Bambini. Vittime collaterali del femminicidio

Un piccolo esercito disarmato, più che silenzioso, praticamente trasparente agli occhi dello Stato e delle istituzioni

di Deborah Riccelli

Sarebbero milleseicento anche se certamente è una stima al ribasso. Sono i bambini che restano. Vittime due volte, orfani specialissimi di femminicidio. La mamma che è stata uccisa dal padre spesso davanti a questi figli senza più diritti. Sangue che non si lava via più dagli occhi e dal cuore. Il padre in carcere e la paura che esca a cercarli. A finire il lavoro. Vittime collaterali li chiamano.

Un piccolo esercito disarmato più che silenzioso praticamente trasparente agli occhi dello Stato, delle istituzioni. Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne si ricorda che ogni sessanta ore una di loro muore per mano del compagno. Si è fatto il conto e si è scoperto che succede così spesso. E a terra restano i reduci di questa guerra, feriti a morte e raccolti dai nonni, dagli zii. Parenti che accolgono e abbracciano, tentano disperatamente di ricomporre i mille pezzi in frantumi, di sollevare e riportare la dignità della vita. Ma che fatica.

Ci sono nonni con addosso il peso di crescere cuccioli, lo sforzo fisico sì ma anche quello economico. “Non ci sono contributi, non ci sono bonus da parte dello Stato. Tutto è sulle nostre spalle», spiega uno di loro. E nessuno lesina, danno tutto e anche di più, anche se a volte i mezzi sono quelli che sono. Le pensioni che devono assicurare le sedute dagli psicologi, perché il terrore non può restare intrappolato dentro. Perché sopravvivere vuol dire farlo tra sensi di colpa e orrori continui. La paura che chi ha ucciso la mamma, che probabilmente ti ha già maltrattato, possa tornare di notte, e sono incubi e grida, il carcere da andare a vedere, guardarli da vicino quei muri alti col filo spinato che non si taglia con il coltello che lui ha usato quel giorno».

E si fa tutto per loro, per quei bambini che hanno perso ogni cosa e che colpa ne avevano? Il cuore che ti si spezza e non c’è tempo per piangere perché è un lusso che poi c’è da spiegare, e non si vuole aggiungere peso sulle spallette di questi ragazzini ma se mai si cerca di alleggerire. Moltissimo è il lavoro affidato alle associazioni nate spontaneamente, come la nostra  Onlus “Oltreilsilenzio”, nata nel 2010, unica in Italia che si occupa dei familiari delle vittime di femminicidio.  

Non prendiamo fondi statali perché non esistono neppure bandi a cui possiamo accedere diamo sostegno totalmente gratuito a chi resta. Gli psicologi, i due avvocati penalisti, una civilista e una esperta di diritto di famiglia, gli stessi volontari esperti che rispondono allo sportello, sono tutte persone che non ricevono nessuno stipendio per il lavoro e il sostegno fondamentale che danno a queste persone. Noi sopravviviamo solo grazie alle donazioni.

Deborah Riccelli

Foto copertina di Alexas_Fotos da Pixabay 

Deborah Riccelli
Deborah Riccelli

Deborah Riccelli vive e lavora a Genova come formatrice esperta in stereotipi del linguaggio, violenza di genere e crimine famigliare. Da sempre impegnata nel sociale è socia fondatrice e tutt’ora presidente di una onlus che si occupa del supporto psicologico e legale delle  vittime di violenza e dell’elaborazione del lutto dei famigliari delle vittime di femminicidio. La scrittrice, i cui testi risultano vincitori di numerosi premi letterari nazionali, è anche sceneggiatrice e regista teatrale. Tra gli altri, il suo spettacolo teatrale Nessuno mai potrà + udire la mia voce ha ottenuto il sold-out in teatri come il Carlo Felice di Genova e il Teatro del Casinò di Sanremo. E’ fondatrice e  presidente della Onlus “Oltreilsilenzio”, nata nel 200

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