Mar. Mag 5th, 2026

Racconti per una calda estate -5-

Brevi storie tra il reale e la fantasia: un po’ vissuto, un po’ inventato, come certi racconti che nascono davanti a un caffè o in riva al mare. Non importa cosa sia vero e cosa no, importa solo lasciarsi portare via
[Quinta puntata]

In questo numero:


Sprazzi di passato: Le mie estati diverse

Antonello Rivano

Le mie estati non erano fatte di mare e spiagge, ma di campagna.
Quattro mesi interi nella nostra campagna, tra vigne e orti, con gli amici che rivedevo solo allora. Non tutti restavano quanto me: alcuni passavano solo poche settimane, altri tornavano a settembre per il grande rito della vendemmia.#estati

È stato così da quando sono nato fino ai miei sedici anni. Solo dopo il mare cominciò a esistere davvero anche per me, io che pure vivevo su un’isola. Ma fino a quel momento erano i campi la mia spiaggia, le colline da esplorare la mia distesa infinita. Ci correvo sopra a perdifiato e, tra i rovi o negli angoli più impervi, spuntavano ruderi misteriosi: resti di case o muri cadenti che mi facevano domandare, dentro di me, chi li avesse costruiti e perché fossero lì. Con la fantasia ci costruivo sopra storie e mondi.

Le sere erano un tempo sospeso, illuminate dal lume a petrolio: lì l’elettricità non era ancora arrivata. Si giocava a carte, si rideva, e intorno a me prendeva forma un mondo antico, fatto dei racconti dei vecchi e della voce dei miei nonni. E poi c’era mio padre, che in quei mesi riuscivo finalmente a godermi davvero, specie a settembre. Durante il resto dell’anno, in paese, lo vedevo di rado: diviso com’era tra la vigna e il lavoro sul mare, sulle barche che andavano a pescare aragoste o corallo.

E quando mia madre e mio padre scendevano in paese — di solito una volta la settimana — lo facevano con la Vespa 150 Special, rigorosamente rossa: il colore politico di tutta la mia famiglia. L’attesa era per il loro ritorno, ma soprattutto per quello che mi avrebbero portato: i fumetti.

E c’erano i libri, tanti, divorati uno dopo l’altro. Li leggevo soprattutto di notte, disteso a letto, con una lampadina a pile che rischiarava appena le pagine. Erano le notti troppo lunghe a tenermi sveglio, in attesa di un’alba nuova che già sapevo avrebbe profumato di erba e di terra bagnata: la promessa silenziosa di un altro giorno di avventure. Quei libri mi avrebbero formato, e a loro devo molto di ciò che sono ora. Forse anche il fatto che oggi, qualcuno, lo scrivo pure io.

Quelle furono le mie estati felici. Estati diverse, estati fortunate. Solo allora non lo sapevo, ma lo ero: un ragazzo che aveva ricevuto in dono un tempo unico, diverso da quello che sarebbe venuto dopo.

Ai miei nonni e ai miei genitori, per avermi regalato quel mondo e quegli anni.

Antonello Rivano


Storie di porti, volti e miraggi: Le ombre sull’acqua

Corto Maltese

L’estate sapeva di sale e di ferro arrugginito. Camminavo lungo il molo quando mi accorsi che le barche ormeggiate non proiettavano ombre sull’acqua. Restavano immobili, sospese, come disegnate su una tela.

Ho provato a sfiorare la superficie col piede: nessun riflesso, solo luce.
Un bambino, seduto con una lenza improvvisata, mi ha guardato sorridendo.
“Qui le ombre non ci sono, capitano. Le hanno portate via i marinai che non sono più tornati.”

Mi sono seduto accanto a lui. Guardavamo entrambi l’acqua chiara che non restituiva nulla. Nessun doppio, nessun segno. Solo il mare, padrone di ogni memoria.

Il sole era feroce, eppure sentivo freddo. Come se, in quel porto, ogni estate fosse il ricordo di un’estate passata, e non il presente che stavo vivendo.

Mi sono acceso una sigaretta e ho lasciato che il fumo facesse il lavoro delle ombre, disegnando nuvole effimere sopra l’acqua.
Non ho chiesto altro. Alcuni misteri, nei porti, non vogliono essere risolti.

Non per dire chi sono, ma chi vorrei essere: mi firmo come sempre…

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🖋️ Ho scelto di firmare come Corto Maltese perché, come lui, credo che il viaggio non sia una fuga, ma un modo di restare fedeli a sé stessi anche quando il mondo cambia rotta. Corto Maltese racchiude il viaggio come destino e libertà, il silenzio come compagno e il mistero come compasso. È l’eco di chi cerca il mondo senza volerlo possedere, e l’ombra di chi sogna il mare anche quando non lo vede
Il mio vero nome non importa. In fondo, cosa è un nome se non una sequenza di lettere scelta da altri, un’etichetta che il tempo scolora?

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