{"id":11511,"date":"2022-01-23T08:00:00","date_gmt":"2022-01-23T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.istitutogalanteoliva.it\/magazine\/?p=11511"},"modified":"2022-01-23T09:41:54","modified_gmt":"2022-01-23T08:41:54","slug":"secondo-dopoguerra-a-salerno-fatti-vicende-personaggi-protagonisti-dell-organizzazione-operaia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.istitutogalanteoliva.it\/magazine\/2022\/01\/23\/secondo-dopoguerra-a-salerno-fatti-vicende-personaggi-protagonisti-dell-organizzazione-operaia\/","title":{"rendered":"Secondo dopoguerra a Salerno : fatti, Vicende, personaggi, protagonisti dell\u2019 organizzazione operaia"},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\">La nascita, lo sviluppo, il consolidamento dell\u2019organizzazione politico e sindacale proletaria a Salerno furono dovuti all\u2019impegno, strenuo ed appassionato, di vari operai e lavoratori, di cui oggi si \u00e8 perduta quasi del tutto la memoria e che invece svolsero, in quegli anni difficili, un ruolo importante e di primissimo piano in rappresentanza dei nuclei industriali che erano sorti nell\u2019area urbana di Salerno.<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">Nel maggio del 2008 ebbi un incontro, lungo e affettuoso, con Nin\u00ec Di Marino, ed ho pensato, in questa circostanza, di attingere abbondantemente ai suoi ricordi personali per ritessere una trama su alcune delle principali vicende politiche e sociali di quegli anni e dei peculiari riflessi che si sono avuti nella nostra area territoriale. Una lettura che, in qualche maniera, arricchisce il quadro d\u2019insieme consentendoci di decifrare l\u2019anima dei fatti dal versante del ruolo di uomini semplici e combattivi, costruttori della democrazia, mai tuttavia assorti al clamore delle cronache. Un arricchimento testimoniale che trasuda di varie vicende individuali che poi convergono tutte nella storia pi\u00f9 generale del movimento operaio e popolare. Seguendo la traccia della memoria di quegli anni difficili, va detto in premessa che Salerno era tutt\u2019altra cosa rispetto a ci\u00f2 che poi \u00e8 diventata. La citt\u00e0 finiva a Portanova. Tutta la zona fino alla Stazione era l\u2019area industriale. La Rinaldi, tre o quattro Pastifici dove si producevano le paste di migliore qualit\u00e0 in Italia, poi il gasometro, a Piazza della Concordia. Nel mezzo la caserma ufficiali, che poi -verso la fine della seconda guerra mondiale- verr\u00e0 quasi completamente distrutta da un bombardamento alleato.<\/p>\n\n\n\n<p> C\u2019era infine la stazione. Ora questo ristretto nucleo industriale di Salerno aveva dei punti produttivi per quel tempo di un qualche rilievo. C\u2019erano le concerie e i conciaioli, tra i quali si distingueva la figura di Raffaele Visconti, un operaio dal fisico grande e possente, bruno di viso e carnagione, pieno di energia, che per tanti anni aveva lavorato in fabbrica conquistando un grande prestigio tra gli operai anche durante il buio periodo del regime fascista, nel pieno della dittatura. Aveva senz\u2019altro militato, all\u2019inizio della sua esperienza lavorativa, nel sindacato della CGIL e poi aveva vissuto sotto il fascismo dovendo, come d\u2019altronde tutti allora, aderire al sindacato di regime. <\/p>\n\n\n\n<p>Aveva comunque conservato un grande prestigio ed uno straordinario rispetto tra i suoi compagni di lavoro al punto da essere, anche nel periodo di blocco e scioglimento dell\u2019organizzazione sindacale tradizionale, il vero, autorevole interlocutore del padrone per ogni vicenda relativa alla vita ed alle condizioni di lavoro in fabbrica. Raffaele Visconti, e con lui Carmine Laulonio, Siniscalchi, dal volto volpino e dalla struttura fisica pi\u00f9 piccola e minuta, uomo acuto&nbsp; ed intelligente, abituato a porre questioni problematiche nelle discussioni e, non di rado, ad indicare al contempo intelligenti soluzioni. C\u2019erano poi altri operai, importanti punti di riferimento per i loro compagni. Al Cementificio lavorava Filippelli, di origine siciliana, protagonista nell\u2019immediato dopoguerra di svariati importanti episodi di organizzazione. Il 15 luglio &nbsp;del 1948, all\u2019indomani dell\u2019attentato a Togliatti, il Cementificio ebbe un ruolo negativo in quanto non partecip\u00f2, come ci si attendeva, nella misura auspicata, allo sciopero spontaneo di protesta contro l\u2019attentato al leader comunista. Erano gi\u00e0 giunti al concentramento alcune centinaia di lavoratori, ma era ben poca cosa rispetto alla gravit\u00e0 del momento e alle necessit\u00e0 dell\u2019ora. I partiti di sinistra salernitani e l\u2019organizzazione sindacale facevano molto affidamento sui rinforzi del Cementificio ed invece da quell\u2019impianto si present\u00f2, pressoch\u00e9 da solo, Filippelli. Allora il cementificio contava tra i 300 \u2013 400 operai. Achille Signorile, quando la polizia inizi\u00f2 a schierarsi, invi\u00f2 il segnale cos\u00ec da accogliere le forze dell\u2019ordine con una marea di fischi. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"216\" height=\"271\" src=\"https:\/\/www.istitutogalanteoliva.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/Gaetano_Di_Marino_daticamera-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-11514\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>La polizia non aspettava altro per effettuare la carica. Nel fuggi fuggi generale si cercava di sottrarsi alla caccia delle camionette. Ricorda <a href=\"http:\/\/www.istitutogalanteoliva.it\/2016\/03\/05\/gaetano-di-marino\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Di Marino<\/a> che Pietro La Veglia fu inseguito fino a Corso Vittorio Emanuele e l\u00e0 raggiunto, preso e picchiato selvaggiamente. C\u2019erano poi le Cotoniere Meridionali, il principale complesso manifatturiero del tempo, l\u2019industria tessile da cui vennero ciclicamente prelevati quadri destinati col tempo alla direzione del lavoro politico e sindacale. Tale ad esempio fu il destino di Alfonso Dragone, operaio tessile diventato poi funzionario di partito alla Federazione Comunista Salernitana. Con lui Barba, Maria Turco, poi sposa di Nino Turco, in seguito trasferitosi a Napoli. Si arriv\u00f2 cos\u00ec, pi\u00f9 avanti negli anni, a met\u00e0 degli anni \u201950, a quella grande e lunga battaglia contro la chiusura delle Cotoniere Meridionali. Una lotta che, per quel tempo, vide la manifestazione di un diffuso sostegno politico, sindacale, sociale ed istituzionale. La citt\u00e0 si strinse generosamente attorno agli operai minacciati di licenziamento. Il Vescovo celebr\u00f2 la Messa in fabbrica e dalla collinetta di rimpetto alle Cotoniere salirono Di Marino e D\u2019Arezzo, allora Segretario della Democrazia Cristiana. I due Segretari del Pci e della Dc si strinsero la mano tra gli applausi degli operai, come a suggellare la piena intesa tra di loro e l\u2019impegno comune in difesa del lavoro. Tra i panettieri c\u2019era Alberto Pappalardo, del Centro Storico. Gli scioperi dei Panettieri in quel tempo erano terribili, data l\u2019importanza decisiva del pane per l\u2019alimentazione della popolazione. <\/p>\n\n\n\n<p>Questi personaggi erano i capi di un nucleo operaio piccolo ma significativo e si trattava di compagni di grande prestigio. Dopo il referendum del 1946, ci fu l\u2019impegno a favorire l\u2019elezione di Raffaele Visconti al consiglio Comunale. Tutto sembrava risolto, quando sorse il problema, al momento insormontabile, che Visconti non sapeva n\u00e9 leggere n\u00e9 scrivere. Allora ci fu chi si mise ad aiutarlo almeno a tracciare la propria firma. Bastava ci\u00f2, questo piccolo accorgimento, per superare il problema. Visconti, Filippelli, i conciari, i lavoratori&nbsp; dei mulini abitavano, in buona parte, alle case Popolari, di fronte al vecchio Stadio \u201cVestuti\u201d. Case popolari costruite dal fascismo e che avrebbero dovuto essere assegnate agli operai. Un\u2019area, quella delle Case Popolari, destinata perci\u00f2 col tempo a diventare area rossa, con attivisti ed elettori di Sinistra. Quest\u2019insieme di rapporti politici ed umani erano particolarmente importanti. Si creava una relazione ed una fervida dialettica, ed anche una crescita comune tra questo nucleo operaio, alcuni intellettuali, fasce del ceto medio e giovani studenti che iniziavano ad orientarsi a sinistra. L\u2019insieme di queste forze, di diversa estrazione e provenienza, fu il nucleo promotore che diede vita al movimento operaio del periodo dell\u2019immediato &nbsp;secondo dopoguerra e degli anni 50 e poi 60.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p> C\u2019era inoltre una forte presenza socialista, che aveva come leader indiscussi uomini di grande profilo come Luigi Cacciatore e suo fratello Cecchino, molto attivi e presenti, assai vicini ai comunisti. Era il tempo in cui si dibatteva molto sulla necessit\u00e0 di un\u2019unica forza della sinistra, argomento che ciclicamente riappare e si ripropone, con maggiore o minore intensit\u00e0, forza e speranza. Quando si scendeva dal Municipio ci si vedeva Cecchino, Visconti, altri operai. L\u00e0 ci s\u2019incontrava e si discuteva animatamente la sera fino a tardi. Un\u2019altro organismo assai importante era il Consiglio delle Leghe, luogo ove si riunivano, con frequente periodicit\u00e0, i rappresentanti delle diverse aziende. Allora l\u2019organizzazione sindacale era, naturalmente, ancora allo stato grezzo e assai approssimativa. Il Consiglio delle Leghe era per cos\u00ec dire una specie di \u201cParlamento Operaio\u201d. <\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019organismo si riuniva alla Camera del Lavoro, allora collocata di fronte alla statua di Giovanni Amendola, nei pressi delle attuali Poste. E in genere succedeva che a quelle assemblee, non di rado vocianti, confuse ed animate, partecipassero, sospinti dalla curiosit\u00e0, gruppi di giovani che erano stati attratti dal movimento socialista e comunista. Si seguivano con attenzione i dibattiti nei quali, puntualmente, l\u2019estremista di turno esplicitava tutte le sue perplessit\u00e0 sull\u2019inutilit\u00e0 della lotta democratica e di massa proponendo forme di azione pi\u00f9 estreme quali lo sciopero totale nei servizi di erogazione dell\u2019acqua e del gas, e magari del pane. Queste alcune esperienze iniziali di vita democratica. Poi sopraggiunsero le prime lotte in difesa dell\u2019occupazione. In un quadro di divisione secca dell\u2019Italia in due, l\u2019attivit\u00e0 dei mulini salernitani procedeva piuttosto bene. I pastai ed i mugnai salernitani fornivano quasi tutta l\u2019Italia Meridionale, Il Nord era autosufficiente e stava per i fatti suoi. Le forze della sinistra furono impegnate duramente soprattutto a fermare l\u2019ondata di licenziamenti che si stava preparando nei vari settori produttivi e che sfoci\u00f2 in particolare nella grande vertenza delle Cotoniere, ove erano stati preannunciati i licenziamenti tra tutti pi\u00f9 massicci. <\/p>\n\n\n\n<p>La Scaramella fu occupata. Il Partito, assieme al Sindacato, organizzava direttamente il sostegno agli operai in lotta. Lucia Di Marino, Mary Chieffi e altre compagne andavano in fabbrica a portare di nascosto dalla polizia il cibo per aiutare gli operai nella resistenza. Le prime esperienze di lotta e di impegno politico e civile anche di donne che si erano schierate a sinistra. Queste le figure di un qualche rilievo di quel periodo. E, per l\u2019essenziale, il quadro della Citt\u00e0 di Salerno. Appena fuori dal capoluogo, a Vietri sul Mare, \u201cla Stalingrado salernitana\u201d, era allocata la Vetreria Ricciardi, 400 operai, tra i quali primeggiava la figura di Arturo Belmonte, piccolo e minuto ma con un\u2019intelligenza ed una capacit\u00e0 politica di prim\u2019ordine. Quando prendeva la parola, nelle riunioni di Lega o di Comitato federale, centrava sempre il cuore dei problemi, anche nelle occasioni in cui si discuteva di temi rilevanti di politica internazionale. Dati i tempi, non poteva naturalmente possedere una grande cultura, ma aveva un intuito politico straordinario. Al suo fianco D\u2019Arienzo, un altro operaio molto acuto, intelligente, brillante e coraggioso. C\u2019era poi Giovanni Di Mauro, il cui fratello era corrispondente de \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d, che poi torner\u00e0 a Roma. E poi altri ancora. La Vetreria Ricciardi, in pieno funzionamento, era uno spettacolo straordinario! Il proprietario delle Vetrerie Ricciardi era parente di Giancarlo Pajetta e grazie alla sua intercessione, ricorda Di Marino, gli fu possibile vedere le modalit\u00e0 produttive, \u201cil fiume di fuoco e di lava che si trasformava in lastra di vetro\u201d. Una cosa impressionante, con l\u2019altoforno a ciclo continuo che lavorava ventiquattro ore su ventiquattro e che non si poteva spegnere mai, perch\u00e9 altrimenti si procurava una lunghissima fermata del complesso industriale nel suo insieme. Le Vetrerie saranno in seguito divise in due tronconi e parte delle lavorazioni si trasferir\u00e0 a Napoli, il primo passo verso la definitiva chiusura. <\/p>\n\n\n\n<p>A Vietri era allocata anche l\u2019importante tradizione della ceramica, che poi grazie alla straordinaria abilit\u00e0 dei suoi artigiani estender\u00e0 la sua fama in tutto il mondo. L\u2019essenziale del nucleo operaio vietrese, ove si radicher\u00e0 una forte e ramificata presenza comunista, anche diffusa in maniera capillare in &nbsp;varie altre piccole fabbriche e fabbrichette. A Vietri, grazie a questi forti nuclei operai, per una lunga fase la sinistra conquister\u00e0, e a lungo, l\u2019Amministrazione Comunale. A Cava dei Tirreni c\u2019era la Manifattura Tabacchi. Una giovane donna, Maria, si distingueva per capacit\u00e0 e combattivit\u00e0. A Nocera era allocato un\u2019altro stabilimento delle Cotoniere, cos\u00ec pure ad Angri.<\/p>\n\n\n\n<p> A Sarno c\u2019erano infine i canapifici. La forza di Nocera erano le Cotoniere, che lavoravano a ciclo continuo. C\u2019erano poi le aziende conserviere, che erano il grosso come numero, ma qui si svolgeva attivit\u00e0 stagionale e discontinua, a differenza delle Cotoniere, dove l\u2019attivit\u00e0 produttiva era stabile e costante. Completavano il quadro gli scatolifici. Nell\u2019area dell\u2019agro, la sinistra dimostrava difficolt\u00e0 a radicarsi anche negli aggregati operai, al punto che si decise di incaricare, da Napoli, Mario Schettini, capace oratore ed assai abile nel lavoro di massa e, grazie al suo contributo, si riusc\u00ec finalmente a sfondare, riuscendo a conquistare una significativa presenza organizzata a Nocera e nell\u2019Agro. Nel 1953 si candid\u00f2 alle elezioni col Pci Luigi Angrisani, un medico di Nocera, che si present\u00f2 con la lista del \u201c Gallo\u201d apparentata col Partito Comunista, e fu eletto Senatore, dopo essere stato eletto sindaco. <\/p>\n\n\n\n<p>Figura ambigua e non del tutto limpida. Corruppe in modo subdolo Schettini. Era giovane, sposato ed aveva bisogno di soldi. Angrisani fu incaricato dal Partito di affiancare Schettini per garantirgli tranquillit\u00e0 di vita tale da consentirgli di fare il suo lavoro senza particolari problemi. Angrisani per\u00f2, col trascorrere del tempo, diede luogo ad un rapporto equivoco. Schettini divenne subordinato ad Angrisani ed alle successive elezioni comunali e provinciali Angrisani pretese dalla Federazione che fossero dati al suo vecchio raggruppamento del \u201cGallo\u201d quattro o cinque posti garantiti. Richiesta irricevibile! L\u2019assenza di intesa indusse Angrisani al passaggio ai Socialdemocratici. E in questo passaggio trascin\u00f2 con s\u00e9 anche Schettini, oramai legato e dipendente in tutto economicamente da Angrisani. A quel punto si apr\u00ec una fase di crollo del partito. Fu allora che si riusc\u00ec a pescare Amedeo Manzo, promosso sul campo dirigente di Partito. Un coraggio inaudito che indusse a vincere quel timore che ormai circolava tra le fila operaie di Nocera. Si riusc\u00ec, con tale mossa, a mantenere i voti, ed in sostanza fu superato di slancio il momento della crisi.<\/p>\n\n\n\n<p>Altro personaggio particolare fu Radetich, profugo slavo che invece, a differenza di Angrisani e di Schettini, rimase nel Partito. Poi a poco a poco si svilupp\u00f2 una nuova generazione di giovani che, aderendo al Partito, in sostanza, aiut\u00f2 sensibilmente a superare la fase di difficolt\u00e0 che la vicenda Angrisani aveva generato. Pietro Amendola era stato inviato a Salerno dalla Direzione del Partito nel 1944, subito dopo la liberazione di Roma, ed arriv\u00f2 quale commissario, con poteri pieni ed assoluti. Pietro inizi\u00f2 immediatamente a ritirare tutte le tessere di iscrizione e le dava soltanto a chi gli forniva assoluta garanzia di essere persona seria e militante affidabile. Si registr\u00f2 un ripulisti pressoch\u00e9 generale.&nbsp; Poi alla Federazione fu chiamato il gruppo di Eboli, Alinovi, Perrotta, Sparano, Cassese etc, Di Marino e Villani di Salerno, il gruppo di Scafati. Il 1945 accadde un infortunio dovuto ad una strumentalizzazione di una lettera scritta da Pietro Amendola che era allora anche alto Commissario per l\u2019epurazione. <\/p>\n\n\n\n<p>Gli si imput\u00f2 di aver minacciato in questa lettera altri compagni ed anche di aver favorito, nel mentre la legge di allora non lo consentiva, la distribuzione di generi alimentari provenienti dall\u2019Emilia tra i cittadini salernitani. In ogni caso Pietro Amendola fu richiamato a Roma ed al suo posto arriv\u00f2 Guido Martusciello, avvocato di un\u2019importante famiglia salernitana. Un professionista di grande valore, di prim\u2019ordine che giovanissimo solo pochi anni dopo la laurea vinse il concorso di Cassazionista. Fu il primo in Italia e si trasfer\u00ec a Roma, dove in precedenza aveva partecipato alla resistenza. Poi aveva conseguito la laurea anche in Chimica. In quell\u2019epoca sapeva che, praticando l\u2019antifascismo attivo, prima o poi avrebbe anche potuto essere costretto ad emigrare. Facendo l\u2019avvocato in italia non avrebbe avuto alcun problema ma all\u2019estero non sarebbe stata la stessa cosa. Per questa ragione prese anche la laurea in chimica, ma professionalmente non gli serv\u00ec a molto. Nell\u2019azione partigiana di via Rasella fu lui a fornire le bombe che aveva costruito al gruppo dei gap romani. Martusciello faceva il segretario della Federazione in maniera inusuale. Abitava stabilmente a Roma e passava solo pochi giorni della settimana a Salerno. Curiosa la sua idea che le lettere non fossero importanti se non inviate ripetutamente. E non era solito leggerle, ritenendole poco importanti se qualche mittente scriveva una sola volta! Evidentemente trattatasi di cosa di ben poco rilievo, non meritevole di particolare attenzione. Le lettere per lui meritavano di essere lette solo se arrivavano una seconda volta, e soltanto in quel caso. Intanto dal gruppo di organizzazione, diretto da Pietro Secchia, venne inviato a Salerno Michelino Rossi. Era stato membro clandestino del Partito in Tunisia e l\u00ec, conclusa la guerra, era stato anche processato. Al ritorno in Italia, dopo pochissimo tempo, fu inviato da Secchia a Salerno, per dare un robusto sostegno organizzativo alla direzione di Martuscelli. Cos\u00ec Michelino divenne il vero costruttore del Partito dal 1946-1947 al 1953, quando, a giudizio della Direzione, ormai si era in condizione di individuare proprio in Gaetano Di Marino la soluzione interna locale per la direzione della Federazione salernitana.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Ad Angri c\u2019era Anna Lombardi, la vera dirigente operaia della fabbrica, sposata a Vaccaro. Dati i tempi, era particolarmente significativo ed importante&nbsp; che alla testa della Commissione Interna ci fosse una donna. Scafati era poi un altro punto significativo e di rilievo. C\u2019era la Manifattura Tabacchi, l\u2019insediamento industriale pi\u00f9 rilevante ed era Toscano il pi\u00f9 importante dirigente operaio interno. Scafati aveva un\u2019antica tradizione socialista e quando la citt\u00e0 si liber\u00f2 dai tedeschi a furor di popolo l\u2019avvocato Sicignano, di cui si ricordava il passato di antifascista e di socialista che non si era&nbsp; mai piegato al regime, fu eletto, al suo ritorno, Sindaco.<\/p>\n\n\n\n<p>Carica che ricopr\u00ec per 7 o 8 anni. Quando gli Scarlato iniziarono l\u2019azione politica per la conquista del potere da attribuire in modo assoluto alla democrazia Cristiana, anche utilizzando il fatto che il Sindaco e l\u2019Amministrazione avevano adottato qualche delibera non del tutto corretta, lo sostituirono togliendogli l\u2019incarico di Sindaco. Il Vicesindaco era un altro rappresentante della sinistra ma, alle elezioni, Scarlato vinse a mani basse e da allora Scafati divenne feudo pressoch\u00e9 assoluto del gruppo Scarlato. A Sarno c\u2019era un altro punto industriale di una qualche importanza : i canapifici ed era una zona abbastanza ricca. Nella cittadina c\u2019era la presenza di compagni&nbsp; e di operai ben sperimentati e si avvertiva l\u2019influenza importante degli Amendola. San Marzano e San Valentino erano due paesi dove la sinistra non riusciva mai a raccogliere adesioni o consensi elettorali significativi. Poi si riusc\u00ec a vincere anche l\u00ec, a San Marzano. La storia dell\u2019altra parte della Provincia vedeva la presenza, a Pontecagnano, di un nucleo bracciantile dove in origine la sinistra non aveva grande peso. <\/p>\n\n\n\n<p>Poi si riusc\u00ec ad andare avanti, questo in collegamento con le prime lotte contadine e bracciantili. Fu in particolare la lotta per l\u2019occupazione delle terre incolte che consent\u00ec al Partito Comunista di entrare in contatto coi contadini e con vasti strati di lavoratori della terra. La riforma agraria port\u00f2 un nuovo clima, anche contrassegnato da elementi di paura. Coloro i quali avevano avuto assegnate le terre temevano che gliele ritogliessero e, ad un certo punto vinti dalla sfiducia, si ritirarono a vita privata. Poco a poco per\u00f2 ripresero coraggio e si ricre\u00f2 una situazione migliore e ben pi\u00f9 positiva. In questo contesto, in alcune circostanze le forze bracciantili e contadine, tramite le loro organizzazioni politiche e sindacali, ricercarono contatti ed aiuti a Fausto Gullo che era stato Ministro di Grazia e Giustizia che s\u2019impegn\u00f2 anche personalmente in una causa in difesa di braccianti e contadini della Piana del Sele. In quelle lotte iniziarono a distinguersi Piero Memmi e Giuseppe Lanocita. Memmi era un compagno di origini africane. Proveniva dalla Tunisia ed era molto amico di Michelino Rossi. Aveva capacit\u00e0 organizzative e di comunicazione notevolissime.&nbsp; Era dotato di grande facilit\u00e0 nell\u2019eloquio e riusciva a mettersi sempre in immediata comunicazione e sintonia con i suoi interlocutori. Pino Lanocita fu incaricato di spalleggiarlo. Ed \u00e8 allora che inizia l\u2019azione giuridico- legale di Lanocita, che non perde occasione per intentare causa ai latifondisti della Piana del Sele, indagando, in modo puntiglioso, sull\u2019origine della propriet\u00e0 terriera e portando avanti la tesi secondo cui i proprietari terrieri avevano usurpato quelle terre senza alcun diritto. Anche in tal modo si forn\u00ec un\u2019ulteriore impulso all\u2019azione rivendicativa contadina e bracciantile. Restava naturalmente aperto un punto, tutto politico. <\/p>\n\n\n\n<p>Per Lanocita era possibile individuare l\u2019origine dei rapporti di propriet\u00e0, dei modi in cui si era andato consolidando il sistema, nell\u2019illegalit\u00e0, fuori e oltre ogni legittimo diritto. La conclusione appariva chiara : gli agrari tutti avevano usurpato la propriet\u00e0 della terra e con l\u2019azione giuridico-legale si sarebbe, a suo avviso, riusciti a destrutturare il grande potere dei latifondisti. Tesi suggestiva, ma piuttosto discutibile nella sua pratica attuazione. L\u2019esperienza aveva infatti gi\u00e0 chiaramente dimostrato come era s\u00ec possibile avviare un contenzioso ma che esso, per una miriade inestricabile di difficolt\u00e0 anche oggettive, quali il reperimento degli atti originari autentici di acquisto o di cessione, finiva per trasformarsi, sempre, in un defaticante contenzioso destinato a durare decenni senza poter produrre alcun pratico risultato n\u00e9 dare una risposta certa alle attese che questa situazione finiva per generare nell\u2019animo di braccianti e contadini. Funzione professionale e dirigenza politica con responsabilit\u00e0 diretta dimostravano, nella pratica, di essere sempre pi\u00f9 incompatibili. Non era possibile fare alcuna rivoluzione con le cause e Pino Lanocita fin\u00ec per optare per la professione. Il Sindacato unitario del 1944- 1945 aveva un ruolo molto forte. <\/p>\n\n\n\n<p>Era diretto da Giordano Dall\u2019Ara, emiliano che era stato confinato in un paese della Lucania, in provincia di Potenza. Intelligente e coraggioso per pi\u00f9 ragioni si ferm\u00f2 poco tempo a Salerno. Fu allora nominato segretario della Camera del lavoro Feliciano Granati, con il socialista Ciro Formica, il vero responsabile dell\u2019organizzazione. Invece Feliciano Granati fece intendere di essere lui il successore di Dall\u2019Ara. Con la sua brillante eloquenza e simpatia riusc\u00ec a diventare ben presto ed effettivamente il numero uno, di fatto oltre che di diritto. E poi il sindacato ebbe un ruolo importantissimo.&nbsp; Granati aveva una grande personalit\u00e0 ed era capace di affascinare l\u2019uditorio, spesso&nbsp; per\u00f2 era anche portato ad eccedere in facile demagogia. L\u2019apogeo ed il declino politico di Feliciano Granati coincise con la decisione di sposarsi e di seguire la moglie nel progetto di creazione di una galleria di pittura. Granati era diventato deputato nel 1958 e gi\u00e0 allora si mise a comprare quadri iniziando ad avere problemi anche delicati, derivati dal fatto di avere sempre bisogno di danaro per fronteggiare la miriade di impegni in cui veniva a trovarsi nella sua attivit\u00e0. Finiva cos\u00ec che spesso non versava la quota al Partito e ci\u00f2 gli venne rinfacciato&nbsp; e questa sua mancanza fin\u00ec per costituire una delle principali ragioni per cui non venne pi\u00f9 riproposto candidato. <\/p>\n\n\n\n<p>Rispetto poi alla prima fase, tutta ascendente, del suo impegno politico, Granati iniziava a dimostrare forte disaffezione nell\u2019esercizio delle funzioni che di volta in volta gli erano affidate al punto da sfilacciare i rapporti importanti ed estesi che prima poteva vantare. Poi ad un certo punto, quando non fu pi\u00f9 riproposto, accadde che Di Marino, allora dirigente nazionale dell\u2019Alleanza Contadini, fosse indicato quale candidato alla Camera dei deputati. Avrebbe dovuto svolgere un ruolo nazionale dando il proprio contributo di Parlamentare anche a Salerno. Varie forze del Partito di Salerno si erano nel frattempo contemporaneamente impegnate per garantire l\u2019elezione a Tommaso Biamonte. Si cre\u00f2 una seria frattura in quanto la direzione Nazionale non aveva alcuna intenzione di indicare Biamonte tra le priorit\u00e0 da eleggere. &nbsp;Gaetano Di Marino, Pietro Amendola, il candidato di Avellino, poi Biamonte, questa l\u2019indicazione di priorit\u00e0 gerarchiche nazionalmente definite. L\u2019organizzazione si spacc\u00f2 e da pi\u00f9 parti ci si attiv\u00f2 per cambiare surrettiziamente l\u2019ordine delle preferenze per come in partenza era stato stabilito. Contro le indicazioni, Biamonte risult\u00f2 il terzo eletto, dopo Pietro Amendola e Di Marino. La scissione nei fatti era compiuta! E il clima ormai aspro e velenoso che si era generato si trascin\u00f2 per anni. Nel 1970 il nucleo scissionista si rifer\u00ec al gruppo nazionale del \u201cManifesto\u201d, che per\u00f2 non accolse tutte le richieste di iscrizione che gli erano pervenute, limitandosi ad accettare soltanto quella di Feliciano Granati. Questa era a giudizio del gruppo degli eretici del \u201cManifesto\u201d l\u2019unica domanda di adesione politica da prendere in considerazione con favore. Biamonte in quel trambusto valut\u00f2 di non fare il passo estremo e si tir\u00f2 indietro all\u2019ultimo momento. Da allora in poi si dovette lavorare alacremente per ricomporre la frattura r ricostruire l\u2019unit\u00e0 del Partito. Col tempo diversi protagonisti di quella vicenda dolorosa si sono poi pentiti, anche sinceramente, rientrando nell\u2019organizzazione comunista.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo l\u2019aspra mobilitazione contro i licenziamenti e lo smantellamento delle industrie si svilupp\u00f2 la lotta per ottenere i cosiddetti \u201c cantieri scuola\u201d. Si chiedevano risorse al Ministero del lavoro per costruire una strada, un ponte, un acquedotto, un\u2019opera pubblica &nbsp;: questi cantieri di lavoro erano pagati con un salario minimo, tra 500 e 1000 lire. La manodopera era assunta per 6 mesi, poi immediatamente licenziata. Al momento della conclusione dei lavori affidati si aprivano, puntualmente, acute tensioni, che spesso sfociavano in dimostrazioni ed occupazioni non di rado aspre e violente, sulla falsariga di ci\u00f2 che, &nbsp;negli anni a venire, e fino ad oggi, succeder\u00e0 a Napoli con \u201cle liste di lotta\u201d. Ci\u00f2 per\u00f2 port\u00f2 ad introiettare nel movimento a Salerno citt\u00e0, ed anche in qualche altro punto della Provincia, un nucleo ben diverso da quello storico originario della classe operaia industriale. Si trattava in sostanza di nuclei di sottoproletari provenienti dai mestieri pi\u00f9 disparati, organizzati in gruppi di pressione. La sinistra, collocata all\u2019opposizione, appoggiava, in sostanza, queste azioni, anche se non intendeva farle sfociare in atti di violenza fine a s\u00e9 stessa. La contrastata vicenda dei \u201ccantieri scuola\u201d finir\u00e0 per far confluire nel movimento operaio questo gruppo ex novo, in origine estraneo alla tradizione operaia. Non si trattava di figli di famiglie operaie ma di gruppi di provenienza sottoproletaria, di ceti politicamente e sindacalmente un poco sprovveduti. Varie centinaia di persone che davano luogo, periodicamente, come si \u00e8 detto, ad agitazioni anche assai aspre. Non sempre comprendevano il carattere democratico della lotta che doveva essere condotta. Non era raro trovare anche, in alcune circostanze, in quei frangenti, personaggi equivoci che si intrufolavano in questi movimenti, anche ibridi, portando oggetti contundenti o addirittura armi. Ci\u00f2 determinava la necessit\u00e0 di un\u2019attenzione supplementare, del movimento operaio, del sindacato, delle forze di sinistra, non sempre adeguatamente coadiuvate dalla polizia del tempo, per prevenire fatti gravi e delittuosi. Giovanni Fenio, Matteo Ragosta, Saverio Della Rocca, Antonio Lambiase, i capi storici di questi movimenti, che poi si legheranno al partito ed al sindacato, imparando a confrontarsi con gli altri ed a crescere insieme, pur mantenendo la crudezza e l\u2019asprezza originaria della loro storia familiare e formativa. <\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019occorrenza, se ben diretti, diventavano per\u00f2 anche una straordinaria forza d\u2019urto capace di fronteggiare e gestire con successo situazioni anche molto difficili e scabrose. Sono stati loro, infatti, i primi a difendere la sede della Federazione Comunista salernitana e le sezioni di partito ciclicamente oggetto di tentativi di violenza d\u2019ispirazione fascista. E\u2019 questa la storia degli anni 50, dei primi anni 50, del 53, del 54. Lo scenario \u00e8 senza dubbio un po\u2019 approssimativo e sbilanciato. E\u2019 in sostanza incentrato in buona parte sulla Federazione di Salerno e la sua storia e non affronta i temi del distorto sviluppo economico e civile della citt\u00e0. Mancano, ad esempio, i rapporti con gli altri partiti, ma \u00e8 un rapido e stringato tratteggio di figure di costruttori del Partito e del sindacato a Salerno ed in alcuni dei pi\u00f9 rilevanti centri della Provincia da arricchire ulteriormente e che pu\u00f2 risultare comunque di una qualche utilit\u00e0. Figure di attivisti e militanti che non vanno dimenticate, a cui vanno aggiunti altri dirigenti di primo piano quali Riccardo Romano a Cava o Oreste Catalano a Scafati, Vincenzo Sparano e Cassese di Eboli, Emilio Sparano a Pontecagnano. In sostanza emerge dai parziali e limitati frammenti di ricordi presenti in questa trattazione la conferma di una percezione e di un\u2019idea secondo cui il Partito ed il Movimento operaio salernitano, pur riconoscendo sempre di esser parte di una grande famiglia pi\u00f9 ampia e generale, che aveva un\u2019organizzazione disciplinata, unica e ramificata, a livello regionale e nazionale, erano al contempo assai orgogliosi e gelosi della propria peculiare storia e identit\u00e0. Ed erano in grado di riferirsi anche a grandi figure di leader politici, ad uomini di forte personalit\u00e0 e prestigio come Giorgio Amendola.<\/p>\n\n\n\n<p>La figura di Giorgio Amendola, col carico di storia e di leggenda che lo circondava, avvolgeva e trascinava. Aveva un carisma straordinario, una forza ed una magia grande. Nel rapporto con gli altri o nella polemica politica non faceva mai ricorso alla diplomazia o alla demagogia, non tentennava mai nei suoi convincimenti, faceva la critica ma, se eri convincente nelle argomentazioni, ti dava per\u00f2 anche il riconoscimento. Nel 1958 Giuseppe Vignola propose Gaetano Di Marino candidato al posto di Martuscelli, nel mentre altri suggerivano Granati. Non c\u2019era accordo sul punto di caduta. Si sarebbe creata una situazione difficile e lacerante. Granati era a quel tempo molto popolare. La cosa, per essere risolta, andava necessariamente trasferita alla direzione del partito. Esisteva sempre la convinzione che in Italia si potesse costruire qualcosa di serio e di profondo, in grado di reggere nel tempo, solo attraverso un partito organizzato ed una lotta vincente ma soltanto mettendo al bando ogni eccesso di personalismo. Bisognava subito stroncare la tendenza alla prassi di creare gruppi e gruppetti tra compagni. La pratica dell\u2019esercizio sistematico dell\u2019unit\u00e0, costituiva l\u2019unica possibilit\u00e0 di disporre di un grande e rispettato partito con un ruolo sempre pi\u00f9 importante e decisivo in Italia. Anche a proposito del giudizio storico su quegli anni spesso ci si dimentica il contesto, di ricordare come il mondo fosse nettamente diviso in due. Non \u00e8 proprio vero che da un lato ci fosse il regno del male e dall\u2019altro quello della libert\u00e0. Basta seguire, ad esempio, ci\u00f2 che oggi si pu\u00f2 conoscere a proposito di quanto \u00e8 stato fatto da parte americana per far cadere il governo legittimo di Salvatore Allende per essere meno inclini a schematismi facili. Tante le cose atroci fatte in Cile e in molte altre parti dell\u2019America latina e mondo! <\/p>\n\n\n\n<p>Cosa sarebbe accaduto senza l\u2019Unione Sovietica? Lenin aveva detto che con la vittoriosa Rivoluzione d\u2019Ottobre l\u2019opera di costruzione del socialismo era stata solo iniziata, altri avrebbero dovuto continuarla. Chi avrebbe potuto vincere la guerra senza la forza decisiva dell\u2019Unione Sovietica, che ha costituito ancora a lungo, anche dopo la guerra, il contrappeso al potere degli USA? Oggi si avverte un forte disequilibrio nei giudizi. Si poteva fare quanto si \u00e8 fatto mettendosi in contrapposizione, contro l\u2019Unione Sovietica? L\u2019esserci posti in quel modo, avere scelto quella collocazione nel conflitto ci ha consentito la possibilit\u00e0 di una qualche manovra, di ottenere risultati anche importanti per il mondo del lavoro, di difendere e sviluppare la democrazia repubblicana. In ogni caso, tornando alle vicende di Salerno, a richiesta di consiglio, Giorgio Amendola afferm\u00f2 di essere dell\u2019idea che Di Marino, ricoprendo la funzione di deputato, non dovesse fare altro che dare un contributo generale anche a Salerno. Cos\u00ec, insieme ad Emilio Sereni dirigente dell\u2019Alleanza Contadini e responsabile Agrario nazionale, fu eletto vicepresidente del gruppo senatoriale ed in tale ruolo si \u00e8 potuto interessare di leggi importanti. Ha girato tutta Italia ed \u00e8 andato pi\u00f9 volte all\u2019estero. Se il problema insorto non si affrontava cos\u00ec, come suggeriva Amendola, si risolveva male. Sarebbe stato un suicidio collettivo dell\u2019organizzazione di partito salernitana. Le vicende pi\u00f9 dolorose ed i momenti pi\u00f9 difficili sono stati rappresentati anzitutto dalla vicenda &nbsp;dell\u2019Ungheria. La cosa venne gestita male &nbsp;e portata avanti peggio. I russi erano andati a Praga, poi si erano ritirati. I comunisti salernitani erano contenti e soddisfatti per quell\u2019atto. Poi i sovietici tornano nella capitale ungherese ed arrestano Nagy. Lo processano e lo condannano a morte. In quella occasione Antonio Giolitti manifest\u00f2 tutta la sua contariet\u00e0, insieme a pochi altri tra cui Giuseppe Di Vittorio ed annunci\u00f2 che votava contro la posizione della direzione. La prima volta che nel Partito con la regola del centralismo democratico si verificava un fatto del genere! Un episodio, gravido di ulteriori conseguenze, che costitu\u00ec una frattura, ed una cicatrice, mai definitivamente sanata. <\/p>\n\n\n\n<p>Ma cosa si poteva concludere esasperando queste posizioni? Confluire nei socialisti, restare sempre di meno, separarsi per non concludere nulla in fin dei conti. Forse si doveva essere pi\u00f9 attenti ed equilibrati in una situazione molto delicata in cui avevamo tutti ragione e tutti torto. Aveva ragione Nenni, quando prefigurava per l\u2019Italia la necessit\u00e0 di una grande forza unica della sinistra. Ma si chiedeva un atto di abiura, e ci\u00f2 era troppo. In occasione dei fatti d\u2019Ungheria, la federazione salernitana fu assaltata da migliaia di persone guidate da gruppi facinorosi di fascisti. In poco tempo si misero insieme, tra Partito e Camera del lavoro, un centinaio di compagni. Giuseppe Amarante si era lanciato avanti per respingere gli aggressori e nel trambusto si era fatto isolare. Ci volle del&nbsp; bello e del buono per tirarlo indietro e salvarlo dalla violenza aggressiva della calca. La scissione poi del 1967-68 non fu in s\u00e9 fatto tanto tragico. Forse si \u00e8 pi\u00f9 sbagliato dopo, quando Berlinguer parler\u00e0 di strappo e di esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d\u2019Ottobre. Eppure forse il segretario comunista avrebbe dovuto essere ancora pi\u00f9 conseguente, comprendendo a tempo che in Italia ormai non c\u2019era pi\u00f9 lo spazio per mantenere in vita un partito comunista. Si doveva fare in modo di riconoscere che avevamo sbagliato e capire in tempo che in pochi anni sarebbe caduto il muro di Berlino. Il grande errore lo ha fatto pure Craxi, pensando che ormai i comunisti erano politicamente finiti e lui era senz\u2019altro destinato ad essere l\u2019unico capo di un diverso e ben pi\u00f9 grande partito socialista. Allora era in procinto di diventare capo del governo. I socialisti non hanno compreso il motivo per cui ancora quel grande partito di Togliatti e Berlinguer continua ad essere una forza importante e che la ragione essenziale \u00e8 nell\u2019essere rimasti profondamente integrati nella specificit\u00e0 della storia nazionale e dei problemi del movimento dei lavoratori. Oggi per\u00f2 al posto di un Partito organizzato con le sezioni si \u00e8 diventati un Partito di eletti e non si discute se non occasionalmente e per caso. Non si discute, non si coinvolge, non ci si confronta. E\u2019 il dramma di oggi!<\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto riguarda i giornali, nel periodo che \u00e8 stato ricordato, a Salerno c\u2019era \u201cIl Lavoro\u201d, organo del Partito Socialista. \u201cUnit\u00e0 Proletaria\u201d, poi, &nbsp;era il giornale locale dei comunisti. C\u2019era inoltre \u201cLa Voce Salernitana\u201d. Il giornale era anche utilizzato per stampare manifestini. Prima per fare un volantino era necessaria l\u2019autorizzazione preventiva della Questura. Per poter stampare, il direttore di testata doveva essere iscritto all\u2019associazione della stampa. La richiesta d\u2019iscrizione partita dalla Federazione Comunista fu respinta, nel mentre con una scaltra manovra riusc\u00ec ad ottenerla Biamonte.&nbsp; Fu stampato un volantino in cui si contestava contro Baratta, Cirio e Frasca per il fatto che non pagassero il salario dovuto ai lavoratori conservieri, n\u00e9 retribuissero del dovuto i contadini, n\u00e9 rispettavano i contratti di lavoro. Denunciati e processati. Causa senza facolt\u00e0 di prova e si dovette ascoltare una sentenza di condanna a 9 mesi di carcere. Tommaso Biamonte sollecit\u00f2 l\u2019intervento di Menna e Pietro Amendola e la querela fu finalmente ritirata. Tra gli avversari politici, in generale, negli anni che sono stati ricordati non c\u2019erano uomini di grande valore. Ad Avellino c\u2019erano Sullo, De Mita, ed il contenzioso consentiva di per s\u00e8 rigore e crescita reciproca. In quegli anni i partiti di opposizione saranno sempre pi\u00f9 emarginati, ma anche la rappresentanza politica del territorio salernitano a livello nazionale fu poco rilevante.&nbsp; Solo D\u2019Arezzo venne nominato sottosegretario alle poste quale rappresentante fiduciario, in sede locale, di Fanfani. Ed anche prima nessun esponente fascista aveva assunto un ruolo di rilievo nazionale. Iannelli al massimo sottosegretario alle poste e Telecomunicazioni. Il pi\u00f9 simpatico ed intelligente era Mario Parrilli, che a suo tempo aveva fatto&nbsp; domanda di volontario in Africa. La guerra fin\u00ec e non part\u00ec. Si colleg\u00f2 con Lauro, illudendosi di poterlo governare. Bravo oratore, ma di livello locale. Carmine De Martino era un p\u00f2 un Berlusconi ante litteram.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli elementi che porteranno Carmine De Martino al potere nell\u2019area salernitana sono essenzialmente la grande potenza economica messa in campo per acquisire il pi\u00f9 ampio consenso elettorale ( tante le risorse allo scopo impiegate negli anni 50); l\u2019uso spregiudicato del potere politico consolidato&nbsp; attraverso l\u2019utilizzo delle provvidenze pubbliche della Cassa del Mezzogiorno usate in versione integrativa a quella del potere economico personale. Il sistema di sostegno che trovava in lui il proprio referente era costituito dal settore della tabacchicoltura (Saim), dall\u2019industria casearia, dal credito agrario, nell\u2019edilizia dalla SECER, dalla TEPS nel settore dei trasporti. Questo l\u2019insieme delle principali forze di sostegno economico al De Martino<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Le forze sindacali che iniziano faticosamente a strutturarsi sulla base di una qualche autonomia attorno agli anni 50 sono in sostanza&nbsp; complementari al sistema di potere De Martiniano e dovranno trascorrere degli anni perch\u00e9 riescano a conquistare, insieme ad una propria autonomia, un qualche ruolo bel pi\u00f9 centrale ed importante.<\/p>\n\n\n\n<p>In precedenza altra figura di rilievo, nel pieno del periodo fascista, era stato Mario Iannelli, che aveva ricoperto dal 1935 al 1943 il ruolo di Sottosegretario&nbsp; alle Comunicazioni , un tempo a sua volta interessato al controllo della SAIM, segretario comunale ed uomo chiave nell\u2019amministrazione delle risorse seguite all\u2019alluvione del 1954. De Martino in ogni caso&nbsp; raccoglie attorno a s\u00e8&nbsp; la classe produttiva locale&nbsp; e le fa assumere rilevanti ruoli amministrativi.<\/p>\n\n\n\n<p>Alfonso Menna era un uomo intelligente, ma la sua strategia di sviluppo della citt\u00e0 alla fine si \u00e8 rivelata un fallimento. Matteo Lucani fa il Teatro Verdi, Via Roma e Corso Garibaldi. Poi il Fascismo produce cose importanti nell\u2019assetto urbanistico, ma tutti i servizi d\u2019impatto pubblico li colloca&nbsp; al centro. Per espandersi ci si arrampica cos\u00ec sulla collina. La borghesia va a Sala Abbagnano, Piazza San Francesco&nbsp; etc. Tutto il resto \u00e8 strozzato. Via Irno poteva essere allargata ma tutto l\u2019area era di Florio, presidente della Camera di Commercio e di pochi altri. E ci\u00f2 finir\u00e0 per impedire un ampliamento razionale, che invece si sarebbe potuto realizzare. Conseguenze ovvie sulla qualit\u00e0 dello sviluppo economico. Al centro il porto turistico, quello commerciale all\u2019altezza dell\u2019area di Battipaglia, anche in relazione all\u2019ovvia constatazione che il poco che \u00e8 rimasto di attivit\u00e0 industriale e produttiva \u00e8 collocato in quella parte di area territoriale. Le contraddizioni di uno sviluppo contraddittorio e convulso le cui conseguenze si possono osservare ancora pi\u00f9 nitidamente oggi.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p><sup><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Il professore Salvatore Casillo, concordando con tale giudizio, in altra circostanza a tal proposito ricorder\u00e0 come \u201cAttorno a De Martino cominci\u00f2&nbsp; a crearsi lo schieramento di gran parte della borghesia imprenditoriale, per lo pi\u00f9 conserviera ed edile, che vedeva i propri interessi salvaguardati e rispecchiati nel leader&nbsp; nascente\u201d. Ed in tal senso, per completare il quadro, cita Domenico Florio, Tommaso Prudenza, Primo Baratta, Silvestro Crudele, Alfonso Cuomo, Mario Ferraiolo, Marcantonio Ferro.<\/sup><\/p>\n\n\n\n<p>Fonte memoriainmovimento.org<\/p>\n<div class=\"pdfprnt-buttons pdfprnt-buttons-post pdfprnt-bottom-left\"><a href=\"https:\/\/www.istitutogalanteoliva.it\/magazine\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11511?print=print\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-print\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.istitutogalanteoliva.it\/magazine\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/print.png\" alt=\"image_print\" title=\"Stampa contenuto\" \/><span class=\"pdfprnt-button-title pdfprnt-button-print-title\">Download in PDF<\/span><\/a><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una intervista fino ad oggi INEDITA, di Piero Lucia, a Gaetano Di Marino (senatore del PCI salernitano scomparso nel 2011) 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