Animali al circo: uno spettacolo fuori tempo
di Annalisa Carleo
Il tendone si apre, le luci si accendono e l’elefante entra in pista sulle zampe posteriori.
Applausi.
È una scena che per generazioni ha significato “circo”.
Ma è anche una scena che dice molto di più su di noi che sugli animali che si esibiscono.
Oggi in Italia il dibattito sull’impiego degli animali nei circhi non è più una questione di contingenza.
La legge delega per la riforma dello spettacolo del 2022 prevede una progressiva dismissione dell’uso degli animali; tuttavia, l’approvazione del decreto legislativo di attuazione della stessa continua a subire proroghe.
Nel 2026, pertanto, nei tendoni italiani ci sono ancora tigri, leoni, cavalli, cammelli e scimmie.
Perché?
Il loro benessere è compresso nei metri della pista.
Il problema non è il singolo addestratore crudele.
È la struttura stessa.
Un leone in natura percorre decine di chilometri a notte, caccia, marca un territorio, vive in branco con gerarchie precise e complesse.
Nel circo vive in un trasportabile, si muove per pochi metri, si esibisce per minuti in comportamenti che non ha mai scelto.
I veterinari comportamentalisti lo chiamano “stress cronico da costrizione”.
L’animale non mostra ferite evidenti, ma riduce i comportamenti naturali, sviluppa stereotipie, ossia cammina in cerchio, si dondola, si morde le zampe.
Segnali che, per chi li sa leggere, sono chiari quanto una zampa rotta.
Il benessere animale non si misura solo con cibo e acqua.
Si misura con la possibilità di esprimere istintivamente, e non solo, il repertorio etologico della specie.
E una pista di tot metri di diametro non lo consente, per nessuna specie selvatica.
C’è poi il tema della snaturazione. Addestrare un orso a pedalare una bicicletta non è insegnargli qualcosa di utile alla sua specie.
È forzarlo a un comportamento estraneo per produrre stupore.
L’animale, suo malgrado, diventa simbolo e smette di essere un essere vivente.
L’elefante non è più un elefante, diventa “l’elefante del circo”. Perde il suo contesto e la sua connotazione etologica e sociale, e viene ricondotto a un fenomeno da baraccone: la sua funzione è far ridere, stupire, far paura in sicurezza.
È una forma di addomesticamento forzato che non ha lo scopo della convivenza, come è stato per il cane o il cavallo da lavoro.
Ha lo scopo dello spettacolo.
E quando il fine è l’intrattenimento, l’animale smette di essere soggetto e diventa oggetto scenico.
Dal punto di vista etico, il nodo fondamentale porta a chiedersi: abbiamo il diritto di costringere un essere senziente a una vita innaturale per il nostro divertimento?
La risposta per decenni è stata sì, perché “è sempre stato così”.
È l’argomento della tradizione, lo stesso che ha giustificato combattimenti con animali, zoo senza arricchimento ambientale, vivisezione senza limiti.
Oggi quella risposta non regge più!
La conoscenza sul dolore, sullo stress, sulla cognizione animale è aumentata, è diventata scienza.
Con essa è cambiata la percezione sociale. Oltre il 75% degli italiani, secondo i sondaggi Eurispes degli ultimi anni, è contrario all’uso di animali selvatici nei circhi. Non è animalismo estremo e radicale.
È la reazione di chi, vedendo un orso che balla, non prova più meraviglia ma disagio.
Culturalmente il circo con animali nasce nell’Ottocento, quando l’esotico era sinonimo di meraviglia e la distanza tra uomo e natura era enorme.
Oggi i luoghi esotici con relativa fauna li vediamo in documentari girati senza gabbie.
E i bambini, che una volta uscivano dal circo a occhi spalancati, oggi escono, molto spesso, con una sensazione di angoscia.
Resiste però un’idea di cultura popolare legata al tendone, alla famiglia circense, a un mestiere che si tramanda. E qui il tema smette di essere solo etico e assume una rilevanza sociale, imponendo la riflessione che, oltre al vietare, serve una riconversione.
I Paesi che hanno messo al bando gli animali nei circhi, Austria, Belgio, Olanda, parte della Spagna, hanno previsto fondi e percorsi per i circensi che passano al circo contemporaneo, fatto di acrobazie e tecnologia.
La pista senza animali non è vuota.
L’obiezione più comune è che “senza animali il circo muore”.
Ma il circo contemporaneo del Cirque du Soleil e delle centinaia di compagnie europee dimostra il contrario. Il rischio, il virtuosismo non spariscono. Cambia solo il protagonista della scena: dall’animale addestrato all’uomo che si mette in gioco e sfida i suoi limiti.
Forse è questo il punto. Un tempo andavamo al circo per vedere la natura dominata.
Oggi andiamo per vedere l’uomo che la sua natura la sfida.
Perché la natura la si può sì sfidare, ma mai addestrare.
Annalisa Carleo