Criminal profiling: scienza o mito televisivo?
di Lucia Sforza
Per molti, il criminal profiling è l’arte quasi magica di entrare nella mente di un assassino. Serie televisive, film e documentari hanno contribuito a costruire l’immagine del profiler come una figura capace di osservare una scena del crimine e, nel giro di pochi minuti, delineare età, professione, personalità e persino le abitudini dell’autore del reato.
La realtà, tuttavia, è molto meno spettacolare e molto più complessa.
Il criminal profiling rappresenta una tecnica investigativa che mira a elaborare ipotesi sulle caratteristiche comportamentali di un soggetto ignoto partendo dall’analisi della scena del crimine, delle modalità di esecuzione del reato e delle informazioni disponibili sugli eventi. Non si tratta di una scienza esatta e, soprattutto, non è uno strumento in grado di identificare automaticamente un colpevole.
È proprio qui che nasce uno dei più grandi equivoci alimentati dalla cultura popolare. Troppo spesso il profiling viene presentato come una sorta di formula matematica applicata alla criminologia. In realtà, il profiler non lavora con certezze assolute, ma con probabilità, correlazioni e modelli comportamentali costruiti attraverso anni di studio e osservazione.
La storia stessa del criminal profiling dimostra quanto sia importante mantenere un approccio prudente. Nato e sviluppato soprattutto negli Stati Uniti, grazie al lavoro di investigatori e psicologi che analizzavano i serial killer, il metodo ha fornito contributi significativi in numerose indagini. Tuttavia, non sono mancati errori, valutazioni inesatte e profili che hanno condotto gli investigatori verso piste sbagliate.
Per questo motivo, molti esperti rifiutano l’idea del profiler come figura quasi infallibile. Il profiling è utile quando viene integrato con prove scientifiche, attività investigative tradizionali, analisi forensi e raccolta di testimonianze. Diventa invece pericoloso quando viene considerato una scorciatoia o, peggio ancora, una verità assoluta.
Negli ultimi anni, il dibattito scientifico si è fatto ancora più acceso. Alcuni studiosi ritengono che il criminal profiling debba essere continuamente sottoposto a verifiche empiriche e standard metodologici rigorosi. Altri ne evidenziano l’utilità pratica, soprattutto nei casi in cui le informazioni disponibili siano limitate e sia necessario restringere il campo dei sospettati.
La questione centrale, dunque, non è stabilire se il profiling funzioni o meno. La vera domanda è un’altra: come deve essere utilizzato?
In un’epoca in cui l’opinione pubblica è sempre più affascinata dalla psicologia criminale, esiste il rischio di attribuire a questa disciplina capacità che non possiede. Il profiler non legge la mente, non prevede il futuro e non risolve un’indagine da solo. È un professionista che analizza comportamenti umani complessi e cerca di trasformare elementi apparentemente disordinati in ipotesi investigative plausibili.
Forse il successo mediatico del criminal profiling nasce proprio da questo: l’idea che il male possa essere compreso, classificato e persino anticipato esercita un fascino irresistibile. Ma il crimine, come l’essere umano, raramente segue schemi perfetti.
Per questo, il criminal profiling dovrebbe essere considerato per ciò che realmente è: non una bacchetta magica investigativa, ma uno strumento sofisticato, utile e affascinante che può aiutare a comprendere il comportamento criminale senza mai sostituire il rigore delle prove e dell’indagine.
Lucia Sforza