10 luglio 1976, Seveso e quei quattordici giorni di silenzio


Seveso, 10 luglio 1976

Di Sara Piccardo

Si dice che è sempre bello imparare parole nuove, nuovi concetti. Ma nel luglio di cinquant’anni fa, gli italiani furono costretti ad apprendere termini che avrebbero preferito continuare ad ignorare.

Diossina. Disastro ecologico. Catastrofe ambientale.

Per capire come questa terminologia entrò a far parte del nostro vocabolario, dobbiamo tornare indietro a un sabato di luglio del 1976, il 10, per la precisione.

Poco dopo mezzogiorno, dallo stabilimento ICMESA di Meda, comune della periferia milanese, si levò una nube tossica composta di diossina, o per essere precisi, di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (questo il nome chimico della sostanza). Il vento spinse la nube tossica verso sud, investendo i comuni di Meda, Cesano Maderno, Desio e Seveso. Fu quest’ultimo il più colpito, motivo per il quale nella memoria collettiva è rimasto impresso come “disastro di Seveso”.

Ma cosa era successo all’ICMESA?

Nella fabbrica produttrice di diserbanti e affini, di proprietà di una controllata del gruppo elvetico Hoffmann-La Roche, andò in avaria il sistema di controllo di uno dei reattori, causando l’aumento della temperatura interna, che raggiunse i 250 gradi, superando di ben ottanta gradi il limite previsto per la lavorazione. Fu questo a provocare una modifica nelle reazioni chimiche che portò alla formazione della diossina. L’esplosione di un disco di rottura, sottoposto ad un’eccessiva pressione, fece il resto: la nube tossica, come abbiamo visto, si disperse nell’area circostante, colpendo i paesi limitrofi.

Gli abitanti di Seveso e dintorni si accorsero subito che qualcosa di grave era successo. A insospettirli fu in primis l’odore nauseabondo che si diffuse nell’aria. Poi arrivarono le infiammazioni agli occhi e alla pelle (cloracne), piante ed ortaggi seccarono improvvisamente, uccelli ed altri animali di piccola taglia morivano senza spiegazione apparente.

Ce n’era abbastanza per rendersi conto della gravità della situazione, ma come al solito nel nostro Paese, i tempi si dilatarono. Le prime ordinanze dei sindaci volte a limitare la contaminazione (divieto di toccare e ingerire ortaggi del territorio ecc.) arrivarono solo il 15 luglio, ben cinque giorni dopo l’incidente. I giornali ne parlarono una settimana dopo, le ammissioni del gruppo proprietario dello stabilimento tardarono ben nove giorni.

Il 24 luglio ebbe avvio l’evacuazione della zona più colpita (definita dalle ordinanze “zona A”), quella in cui la concentrazione di diossina risultò maggiore. Nel complesso, furono 676 gli abitanti del comune di Seveso ad essere evacuati tra la fine di luglio e i primi di agosto. La maggior parte ritornò alle proprie abitazioni solo alla fine dell’anno successivo.

La cloracne, cui abbiamo già accennato, colpì circa 240 persone, in gran parte bambini. Fortunatamente non vi furono decessi, ma l’impatto del disastro sulla salute di popolazione e territorio è ancora oggi materia di dibattito e studio. Basti pensare che nella famigerata zona A, durante le operazioni di bonifica, il terreno venne asportato fino a una profondità di ottanta centimetri.

Quello che colpisce – e fa particolarmente male – di questa vicenda sono quei 14 giorni intercorsi tra l’”incidente” e le prime evacuazioni. Due settimane. Due settimane durante le quali i bambini sviluppavano ustioni e cisti, gli animali domestici morivano, la vegetazione seccava. E gli abitanti delle zone colpite venivano lasciati soli, a respirare aria contaminata da una delle sostanze più tossiche in circolazione. Questo, a nostro parere, è il dato più sconcertante. Nonostante i segnali che definire allarmanti è un eufemismo, ci vollero due settimane per cominciare a mettere in salvo le persone. A pensarci bene, anche sconcertante, in questo caso, è un eufemismo bello e buono.

Sara Piccardo