È morto Varenne. Se ne va il Capitano, resta la leggenda


È morto Varenne. Se ne va il Capitano, resta la leggenda

Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 2026, all’allevamento LJ di Eboli, un infarto ha spento Varenne.
Aveva 31 anni. Un’età incredibile per un trottatore, che vale tre vite umane.

Non è morto un cavallo. È morto un pezzo di storia dello sport italiano.

La storia: da puledro scartato a mito planetario.

Varenne nasce il 19 maggio 1995 a Copparo, in provincia di Ferrara, presso l’Allevamento di Zenzalino di Sandro Viani. Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice Ialmaz. Baio oscuro, con una stella bianca in fronte. Il nome gli viene dato da Rue de Varenne, la via di Parigi dove c’è l’Ambasciata italiana.

La sua storia inizia male. Nasce con un problema a un posteriore, sembra fragile, viene venduto per pochi milioni in Francia a Jean-Pierre Dubois, si frattura e resta fermo sei mesi. Per molti è finita prima di iniziare.

Poi, nel 1998, l’incontro che cambia tutto. L’imprenditore napoletano Enzo Giordano, scomparso anche lui nel maggio 2025, lo compra per 180 milioni di lire e lo affida a Jori Turja, allenatore, a Giampaolo Minnucci, il suo driver di una vita, e a Lina Rastas, la groom che lo accudiva 24 ore su 24.

Esordisce il 4 aprile 1998 a Bologna: rompe, viene squalificato, ma rimonta in modo assurdo. Il 30 aprile vince la prima a Tor di Valle. E da lì non si ferma più.

73 corse disputate, 62 vittorie, oltre 6.035.665 euro vinti: è ancora oggi il trottatore più ricco della storia.

Il suo palmarès è irripetibile:

  • Derby Italiano di Trotto 1998
  • Grand Prix d’Amérique a Parigi 2001 e 2002
  • Gran Premio Lotteria di Agnano 2000, 2001, 2002
  • Elitloppet a Stoccolma 2001 e 2002
  • Breeders Crown negli USA 2001
  • Trot Mondial a Montreal 2002

Nel 2001 è stato l’unico cavallo al mondo a vincere nello stesso anno Amerique, Lotteria, Elitloppet e Breeders Crown. L’unico trottatore nominato Cavallo dell’Anno in tre Paesi diversi: Italia, Francia e USA.

La pensione da Re, a Vigone e poi a Eboli.

L’ultima corsa è il 28 settembre 2002 a Montreal. Poi il ritiro.

Non finisce dimenticato. Inizia la seconda carriera da stallone riproduttore, prima al centro Il Grifone di Vigone (Torino), poi in Svezia alla Menhammar Stuteri e, negli ultimi anni, all’allevamento LJ di Dario De Angelis a Eboli (Salerno), dove è morto.

Oltre 2.000 figli. Un pellegrinaggio continuo di appassionati che andavano solo per vederlo mangiare una carota e accarezzarlo. Era diventato ambasciatore dell’ippica italiana, più famoso di tanti calciatori.

Una riflessione personale sul “personaggio”

Varenne non era solo il più veloce. Era il più elegante.

Non aveva bisogno di fruste o di urla. Minnucci lo guidava con due dita. Partiva piano, lasciava sfogare gli altri e poi li passava al largo, in terza ruota, come se gli altri fossero fermi. Sembrava dire: “Io non corro contro di voi, io corro da solo”.

In un’Italia che nel 2001-2002 viveva di scandali e di TV urlata, lui era silenzio e potenza. Non ha mai tradito, non ha mai mollato, non ha mai fatto una polemica.

E forse per questo lo abbiamo amato così tanto. Perché era l’opposto di tutto quello che non funziona in questo Paese: serio, professionale, leale, umile.

Era soprannominato “Il Capitano”. Non perché comandava. Perché si prendeva la responsabilità. Sempre.

Oggi la pista è più vuota. Ma chi lo ha visto una volta a Napoli, sotto la pioggia, con 10.000 persone che gridavano “Varenne! Varenne!” non lo dimenticherà mai.

Corri libero, Capitano. Lassù non ci sono più sulky. Solo vento.

Ciao Capitano.

Annalisa Carleo