorno a sé stesse.
Disponevano di un potente microscopio elettronico? Ne dubito, ma proviamo a darci una possibile spiegazione:
Se disponiamo di una certa quantità d’acqua e la raffreddiamo, questa passa dallo stato liquido allo stato solido (ghiaccio).
Se invece la riscaldiamo, questa comincia a evaporare, passando allo stato gassoso (vapore acqueo) e a diventare invisibile.
È scomparsa? No e infatti se eseguiamo l’esperimento all’interno di un vano chiuso, il vapore si concentra nell’aria e sulle pareti del vano; riabbassando la temperatura, pian piano le particelle d’acqua riacquisteranno lo stato liquido andando a depositarsi sul pavimento.
Questa è filosofia. Per poterla esercitare, gli studiosi devono essere animati da amore per la conoscenza (filo–sofia); per i meno acculturati, diciamo che “filo” per i greci aveva lo stesso significato del “like” per gli anglosassoni; mentre “sophia” è il sapere, la conoscenza.
Così i filosofi partendo dalla matematica, andavano poi a studiare tutte le scienze all’epoca disponibili, acquisendo una dote che definiamo “logica”.
Perché questa disamina? Perché quando sento uno storico, affermare che gli scritti di Platone non abbiano validità scientifica in quanto affermazioni filosofiche, mi vengono i peli come quelli di un cinghiale (metafora eufemistica per non utilizzarne una più cruda).
Di fatto, con questa sciocca affermazione, a venticinque anni dalla pubblicazione del pregevole libro di Sergio Frau “Le Colonne d’Ercole / un’Inchiesta”, ancora si nega che Platone nei suoi due testi “Timeo” e “Crizia” stesse descrivendo la Sardegna.
Eppure, la descrizione non è equivocabile: superate le Colonne d’Ercole si trovava un’Isola (Platone la chiamava Isola di Atlante, ma molti altri cronisti la chiamavano Iperborea); da questa era possibile raggiungere le altre isole dell’impero e, da queste giungere al Continente che questo VERO mare circonda; questo impero si estendeva in Europa fino alla Tirrenia (per Platone era l’Etruria) e in Africa fino alla Libia. Se questa non è la descrizione del Mediterraneo Occidentale, ditemi voi.
Manca un’ultima precisazione. All’epoca il geografo Eratostene disegnò le terre conosciute, posizionando le Colonne d’Ercole nell’attuale stretto di Gibilterra. Questo dettaglio rendeva difficile la localizzazione dell’Isola, ma un altro filosofo, Dicearco da Messina specificò che la distanza delle colonne d’Ercole dal Peloponneso era pari a diecimila stadi (mille miglia marine attuali). In tal modo diventa credibile che le colonne si trovassero molto più vicine alla Grecia. Per esempio, in Sicilia (come sostiene Sergio Frau, con una grossa approssimazione per difetto) o nell’arcipelago del Sulcis (come sostiene il sottoscritto, con molta precisione in più); in entrambi i casi l’Atlantide, aldilà di ogni ragionevole dubbio, è la Sardegna.
Giorgio Saba