Corrida: un massacro vestito da cultura
Corrida: un massacro vestito da cultura
Ogni anno, migliaia di tori vengono torturati e uccisi in nome della “tradizione”. Li chiamano fiesta nacional, arte, spettacolo. Noi li chiamiamo con il loro vero nome: crudeltà legalizzata.
Basta.
La corrida nasce nel XVIII secolo in Spagna, ma le sue radici affondano nei giochi romani e nelle lotte tra uomo e animale. Per secoli è stata venduta come prova di coraggio, di dominio dell’uomo sulla bestia, di eleganza.
In realtà è l’esatto contrario: è la messa in scena metodica della sofferenza.
Prima le puyas per fiaccare i muscoli del collo.
Poi le banderillas per provocare dolore e rabbia. Infine la spada, che spesso non uccide subito. Il toro muore dissanguato, nel fango e tra gli applausi.
Nelle 48 ore precedenti allo spettacolo va in scena un calvario che nessuno vede.
Prima degli applausi e delle luci, c’è il buio.
Nelle 48 ore precedenti la corrida, il toro subisce un percorso studiato per spezzarlo.
Viene strappato dal pascolo e caricato su camion, ore di viaggio stipato, senza acqua.
Arrivato nell’arena, viene chiuso in un chiquero, un box stretto, al buio, isolato dagli altri.
Rumori, urla, odore di sangue lo disorientano. È fatto apposta: deve arrivare impaurito e confuso.
Nelle ore prima gli vengono tagliati e limati i corni, per renderli meno pericolosi. Gli vengono unti gli occhi con vaselina per offuscare la vista. Gli vengono riempite le narici di sostanze irritanti. Gli vengono date botte alle reni e alle zampe per fargli perdere equilibrio.
Gli viene rasato il pelo intorno alle ferite future, così il sangue colerà meglio per lo spettacolo.
A volte gli vengono somministrati lassativi o sostanze per fiaccarlo.
Entra nell’arena già ferito, già stanco, già terrorizzato.
Non è una “lotta alla pari”. È un’esecuzione annunciata, preparata a tavolino.
Quello che il pubblico chiama “coraggio” inizia molto prima della prima.
Inizia con la crudeltà.
Non è arte. L’arte non ha bisogno di far urlare una creatura per 20 minuti.
Non è cultura. La cultura eleva, non degrada.
È violenza. E la violenza, anche se ha 300 anni, resta violenza.
Ci sono paesi dove la vergogna è finita
Il mondo sta voltando pagina. Lentamente, ma la sta voltando.
La corrida è vietata o fortemente limitata in:
- Catalogna, Spagna, dal 2010. Il Parlamento catalano l’ha abolita con una legge.
- Isole Canarie, dal 1991.
- Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Ecuador, Guatemala, Nicaragua, Panama, Uruguay e Venezuela: la corrida è vietata o non viene mai praticata.
- Francia: vietata dove non esiste una “tradizione locale ininterrotta”. In pratica sopravvive solo in quattro dipartimenti del sud.
- Portogallo: è legale, ma è vietato uccidere il toro nell’arena. Resta comunque uno sfinimento.
Dove resiste ancora
- Spagna: Madrid, Siviglia, Pamplona. Sussidiata con soldi pubblici e trasmessa in TV.
- Messico: ancora legale in molti Stati, anche se diverse città, come Città del Messico, l’hanno vietata.
- Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela: con alti e bassi, tra proteste e deroghe.
- Francia meridionale: Nîmes, Arles, Bayonne.
Dove è stata abolita, i dati sono chiari: il turismo non è crollato. Le arene sono diventate sale da concerto, musei, centri civici. La “tradizione” ha trovato forme che non costano sangue.
Ci sono bugie che vanno smontate
1. “È tradizione”.
Anche la schiavitù e i duelli lo erano. Una tradizione ingiusta va superata, non celebrata.
2. “È per il bene della razza del toro da combattimento”.
Falso. Senza corrida questa razza non esisterebbe, perché è stata creata solo per morire in arena. Non è conservazione. È allevamento per il macello-spettacolo.
3. “È arte”.
L’arte non tortura. L’arte non sceglie una vittima che non può scappare né difendersi.
La corrida va condannata con fermezza come ogni spettacolo che si basa sulla sofferenza animale.
Vanno condannati i governi che continuano a finanziare con denaro pubblico un business in perdita, solo per paura di scontentare una lobby.
Va condannato chi si nasconde dietro la parola “cultura” per giustificare l’inaccettabile.
Non esiste un modo “etico” di uccidere un animale per divertimento.
Non esiste un “torero buono”.
Esiste solo un toro che non ha scelto di essere lì.
Il XXI secolo non ha bisogno di gladiatori. Ha bisogno di civiltà.
E la civiltà inizia quando smettiamo di applaudire al dolore.
Annalisa Carleo