Oltre il determinismo biologico: Lombroso e il divario tra Nord e Sud
Dalla teoria del “criminale nato” alla costruzione di una presunta inferiorità del Mezzogiorno: come la scienza ha contribuito a legittimare le disuguaglianze
di Lucia Sforza
Nel panorama intellettuale dell’Italia post-unitaria, la figura di Cesare Lombroso occupa una posizione centrale per comprendere non solo l’evoluzione della criminologia, ma anche la genesi di alcune rappresentazioni del Mezzogiorno destinate a lasciare un’impronta duratura. Il suo tentativo di fondare una scienza della devianza basata su presupposti biologici si inserisce in un contesto storico segnato da profonde fratture territoriali, contribuendo — talvolta in modo implicito, talvolta esplicito — alla costruzione di una lettura “naturalizzata” del divario tra Nord e Sud.
L’elaborazione teorica lombrosiana, incentrata sulla nozione di “criminale nato”, si fondava sull’idea che la predisposizione al crimine fosse inscritta nei tratti somatici e nelle caratteristiche fisiche degli individui. Attraverso l’uso di strumenti di misurazione antropometrica e l’osservazione comparata, Lombroso giunse a individuare una serie di indicatori ritenuti rivelatori di una regressione atavica. In tale prospettiva, la devianza cessava di essere interpretata come fenomeno sociale o giuridico, per essere ricondotta a una dimensione biologica, quasi inevitabile.
È all’interno di questo quadro che il Mezzogiorno d’Italia venne progressivamente collocato in una posizione di alterità. Le difficoltà economiche, le tensioni sociali e il fenomeno del brigantaggio — che caratterizzavano ampie aree del Sud nei decenni successivi all’unificazione — furono spesso letti attraverso la lente lombrosiana, alimentando l’idea di una presunta inferiorità non solo strutturale, ma anche antropologica delle popolazioni meridionali. In tal modo, il divario territoriale finiva per essere interpretato non come il risultato di processi storici e politici complessi, bensì come l’espressione di una differenza “naturale”.
Una simile impostazione, sebbene oggi ampiamente superata, trovò all’epoca un significativo consenso, anche in ragione del prestigio attribuito al sapere scientifico. Il rischio insito in tale paradigma risiede proprio nella sua capacità di trasformare ipotesi teoriche in strumenti di legittimazione: le disuguaglianze venivano così giustificate, e in certa misura normalizzate, attraverso un linguaggio apparentemente neutrale e oggettivo.
La critica contemporanea ha evidenziato l’inconsistenza metodologica delle teorie lombrosiane, sottolineando come esse fossero profondamente influenzate da pregiudizi culturali e da una visione evoluzionista rigida. In particolare, è stato messo in luce come l’approccio deterministico di Lombroso trascurasse completamente il ruolo dei fattori socio-economici, politici e istituzionali nella genesi dei fenomeni criminali. Il Mezzogiorno, lungi dall’essere portatore di una devianza “innata”, appariva piuttosto come un territorio segnato da condizioni storiche di svantaggio, aggravate dalle modalità con cui il processo di unificazione nazionale era stato realizzato.
Rileggere oggi il pensiero lombrosiano significa, dunque, confrontarsi con un passaggio cruciale nella storia delle scienze sociali e giuridiche, ma anche interrogarsi sul rapporto tra sapere e potere. Le categorie interpretative elaborate nel XIX secolo hanno contribuito a plasmare narrazioni che, seppur trasformate, continuano talvolta a riaffiorare nel discorso pubblico contemporaneo.
In questa prospettiva, l’analisi del divario tra Nord e Sud richiede un approccio capace di andare oltre ogni riduzionismo, riconoscendo la complessità dei fattori in gioco. Solo attraverso una lettura storicamente consapevole e metodologicamente rigorosa è possibile evitare il rischio di riprodurre schemi interpretativi che, pur appartenendo al passato, mantengono una sorprendente capacità di influenzare il presente.
[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]
Lucia Sforza
Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale.

