La medaglia che non volevo
Il racconto di un soccorso impossibile nel Canale di Sardegna: quando il mare decide e agli uomini resta solo il dovere

Silverio Siciliano, ex sottufficiale di mare della Guardia di Finanza. In questa rubrica racconta vicende che ha vissuto o osservato da vicino: salvataggi, naufragi e traversate disperate. Ogni episodio è una cronaca in prima persona che restituisce l’esperienza diretta di chi vive il mare non solo come luogo, ma come confine, sfida e responsabilità umana.
Tra procedure, motori, radar e decisioni rapide, emergono volti, respiri e storie di chi cerca sicurezza, e di chi quella sicurezza la costruisce ogni giorno. Con “Cronache di mare”, Polis dà voce a chi affronta l’infinito blu con coraggio e umanità, ricordandoci che ogni mano tesa, in mare, può fare la differenza.
Certe giornate non finiscono mai davvero. Restano incise nella memoria con la stessa forza del vento che le ha attraversate. Era il 25 dicembre 1986 quando un equipaggio italiano si trovò davanti a una tragedia nel Canale di Sardegna: una nave in avaria, un carico pericoloso che trasformava il mare in una minaccia invisibile, uomini in balìa delle onde. Ne nacque una corsa contro il tempo, senza retorica né eroismi, fatta di gesti precisi e decisioni immediate. Un salvataggio parziale, segnato tanto da chi è stato strappato all’acqua quanto da chi non è mai tornato. Una di quelle storie in cui anche una medaglia pesa meno del ricordo.
La medaglia che non volevo
di Silverio Siciliano
Il 25 dicembre 1986 non me lo dimenticherò mai. Mi alzai presto. Era ancora buio e il mare, visto da terra, aveva un colore innaturale. Non era il classico grigio d’inverno. Era cupo, denso, come se avesse già deciso che quel giorno avrebbe preso qualcosa. Le nuvole correvano basse, schiacciate dal vento, e l’aria pungeva i polmoni. C’era quella sensazione che chi va per mare conosce bene: non paura, ma allerta. Poco dopo arrivò la chiamata. Il comandante della M/V CP 313 “Dante Novaro” ci convocò insieme ad altri colleghi. Ci informò di quanto stava accadendo nel Canale di Sardegna: la nave cipriota “Stainless Trader”, carica di acido solforico e diretta in Turchia, era in gravissime difficoltà. Aveva già perso parte del carico e stava affondando. Non ci fu bisogno di dire altro.
Preparammo l’unità in silenzio. Ognuno faceva quello che doveva fare. Nessuno parlava di Natale. In mare, quando sai che qualcuno sta morendo, il calendario non conta più. Uscimmo con mare forza 7. Onde alte, violente, che coprivano l’unità da prora a poppa. Procedevamo a velocità ridotta, sbattuti come un guscio. Ogni onda era un muro che ci cadeva addosso. Il mare non ti accompagnava: ti metteva alla prova, metro dopo metro. Quando arrivammo in zona, la scena era surreale. La Stainless Trader era ormai perduta. Stava inclinata, mentre dal suo fianco il carico di acido solforico si riversava in mare.
A contatto con l’acqua l’acido evaporava, creando attorno alla nave un cerchio di calma irreale, una specie di bonaccia chimica. Bastava spostarsi di poche decine di metri e tornavi nel caos: onde altissime, vento, spruzzi che accecavano. La nave affondò. E con lei, uomini. I naufraghi erano inermi, dispersi in un mare che non dava tregua. Li vedevi comparire per un attimo, poi sparire dietro un’onda. Un secondo sembravano a portata di mano, quello dopo erano lontanissimi, trascinati via. Il mare li prendeva e li restituiva come voleva lui. In quei momenti non pensi. Agisci. Ogni manovra è una scommessa. Ogni errore può costare una vita. Non c’è eroismo, non c’è retorica. C’è solo la lotta contro il tempo. Riuscimmo a salvare dieci naufraghi. Dieci uomini strappati a un mare che quel giorno aveva già deciso di uccidere.
Ma non furono tutti. Quella tragedia lasciò dietro di sé tre morti accertati e cinque dispersi. Otto vite che il mare non ha mai restituito. E questo è il punto che non passa mai, neanche dopo anni. Qualche tempo dopo arrivò un encomio solenne. Una medaglia di bronzo di benemerenza marinara, concessa dal Ministero della Difesa. Parole importanti, ufficiali, scritte su carta. Dicevano che avevamo agito con generosità ed efficacia, nonostante le condizioni meteorologiche proibitive. Tutto vero. Ma non abbastanza. Perché quando chiudi gli occhi non vedi la medaglia. Vedi quelli che non sei riuscito a prendere. Vedi le onde che li hanno nascosti per sempre. E allora, se oggi mi chiedi cosa penso davvero, la verità è una sola: Mi sarebbe piaciuto salvare tutti. E non avere nessuna medaglia.
Silverio Siciliano

