Femminicidi: smettiamola di dire che servono solo nuove leggi
di Lucia Sforza
Dopo ogni femminicidio il copione si ripete identico. Politici, opinionisti e commentatori televisivi si precipitano davanti alle telecamere promettendo pene più severe, nuove norme e interventi straordinari. Per qualche giorno il Paese si indigna, i social si riempiono di slogan e hashtag, poi il silenzio torna a coprire tutto. Fino alla vittima successiva.
La verità è che l’Italia non soffre di una mancanza di leggi contro la violenza sulle donne. Negli ultimi anni il legislatore ha rafforzato gli strumenti a disposizione della magistratura e delle forze dell’ordine, introducendo procedure più rapide e aggravando le pene per numerosi reati legati alla violenza di genere. Eppure le donne continuano a essere uccise.
Questo dovrebbe spingerci a una riflessione scomoda: forse il problema non è soltanto giuridico.
Ogni volta che un uomo uccide una donna perché non accetta una separazione, un rifiuto o la fine di una relazione, non siamo di fronte a un raptus. Quella parola, troppo spesso utilizzata nel dibattito pubblico, finisce per attenuare le responsabilità dell’assassino e per trasformare un gesto deliberato in un’improvvisa perdita di controllo. Nella maggior parte dei casi, invece, il femminicidio è l’atto finale di un percorso fatto di minacce, umiliazioni, controllo ossessivo e violenza.
Il punto centrale è che molti uomini continuano a essere educati, direttamente o indirettamente, all’idea del possesso. Non possesso materiale, ma emotivo. L’idea che una compagna debba restare, che un rifiuto sia un affronto, che una donna che decide autonomamente della propria vita stia togliendo qualcosa a qualcuno. È una mentalità che non nasce in un giorno e che non scompare con una legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
Questo non significa giustificare i colpevoli. Al contrario. Significa riconoscere che la repressione da sola non basta. Uno Stato può punire un assassino, ma non può riportare in vita una vittima. Se si interviene soltanto dopo il delitto, si arriva sempre troppo tardi.
Serve una rivoluzione culturale che molti evocano ma pochi sono disposti a costruire davvero. Una rivoluzione che parta dalle famiglie, dalle scuole, dai mezzi di informazione e dai modelli che ogni giorno vengono proposti ai più giovani. Perché la violenza non nasce dall’amore. Nasce dal controllo, dalla frustrazione e dall’incapacità di accettare la libertà altrui.
Continuare a discutere esclusivamente di pene significa affrontare il sintomo senza curare la malattia. Ed è forse questa la più grande ipocrisia del dibattito italiano: fingere che basti una nuova legge per risolvere un problema che affonda le sue radici nella società stessa.
Ogni femminicidio dovrebbe costringerci a una domanda molto più difficile del semplice: «Quale pena infliggere?» Dovrebbe spingerci a chiederci perché, nel 2026, esistano ancora uomini convinti che una donna possa essere considerata una proprietà.
Finché non avremo il coraggio di rispondere seriamente a questa domanda, continueremo a contare le vittime e a ripetere le stesse promesse dopo ogni tragedia.
Lucia Sforza