Giovani, tanti inattivi, pochi laureati: il doppio ritardo italiano
di Antonello Rivano
Il fenomeno dei giovani che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione continua a essere uno dei punti più critici del mercato del lavoro italiano. La definizione di NEET (Not in Education, Employment or Training) descrive una condizione precisa, ma nel caso italiano tende a rappresentare una fascia ampia e strutturale di giovani che restano ai margini sia dei percorsi formativi sia di quelli lavorativi.
I dati più recenti collocano l’Italia tra i Paesi europei con la quota più alta di NEET nella fascia 15–29 anni, intorno al 14–16%, pari a circa 1,6–1,8 milioni di giovani (il dato che considera tutte le persone in età lavorativa è del 33,4%). Il confronto con la media dell’Unione Europea, circa 10–11%, evidenzia un divario stabile nel tempo. Nei Paesi del Nord Europa i valori scendono spesso sotto il 7–8%, mentre anche economie comparabili come la Germania restano sensibilmente sotto la soglia italiana.
Il punto non è solo la dimensione del fenomeno, ma la sua persistenza. Una parte dei giovani inattivi è temporaneamente fuori dai circuiti di studio o lavoro, ma una quota significativa ha interrotto anche la ricerca attiva di un impiego. È in questo passaggio che il fenomeno si stabilizza: dall’inattività transitoria a una condizione di esclusione più duratura dal mercato del lavoro.
Un elemento che spesso resta sullo sfondo riguarda il paradosso tra l’aumento dell’occupazione e l’ampiezza dell’inattività giovanile. Negli ultimi anni i dati sull’occupazione complessiva mostrano un miglioramento, ma questo non si traduce automaticamente in una riduzione proporzionale dei NEET. La crescita degli occupati convive con un’area consistente di giovani che non entra nel mercato del lavoro o ne esce senza consolidarsi. In altre parole, il sistema produce occupazione, ma non necessariamente inclusione giovanile stabile.
Questo scarto si spiega anche con la composizione dell’occupazione generata: una parte rilevante riguarda lavori a bassa intensità formativa, contratti brevi o settori a forte stagionalità, che non sempre intercettano la popolazione giovanile inattiva. Di conseguenza, l’aumento degli occupati non agisce in modo lineare sulla riduzione dei NEET.
Il tema si intreccia con il livello di istruzione. In Italia la quota di laureati nella fascia 25–34 anni resta intorno al 20–25%, contro una media europea superiore al 35–40%. Il divario con i Paesi del Nord Europa è ancora più ampio. Questo dato si riflette direttamente sulla capacità del sistema di assorbire competenze avanzate e sulla qualità dell’inserimento lavorativo.
Il risultato è una doppia frattura: da un lato una bassa incidenza di laureati rispetto all’Europa, dall’altro una quota elevata di giovani inattivi. Non si tratta solo di due fenomeni paralleli, ma di elementi che si rafforzano reciprocamente.
Il mercato del lavoro italiano presenta così una contraddizione strutturale. Da un lato le imprese segnalano difficoltà nel reperire profili qualificati, dall’altro una parte consistente di giovani resta fuori dal sistema produttivo o vi entra in modo intermittente. Il problema non è soltanto la disponibilità di posti di lavoro, ma la capacità di collegare in modo stabile formazione, competenze e occupazione.
Ciò che spesso non viene raccontato è proprio questo disallineamento tra indicatori. Il dato sull’occupazione, preso isolatamente, suggerisce un miglioramento del mercato del lavoro. Il dato sui NEET, invece, mostra una persistenza di esclusione giovanile. Le due dinamiche coesistono senza annullarsi a vicenda, restituendo un quadro più complesso di quanto i singoli indicatori suggeriscano.
L’inattività giovanile si concentra così in una zona intermedia che tende a stabilizzarsi nel tempo. Non è solo una fase di transizione, ma in molti casi una condizione che si prolunga oltre i tempi fisiologici dell’ingresso nel lavoro.
Il confronto europeo indica che questo esito non è inevitabile. Nei Paesi con livelli più bassi di NEET e più alta quota di laureati, la transizione tra scuola e lavoro è più rapida e strutturata, con una maggiore integrazione tra sistemi formativi e imprese.
Nel caso italiano, il problema non riguarda solo l’accesso al lavoro, ma la continuità dei percorsi che dovrebbero condurvi e la capacità del sistema di evitare che una parte dei giovani resti stabilmente fuori da entrambi i circuiti.
[Foto di Dim Hou da Pixabay]
Antonello Rivano