Caccia: dal bisogno alla scelta


Caccia: dal bisogno alla scelta

Un tempo la caccia era sopravvivenza. Nei boschi dell’uomo preistorico, seguire le tracce di un cervo significava carne sulla tavola, pelli per coprirsi, ossa per costruire attrezzi. Ogni colpo andato a vuoto era una notte di fame. Era una necessità vitale, non uno sport.

Oggi lo scenario è capovolto.
I supermercati sono sotto casa, le catene del freddo garantiscono proteine tutto l’anno e le fibre sintetiche hanno sostituito le pelli.
La caccia non nutre più nessuno.
È rimasta una pratica, ma ha perso la sua ragione originaria.
È diventata gratuita, senza scopo di sussistenza.
Un gesto che si ripete per tradizione, per adrenalina, per rito.

Dunque, se un’azione non è più necessaria per vivere, su cosa si regge?
Sulla libertà individuale, dicono i sostenitori.
Sul diritto a gestire un ecosistema, aggiungono.
Ma la libertà finisce dove inizia la sofferenza di un altro essere senziente.
E i selvatici lo sono: provano paura, dolore e istinto di fuga.

La crudeltà sta nell’asimmetria.
Da una parte fucili di precisione, visori notturni e richiami elettronici.
Dall’altra un capriolo che fugge, un cinghiale ferito che trascina la zampa per chilometri prima di accasciarsi, una volpe che resta presa nella trappola per ore.
La morte non è quasi mai “pulita” come nei manuali.
È attesa, è sangue sulla neve, è un cucciolo che muore di fame perché la madre non torna alla tana.

Nel passato la caccia era una necessità: uccidevi solo se dovevi.
Nel presente, senza quel “dovere”, l’atto si svuota.

La caccia non è più sopravvivenza.
È scelta.
E una scelta fatta senza bisogno ha un solo nome: sadismo.

Uccidere quando hai già tutto è esercizio di potere. È decidere che la tua noia, il tuo ego, il tuo bisogno di sentirti “cacciatore” valgano più della vita di un essere che fugge, soffre, ha paura.
Braccare, spaventare, ferire, finire.
Non per fame.
Per gusto.

È crudeltà gratuita.
È trasformare la morte in trofeo.
È fotografarsi sorridenti sopra un corpo che respirava un minuto prima.
È insegnare ai figli che togliere la vita può essere un passatempo della domenica.

La natura non ha bisogno dei cacciatori per “equilibrarsi”.
Ha retto milioni di anni senza fucili. L’equilibrio lo rompiamo noi con le strade, il cemento e i rifiuti.
Poi spariamo agli animali e diciamo di “gestire”.
È ipocrisia.

Se puoi sfamarti senza uccidere, se puoi vestirti senza scuoiare, se puoi emozionarti senza sparare, allora ogni colpo che parte è una confessione. Confessi che non ti serve la carne. Ti serve il dominio. Ti serve vedere qualcosa di più debole crollare per sentirti più forte.

La caccia oggi non è tradizione. È anacronismo. È violenza trasformata in hobby. E una società civile dovrebbe vergognarsene, non normalizzarla.

Immagine di copertina: Foto di mtorben da Pixabay

Annalisa Carleo