Ci sono violenze che non finiscono

Ci sono violenze che non finiscono

di Marco Ferri

Ci sono violenze che finiscono nel momento in cui accadono. E ce ne sono altre che continuano, anche quando nessuno le vede più. Restano nella memoria, nei rapporti con gli altri, nel modo in cui si guarda a se stessi. Non è una frase ad effetto: è ciò che suggeriscono, con la freddezza dei numeri, gli ultimi dati dell’Istat sulla violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta.

La nuova indagine sulla sicurezza delle donne, condotta tra marzo 2025 e gennaio 2026, racconta che il 14,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni. Tra le donne italiane la percentuale è del 15,3%, circa tre milioni di persone. Un numero enorme, ma che da solo non racconta ancora tutto.

Il dato che dovrebbe farci fermare un momento è quello che mette in relazione l’infanzia con l’età adulta. Tra le donne italiane che non hanno subito violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, il 31,9% dichiara di averne subita almeno una dopo i 16 anni. Tra quelle che invece hanno vissuto una violenza nell’infanzia, la quota sale al 57,2%. Per le donne straniere si passa dal 27,4% al 56,8%. Sono associazioni statistiche, non sentenze sul destino di una persona. Ma sono associazioni troppo importanti per essere ignorate.

Ed è qui che, a mio avviso, il rapporto Istat smette di essere soltanto una raccolta di statistiche e diventa una domanda rivolta alla società. Quando parliamo di violenza sulle donne, infatti, siamo portati a guardare soprattutto all’età adulta: la coppia, la separazione, la denuncia, i centri antiviolenza, i tribunali, fino alle tragedie più estreme. Tutto questo è necessario. Ma se una parte delle storie comincia molto prima, allora forse continuiamo a intervenire quando il danno è già diventato visibile.

C’è poi un particolare che rende il quadro ancora più difficile da accettare. Prima dei 16 anni la violenza arriva prevalentemente da persone conosciute. Tra le donne italiane il 13,5% dichiara di aver subito violenza fisica e/o sessuale da una persona conosciuta, mentre la quota riferita agli sconosciuti è del 2,1%. Tra le straniere le percentuali sono rispettivamente dell’11,2% e dello 0,6%. Tra le persone conosciute hanno un peso anche i genitori: padre o patrigno sono indicati dal 2,7% delle italiane e dal 3,7% delle straniere.

È un dato che dovrebbe farci mettere da parte una delle immagini più comode della violenza: quella del pericolo che arriva da fuori, da qualcuno che non conosciamo. A volte il pericolo è dentro una relazione di fiducia. E quando chi dovrebbe proteggerti è anche chi ti fa del male, trovare le parole per raccontarlo può diventare quasi impossibile.

Lo conferma un altro numero: oltre il 58% delle donne che hanno subito violenza sessuale durante l’infanzia non ne ha parlato con nessuno. Non sappiamo cosa ci sia dietro ogni singolo silenzio. Possiamo però immaginare paura, vergogna, dipendenza, confusione, timore di non essere credute. E possiamo capire quanto sia difficile, per una persona molto giovane, dare un nome a qualcosa che sta accadendo proprio nell’ambiente nel quale dovrebbe sentirsi al sicuro.

L’Istat fotografa anche la violenza assistita: il 10,4% delle donne dichiara di aver visto durante l’infanzia violenze verbali o fisiche tra i genitori oppure umiliazioni e denigrazioni rivolte ai fratelli. Anche questo è un dato che merita di uscire dalla tabella e tornare alla vita reale. Perché assistere alla violenza significa crescere dentro un ambiente nel quale la violenza esiste, viene ascoltata, vista, respirata. E l’indagine rileva che le donne che da piccole hanno assistito sia a violenza verbale sia fisica sono anche quelle che più frequentemente hanno subito direttamente violenze fisiche o sessuali.

C’è però una cosa che non dobbiamo fare davanti a questi numeri: trasformarli in una condanna. Una bambina che subisce violenza non è destinata a diventare una donna vittima di violenza. Il dato Istat non dice questo. Mostra piuttosto una relazione e ci dice quanto possa essere importante intervenire presto.

Ed è forse proprio qui che dovremmo spostare una parte della discussione sulla prevenzione. Non soltanto sul momento della denuncia, quando una donna adulta riesce finalmente a dire quello che le sta accadendo. Ma sulla capacità di riconoscere prima i segnali, di ascoltare, di non minimizzare, di creare intorno a una persona giovane una rete di adulti capaci di accorgersi che qualcosa non va.

La violenza non è sempre un episodio che arriva, esplode e poi scompare. A volte diventa una parte nascosta della biografia di una persona e torna a farsi sentire molti anni dopo. Per questo i quasi tre milioni di donne italiane che dichiarano di aver subito violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni non sono soltanto una statistica del passato. Sono una parte della società di oggi. E forse è proprio questo il dato che dovremmo avere più difficoltà a dimenticare.

Marco Ferri