Sab. Apr 17th, 2021

DAD/DID/Didattiche: uno sguardo al territorio campano

La didattica a distanza ai tempi del Coronavirus

15 ottobre 2020: il governatore della Campania Vincenzo De Luca firma l’ordinanza “anti-Coronavirus” che dispone la sospensione delle attività didattiche “in presenza”, nelle scuole della regione. Insegnamento a distanza, dunque. Il divieto di recarsi a scuola, poi, viene parzialmente modificato nei giorni seguenti – con “aperture” alle scuole per l’infanzia (gli asili e i nidi, dove vengono accolti bambini fino a 6 anni) e agli enti di formazione professionale (con “lezioni” della durata massima di un’ora). Lunedì 26, notizia recentissima, riapriranno anche le primarie.

Per il resto, la fatidica (o famigerata) “Dad” costringe nuovamente, dopo l’esperienza della chiusura totale di ogni attività- che ha coinvolto anche il settore dell’istruzione – i docenti ad utilizzare le vie telematiche nella loro professione. Come sempre, gli Italiani (e non solo loro) si dividono, nel giudicare la correttezza e/o l’efficacia di questo tipo d’insegnamento ormai non più tanto “alternativo”. Ecco, così, il “ritorno” alle innovative tecnologie wireless – senz’altro da affiancare alla didattica tradizionale. Reinventandosi – ahimè, poveri “prof” – un mestiere spesso vituperato, vilipeso e poco remunerato,  considerato un riego, adesso meno inaccettabile di un tempo. Nella maggior parte dei casi emerge sempre, veramente, la passione per un mestiere considerato (e lo è realmente) fondamentale nelle società più avanzate come nei luoghi più poveri.

Vincenzo De Luca

Riguardo la “Dad”( da qualche mese DID ovvero didattica a distanza integrata), tutte le  realtà scolastiche si ingegnano a proporre nuovi modelli e/o formule di apprendimento al passo coi tempi, adatti alla vivacità e alla curiosità degli alunni. Anche prima dell’avvento del Coronavirus – infatti – si è assistito a profondi cambiamenti, riguardo la vexata quaestio dell’inclusività (concetto maggiormente indicativo, rispetto alla più “semplice” integrazione) mutuata dalla pedagogia e dalla didattica. E si è sempre parlato, da tempo immemore, dell’uso delle Tic (o Ict – all’Inglese). Da introdurre, anche (e finalmente!) nella scuola, oltre che nell’intera Pubblica Amministrazione; nella quale vige l’obbligo della dematerializzazione. Così in archivi e in biblioteche – per fare rete, e, poi, nelle rivendite di tabacchi e nei bar e  nei ristoranti. Si è parlato tanto, di computer, tablet, byod (bring your own device – porta il tuo dispositivo personale), lim, supporti informatici e quant’altro nelle scuole. Proprio per questo, sempre a scuola, è stato introdotto il Piano nazionale scuola digitale – caldeggiato in particolare dalla legge 107/2015. Allo scopo di svecchiare “l’obsoleto” apparato burocratico didattico.

 Di digitalizzazione “scolastica” si è molto parlato, soprattutto con l’avvento della tanto decantata “autonomia scolastica” – alla fine degli anni ’90. E allora, ci chiediamo, perché non “approfittare” dell’emergenza Covid-19 per spaziare in maniera più partecipata, verso un futuro più informatizzato? Sarebbe una buona occasione, davvero. Certo, la didattica in presenza è insostituibile – anche ai nostri tempi. Prezioso e altrettanto insostituibile, il ruolo del docente – sia pur tra tante difficoltà di “gestione” degli studenti. Ma la tecnologia incombe. Con buona pace (e tanta pazienza) dei prof iscritti da decenni nelle lunghissime graduatorie che non sembrano avere troppo “feeling” con i più recenti ritrovati digitali. Il cruccio attuale, il nuovo dubbio amletico, oggi è su “Dad” sì? “Dad” no? E qui i pareri, come accennato più sopra, si dividono. La categoria docenti, e non solo, si spacca. Per molti, la didattica a distanza sarebbe solo un espediente per questi momenti di rischio, di allarme. Altri, invece, plaudono all’inventiva e all’originalità degli insegnamenti tramite piattaforme web o mediante altri canali telematici.

Il ricorso alla “Dad” è ribadito dalle normative a favore dell’autonomia scolastica – come detto sopra. Dobbiamo chiederci, infine, come mai altre categorie professionali debbano obbligatoriamente aggiornarsi mentre i docenti resterebbero (almeno alcuni) ancorati all’insegnamento “tradizionale”. È dell’uomo, la capacità di migliorarsi e di costruire un ponte tra passato e futuro – lungo le “autostrade” multimediali, in questo caso. Perciò occorrerebbe la pazienza, e forse l’umiltà, di aggiornarsi costantemente per stare al passo coi tempi e permettere una più ampia visione globale del mondo agli allievi 4.0 – interconnessi cybernauti e navigatori. Altrimenti l’educazione (oltre alla formazione e all’istruzione) diventerebbe anacronistica. Quindi, forse, una soluzione per attrarre i ragazzi potrebbe scaturire dalla compresenza di lezioni frontali e/o tradizionali e di modalità informatiche, in alternanza

 Purtroppo in questo periodo non è possibile sperimentare questa “ottimizzazione” tra metodi pedagogici, si deve per forza ricorrere alla “sola” didattica on line. Almeno fino al 30 ottobre, come indicato nell’ordinanza dell’energico governatore della Campania Vincenzo De Luca Frattanto, il mondo va avanti e corre. L’estrema ratio di De Luca non sarebbe inerente tanto al restare a scuola – dove, in effetti, il contagio parrebbe al minimo. La sua è una misura dettata dalle modalità per raggiungerla, la scuola: il problema – in effetti – è legato, ma era già noto da tempo, all’affollamento sui bus.

Torniamo alla DID ed esploriamo la nostra provincia… andiamo a Mercato San Severino

Molti professori soprattutto i più “tecnologici”, affermano di gradire questo metodo per educare i ragazzi. I quali sono certamente più abili ed esperti (come “nativi digitali”), familiarizzati nell’usare i diversi device informatici o digitali che imperano sul mercato. Del resto, è quello che il PNSD si sforza di attuare; ciò che il mondo dell’istruzione consente, proprio al fine di “svecchiarsi”, di “rivoluzionarsi”, di incontrare le esigenze e i “gusti” dei giovani. In nome dell’inclusività. E, anche qui, ci sarebbe tanto da discutere. Ad esempio, in questo periodo di Coronavirus, si sono acuite maggiormente le differenze “sociali” e soprattutto economiche delle famiglie che non riescono ad acquistare computer, tablet, palmari e altri ausili didattici che consentano agli studenti di collegarsi e connettersi per seguire le lezioni.

La situazione, per questi giovanissimi “poco abbienti”, rischia di aggravare il loro feedback verso insegnanti e compagni di scuola. Mettendo in discussione la loro piena integrazione nella società. Creando emarginazione e nuovi casi di abbandono scolastico. Tutto questo è molto grave. Intanto c’è chi usa questa o quella piattaforma di lavoro a distanza. Tutto sommato il tanto avversato o demonizzato computer –assurge al ruolo di protagonista in questo frangente di incertezza e precarietà sanitaria, economica, sociale. Nel bene e nel male, dunque. Anche sui social, emerge, tra i docenti, le diversità di opinione  sull’ingresso dell’informatica a scuola: alcuni sono favorevoli, in generale (e non solo in questi momenti particolari), all’introduzione dei device in classe. Altri, forse più tradizionalisti, ne sono infastiditi.

Ma occorre aggiornarsi, dicevamo. I prof “futuristi” (realisti, concettualmente) sia a S. Severino che nell’hinterland salernitano sono concordi nel dichiarare che “La didattica a distanza ha funzionato meglio di quanto ci si aspettasse, da marzo a giugno scorsi”. Infatti, la diffusione delle Tic tra le mura domestiche e/o a scuola “rende tutto più semplice”. La questione delle scuole off-limits verte principalmente sul dove e a chi lasciare “in custodia” i figli, non sull’efficacia della “Dad”. È un problema logistico, allora, non solo o non tanto di “resa” scolastica o di risposta positiva o negativa nello studio. Occorrerebbe, allora – in realtà – un nuovo sistema sociale, che forse l’Italia non è ancora pronta a “partorire”, a instaurare. Dipende dal senso di responsabilità degli amministratori della Cosa Pubblica – a tutti i livelli: nell’intera Penisola, come nell’ambito di Regioni, Province e Comuni. Ognuno, nel suo piccolo, dovrebbe attuare qualcosa per risolvere il tutto. Creando nuove condizioni di lavoro (flessibilità) o asili nido vicino ai luoghi di lavoro, erogando – magari – sussidi familiari, mettendo i genitori in condizione di essere sicuri che i figli siano accuditi e curati, mentre sono assenti per motivi di lavoro. Ci riusciremo? Ai posteri l’ardua sentenza – dice il poeta (Manzoni). Intanto la didattica on line dev’essere praticata, anche se per poco tempo.

Ci sono anche scuole che non hanno potuto aprire i loro cancelli, nella città capoluogo di provincia Salerno

I rappresentanti dei circa 1100 studenti del “Regina Margherita i rappresentanti dei circa 1100 studenti afferenti al “Regina Margherita” di Salerno lamentano il ricorso alla didattica “non convenzionale”. Perché? Si legge: “Il 29 settembre, diversamente dagli altri istituti della città – che hanno accolto nuovi studenti e insegnanti – il Regina Margherita ha lasciato i cancelli chiusi, iniziando l’anno scolastico direttamente con la Dad”.

La lettera prosegue, segnalando altre questioni più prettamente burocratiche – sorte già da alcuni anni. Per quanto concerne la “Dad”, ecco cosa gli studenti pongono all’attenzione di autorità, esperti, cronisti: “La Dad causa, in questo momento storico – dicono dal liceo, parlando anche degli ultimi anni prima del Coronavirus e di molte altre questioni ancora irrisolte, però urgenti e condivisibili – effetti negativi. ‘ Infatti, profitto e apprendimento vengono messi in secondo piano dalla stessa Dad. La Dad non ci consente di apprendere al meglio nozioni fondamentali, che sarebbero state recepite più facilmente in presenza – con il contatto diretto col professore. Avvertiamo la necessità di ritornare a godere del contatto umano.  Non solo con i nostri compagni di classe – che non vediamo, dal vivo, da mesi e mesi – ma anche con il resto degli studenti. Con la nostra classe – sostengono i liceali – abbiamo condiviso anni fondamentali per la formazione’. “La scuola è stata per noi una piccola società – affermano – un ambiente in cui confrontarci liberamente riguardo idee, pensieri e avvenimenti.

Non si tratta solo di studio, ma anche di crescita umana ed emotiva. Infine – dicono – il continuo contatto con computer e cellulari, per ore e ore, nuoce alla nostra salute fisica. Giungendo così alla fine della giornata scolastica, seppur ridotta, stanchi. Avvertendo dolori fisici agli occhi e alla schiena. Fin qui, per la didattica tramite web.

La storia di questo prestigioso istituto è, però, costellata da vari eventi – ripetiamo, già precedentemente al virus. Come andrà a finire la “querelle” tra il “Regina Margherita” e le istituzioni? Al momento non è dato di sapere. Intanto la preside Angela Nappi, contattata per ulteriori spiegazioni, chiarisce una parte delle questioni occorse alla scuola che dirige da pochi anni. La situazione si trascina da molto tempo – addirittura dal sisma del 1980. Infatti, sono parole della Nappi: “Con il terremoto, una parte dell’attuale liceo fu ceduta al Tribunale di Sorveglianza”. Senza andare troppo nel dettaglio – non è questo magazine la “sede” opportuna, per discutere a lungo della questione – in sostanza,   il pensiero della DS  riflette la distribuzione degli spazi dopo che gli uffici giudiziari sono stati trasferiti nell’apposita Cittadella. Ne parleremo, forse, in altre occasioni. Qui ci premeva discutere del nodo cruciale della Scuola (non a caso con la maiuscola) e degli accorgimenti pedagogici che in questo momento delicato hanno accelerato l’uso delle tastiere di un pc – piuttosto che l’insegnamento in presenza. Comunque imprescindibile ed auspicabile.

Incertezza, schieramenti opposti, paura  sono le parole di questi mesi con le quali dobbiamo, purtroppo convivere

Anna Maria Noia

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