La casa è diventata un lusso? I giovani italiani e la crisi abitativa
La casa è diventata un lusso?
In Italia diventare adulti è un’esperienza straordinaria. Non perché si conquistino nuove libertà, ma perché si scopre che il primo vero miracolo richiesto dallo Stato non è trovare lavoro. È trovare una casa.
Una volta bastavano uno stipendio, tanta buona volontà e qualche sacrificio. Oggi serve molto di più: un contratto a tempo indeterminato che nessuno offre, uno stipendio che nessuno paga, un garante che guadagni più del Presidente della Repubblica, tre mensilità anticipate, una cauzione, una fideiussione bancaria e, possibilmente, anche una raccomandazione divina.
Il tutto per aggiudicarsi un monolocale grande quanto una cabina telefonica, rigorosamente definito nell’annuncio “accogliente soluzione open space”. Una definizione elegante per dire che, se apri il frigorifero, urti il letto.
Poi ci si chiede perché i giovani italiani lascino il Paese o continuino a vivere con i genitori fino a trentacinque o quarant’anni. La risposta arriva puntuale, come sempre, dai professionisti della retorica: “I ragazzi di oggi non vogliono fare sacrifici”.
Già. Perché evidentemente lavorare otto ore al giorno, spesso con contratti precari, stipendi insufficienti e prospettive incerte, è considerato un passatempo. Il vero problema, a quanto pare, è che non rinunciano abbastanza al cappuccino del mattino.
Negli ultimi anni ci hanno spiegato che il mercato si autoregola. Una teoria affascinante, peccato che sembri autoregolarsi sempre nella stessa direzione: verso l’alto. Salgono gli affitti, salgono i mutui, salgono i prezzi degli immobili. L’unica cosa che continua ostinatamente a non salire sono gli stipendi.
Ma tranquilli, la politica ha sempre la soluzione pronta. Si convoca un tavolo tecnico, si istituisce una commissione, si presenta un piano strategico dal nome altisonante e, qualche mese dopo, si annuncia un altro tavolo tecnico per discutere del precedente. Nel frattempo, il proprietario dell’appartamento ha già aumentato il canone di altri duecento euro.
La casa, ci ripetono, è un diritto. Un principio nobile, sancito indirettamente dalla nostra Costituzione attraverso la tutela della dignità della persona e dell’uguaglianza sostanziale. Nella pratica, però, quel diritto assomiglia sempre più a un premio fedeltà riservato a chi ha avuto la fortuna di nascere nel momento giusto, nella famiglia giusta o con il conto corrente giusto.
E così assistiamo al paradosso italiano: un Paese che invita continuamente i giovani a costruire il proprio futuro, salvo poi rendere impossibile perfino decidere dove dormire.
Nel frattempo, il mercato immobiliare continua a prosperare. Gli appartamenti diventano investimenti, gli affitti brevi rendono più degli affitti tradizionali e interi quartieri si trasformano in alberghi diffusi. Chi cerca una casa per viverci scopre di essere meno interessante di un turista che rimarrà quarantotto ore.
Poi arriva la domanda che viene rivolta a ogni trentenne: “Quando vai a vivere da solo?”
Forse sarebbe il caso di rivolgerne un’altra allo Stato: quando permetterete ai giovani di poterselo permettere?
Perché l’impressione è che l’Italia non stia combattendo la fuga dei cervelli. Li stia semplicemente accompagnando alla porta, con una valigia in una mano e un contratto d’affitto impossibile nell’altra.
Lucia Sforza