OL-Orizzonti Letterari N°11
Rubrica di narrativa e poesia

In questo numero:
- POESIA:
OLTRE QUESTA NEBBIA – di Sara Piccardo
FEBBRAIO – di Elio Vardis - NARRATIVA:
LA TEMPESTA – di Antonello Rivano - DALLA REDAZIONE:
Modalità di Partecipazione
Poesia
“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve” Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) in Il postino
Oltre questa nebbia
Oltre questa nebbia un sussulto di stupore
Tornerai a vivere la tua vita immaginaria
Confondendoti tra le ombre ai reimparato a respirare
Hai saldato tutti i conti e sei pronto per la semina
Ti hanno indotto a credere in una palude senza fondo
Dove tutti sorridono a destra e a manca
La mancanza di impegno il loro compagno di viaggio
Ma possiedi le mappe di verità brutali
Hai già pianto abbastanza per gli indizi del privilegio
L’ennesimo capitolo che non ti è servito a niente
Se non a saper distinguere l’arma a doppio taglio
Di una garanzia di sicurezza
Infine hai capito che non sarai mai sleale
Al ritmo che ti pulsa dentro
Quindi non chiudere gli occhi
Quando suona la tua canzone
Sara Piccardo – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
Febbraio
Febbraio
ha mani fredde
e tasche piene di promesse non mantenute.
Cammina piano,
tra giorni corti e cieli che fingono luce,
porta addosso l’odore della pioggia
e delle cose che stanno per cambiare
ma non ancora.
È il mese dell’attesa stanca,
dei fiori che provano a nascere
senza farsi notare,
delle parole rimaste in gola
per paura del gelo.
Febbraio non consola,
resiste.
Tiene duro come un cuore
che ha imparato a battere
anche quando l’inverno
sembra non finire mai.
Elio Vardis – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
Narrativa
“Va’ là fuori, trova una storia che ami e poi raccontala” Ron Howard
La tempesta
Antonello Rivano
La tempesta non era venuta per portarlo via.
Questo lo capì solo quando il vento iniziò a girare, ostinato, sempre nello stesso punto, come se il mare avesse deciso di accanirsi proprio lì, su quella costa che nessuno nominava più.
Tutti se ne erano andati da tempo. Le case chiuse, le finestre inchiodate, i nomi scoloriti sulle cassette della posta. Restare era diventato un verbo sospetto, qualcosa da giustificare. Lui invece era rimasto senza proclami, per inerzia forse, o per fedeltà a un luogo che non prometteva nulla.
La tempesta infuriava come una domanda.
Ogni raffica chiedeva perché sei ancora qui?
Ogni onda rispondeva con uno schianto, ma lui non si muoveva. Non per sfida: per radicamento. C’era una differenza sottile, e chi resta la conosce bene.
Restanza non era resistere al peggio,
era abitare il tempo lungo, quello che non fa notizia.
Era accettare che il mare potesse prendere qualcosa, ma non tutto. Che il vento strappasse, sì, ma lasciasse anche segni utili a orientarsi.
Quando la tempesta passò, il paese era lo stesso eppure no.
Detriti sulla strada, sale sui muri, un silenzio nuovo. Lui camminò piano, riconoscendo ogni crepa come si riconosce un volto caro dopo una malattia.
Restare non aveva salvato il luogo.
Aveva salvato il legame.
E in quel legame c’era abbastanza futuro da giustificare un’altra notte, un’altra tempesta, un altro giorno da abitare.
Antonello Rivano – Inedito – ©Tutti i diritti riservati
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Modalità di Partecipazione
Per inviare i vostri contributi, sia di poesia che di narrativa, scrivete a redazione.polissamagazine@edizionipolis.it.
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