La terra che non si vende
di Antonello Rivano
Ho rivisto, con la dovuta calma, il film La vita va così. Mi sono commosso pensando che sia tratto da una storia vera e che il protagonista sia interpretato da un non professionista, capace di restituire una verità semplice e diretta, senza filtri.
Ma più di tutto ho sentito rabbia. Rabbia per come, in passato, sia stata trattata la Sardegna: svenduta, consumata, sfruttata. Le ruspe che nel film aprono ferite nella terra, tra corbezzoli, mirto, lentischio e olivastri, mi sono rimaste addosso come un dolore fisico. Ed erano anche il simbolo delle fabbriche che sono state aperte, hanno inquinato e sono state chiuse, cattedrali in un deserto sociale. Le ferite dei bombardamenti fatti per giocare alla guerra, le servitú militari. Gli incendi che lasciano distruzione. Le colate di cemento che seppelliscono coste e campagna. La transizione energetica fatta a discapito di storia, mare, paesaggio, senza coinvolgere chi abita i luoghi.
Non è solo cinema: è memoria, è identità, è denuncia, qualcosa che riguarda ancora il nostro sguardo sul territorio.
E poi c’è lui, il pastore. Con il suo “no” netto, senza esitazioni. Granitico nella postura e nelle parole. In quella resistenza silenziosa ho visto qualcosa che va oltre la storia raccontata: il coraggio di chi non baratta le proprie radici, di chi resta fermo quando tutto intorno spinge a cedere.
Perché il coraggio di non vendere la propria terra non è solo ostinazione. È lucidità. È appartenenza. È la scelta di non confondere il valore con il prezzo.
Nel film La vita va così la Sardegna appare come una linea sottile tra bellezza e trasformazione. La macchina da presa attraversa una costa del sud dell’isola fatta di luce e silenzi, dove il mare sembra ancora intatto e il paesaggio resiste a ogni tentativo di definizione. In questo scenario vive un uomo anziano, un pastore legato alla sua terra come a qualcosa di non separabile dalla propria vita. Attorno a lui arrivano progetti, offerte, promesse di sviluppo. Il territorio diventa una possibilità economica, un’occasione da tradurre in strutture, flussi, investimenti.
L’uomo rifiuta.
È una scena cinematografica, costruita, semplificata. Ma è anche il punto d’ingresso in una storia reale che ha attraversato per anni il sud-ovest della Sardegna: quella di Ovidio Marras, pastore di Teulada, diventato suo malgrado simbolo della resistenza alla trasformazione delle coste tra Capo Malfatano e Tuerredda.

La vicenda si colloca in un tratto di costa tra i più fragili e ambiti del Mediterraneo, dove per anni ha preso forma un progetto turistico di grande scala, pensato per trasformare profondamente il paesaggio con strutture ricettive e un resort di lusso. Non si trattava di un intervento marginale, ma di una ridefinizione complessiva dell’area, inserita dentro dinamiche economiche e urbanistiche più ampie che riguardano gran parte delle coste sarde.
Dentro questo quadro si inserisce la figura di Marras, che non entra nella vicenda come attore politico o attivista, ma come presenza radicata nel territorio. Vive lì da sempre, in una relazione quotidiana con la terra fatta di pascolo, percorsi antichi, memoria familiare. Quando arrivano le proposte di acquisto dei terreni, anche economicamente molto rilevanti, il rifiuto è immediato. Non viene articolato come una strategia, ma come una scelta di continuità: restare.
Da quel momento la sua vicenda si intreccia con una serie di passaggi amministrativi e giudiziari, ricorsi e opposizioni che rallentano progressivamente il progetto. Il conflitto non è lineare né spettacolare, ma fatto di tempi lunghi, documenti, blocchi e ripensamenti. Nel frattempo cresce anche l’attenzione pubblica attorno al caso, che diventa uno dei simboli della più ampia questione della tutela del paesaggio costiero in Sardegna.
Il progetto del resort, nel tempo, perde forza. Non arriva a compimento, si interrompe tra difficoltà procedurali e condizioni economiche sfavorevoli, fino a essere definitivamente abbandonato. Non esiste un singolo momento risolutivo, ma una progressiva dissolvenza dell’ipotesi iniziale. La trasformazione annunciata non si realizza.

In parallelo, il territorio continua a vivere una pressione diversa, quella del turismo diffuso. A pochi chilometri dai terreni della vicenda, la spiaggia di Tuerredda diventa uno dei casi più evidenti di gestione contemporanea della costa: un luogo che ha dovuto introdurre regole sempre più stringenti per evitare il sovraffollamento. Oggi l’accesso è contingentato nei mesi estivi, i parcheggi sono regolati e a pagamento, i flussi vengono monitorati per limitare l’impatto su un ecosistema fragile.
Il risultato è un equilibrio instabile: più tutela, ma anche una libertà ridotta; più ordine, ma una pressione che non scompare.
Ovidio Marras è rimasto nella sua terra fino alla fine. È morto nel 2024, a 93 anni, nella stessa casa in cui aveva sempre vissuto. La sua storia non ha assunto i toni della narrazione pubblica durante la sua vita, ma si è consolidata nel tempo come una vicenda simbolica, spesso riletta attraverso il prisma della difesa del territorio.
Alla fine, ciò che resta non è una vittoria o una sconfitta netta, ma una trasformazione mancata e un paesaggio che, pur sotto pressione, è rimasto riconoscibile. E dentro questo paesaggio si misura una questione più profonda: il valore del rifiuto, quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.
In una terra che per decenni ha conosciuto spesso il linguaggio del sì — allo sviluppo, alla trasformazione, alla promessa di crescita — il no diventa un gesto controtempo. Non ideologico, non proclamato, ma concreto: legato a un luogo, a una presenza, a una continuità.
Nel film La vita va così, questo gesto si condensa in una frase essenziale, quasi sottratta a ogni giustificazione: “Io resto qui.”
Non è una rivendicazione. È una posizione. E dentro quella posizione non c’è solo resistenza, ma qualcosa di più silenzioso e radicale: la dignità di chi non scambia la propria terra per una possibilità in più, e sceglie di rimanere quando andarsene sarebbe più semplice.
[leggi anche: La vita va così: restare come resistenza]