Odori e rumori molesti: l’economia dei rifiuti
Odori e rumori dei rifiuti urbani: tra TARI, costi della raccolta, monopolio naturale, NIMBY e responsabilità pubbliche. Il caso della sentenza di Firenze

L’economia non è soltanto numeri, mercati e statistiche. È dentro le nostre scelte quotidiane, nei servizi che utilizziamo, nei prezzi che paghiamo, nel lavoro, nell’ambiente e nelle trasformazioni della società. Economia Viva prova a raccontarla partendo dalla realtà di ogni giorno.
Odori e rumori molesti: l’economia dei rifiuti
di Massimo Bramante
Sono due norme del nostro Codice Civile (art. 844 e art. 2051), nonché una recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze (n. 2195/2026), a fare chiarezza su di un tema diventato particolarmente spinoso in questa torrida estate italiana 2026, costellata di problemi – non solo nel campo della salute pubblica – per chi non ha abbandonato (o non ha potuto abbandonare) le nostre assolate città, per recarsi in amene località turistiche. Cassonetti della spazzatura non svuotati per giorni e giorni e, pertanto, esalanti fastidiosi odori o, quando svuotati, con operazioni di svuotamento effettuate nottetempo o alle prime luci dell’alba. Odori e rumori molesti per chi risiede a due passi dai, peraltro indispensabili, raccoglitori di ultima generazione dei rifiuti urbani. A Firenze la Corte d’Appello ha riconosciuto a una famiglia “danneggiata” dal predetto inquinamento olfattivo e acustico un risarcimento pari ad euro 15.000.
Tra i diritti inviolabili di ogni cittadino: liberarsi quotidianamente (o quasi) delle proprie spazzature, tutelarsi dagli odori delle spazzature altrui, riparare le proprie orecchie da indesiderabili frastuoni notturni dei mezzi di trasporto dei rifiuti urbani.
Che dice al proposito la Scienza economica? Riesce a fare luce su alcuni complessi problemi legati a tali questioni, senza – come ahimè spesso accade nel campo appunto delle public utilities – poterli/volerli risolvere: compito peraltro spettante essenzialmente alle politiche nazionali e territoriali.
Il cittadino – come ovvio – vorrebbe fare pochi passi per depositare civilmente la propria quotidiana spazzatura ma, al tempo stesso, desidererebbe vedere collocati quanto più possibile lontano dalle proprie finestre i cassonetti della raccolta. Lapalissiano. Altrettanto ovvia l’unanime indesiderabilità delle discariche pubbliche, da relegare in zone periferiche lontano, il più lontano possibile, dalle abitazioni. Fenomeno quest’ultimo noto in letteratura con l’acronimo NIMBY (not in my backyard): … mettetele ovunque ma lontano da me! Inoltre – come notava alcuni anni fa l’economista Andrea Noferini in un documentato saggio – “Nei grandi centri urbani non sempre è possibile costruire un impianto di trattamento sufficientemente grande e capace di recepire tutti i rifiuti prodotti e generati in città”. Certamente comuni di piccole/medie dimensioni potrebbero consorziarsi tra loro ed individuare un unico sito per la discarica ed il trattamento dei rifiuti urbani in grado appunto di “servire” più comunità. L’analisi squisitamente economica costi/benefici, in questo caso, sarebbe della massima utilità; ma quale Sindaco o assessore – chiediamoci – offrirebbe alla bisogna, spontaneamente, il proprio territorio avendo la certezza – così facendo – della sua prossima certa non-elezione. NIMBY è un acronimo impastato di invalicabile individualismo…
La nota teoria dei “mercati contendibili” (spazio alla concorrenza!) dell’economista Baumol, datata primi anni Ottanta del secolo scorso, per le public utilities è notoriamente di difficile applicazione. Raccogliere spazzatura non può essere affidato ai normali meccanismi di mercato, con prezzi di mercato.
Vi è inoltre un ulteriore elemento, squisitamente di natura economica, da tenere in debito conto. In Italia la TARI risulta essere un fondamentale introito per le sempre più esangui casse dei nostri Comuni (entrate); ma sul versante dei costi della raccolta e dello smaltimento (uscite) l’impatto sui bilanci è corposo: trattasi di attività labour intensive, ad alta intensità e costi del fattore lavoro. Il mercato dei rifiuti è sostanzialmente un mercato monopolistico (monopolio naturale) e come tale applica prezzi monopolistici: la cosiddetta “rendita di monopolio”. Un’apertura del mercato ai privati potrebbe avvantaggiare o svantaggiare il singolo cittadino? Il quesito non è di facile soluzione, le opinioni divergono anche in base alle convinzioni politico/ideologiche personali… Non è di facile soluzione anche perché si è in presenza di normative di tutela ambientale giustamente sempre più rigorose che rendono raccolta e smaltimento del rifiuto operazioni economicamente capital intensive: sono necessari sempre e ovunque, in grandi e piccoli Comuni, corposi investimenti di risorse finanziarie.
Gli economisti che hanno da anni studiato tali complesse problematiche, pur con orientamenti ideologici diversi, concordano sul fatto che è comunque necessario in questo cruciale settore un forte sviluppo delle tecnologie – come in parte già avviene – accompagnato però da accorte politiche pubbliche, “condivise” con le comunità locali. Così come risulta fondamentale che i Sindaci e assessori siano portatori di visioni di lungo e non di breve/brevissimo periodo e quindi legate alla loro prossima possibile, e da essi ovviamente auspicabile, ri-elezione.
Sensibilità politica e visioni a lungo termine, efficienza economica e civiltà nell’operare quotidiano del singolo cittadino, risorse pubbliche adeguate per un corretto e sostenibile contenimento dell’inquinamento ambientale ed acustico, risarcimenti per i cittadini (caso di Firenze dianzi citato) quando essi subiscono eventuali danni; infine: professionalità del management pubblico. Proprio nel campo delle public utilities, infatti, fondamentale dovrebbe risultare la competenza, la professionalità dei manager cui è chiesto di guidare la cosa pubblica; oggi purtroppo non poche volte assistiamo a quel triste fenomeno – opportunamente segnalato dal sociologo prof. Agostino Petrillo (“la CITTA’”, n. 1/2025) per cui “i manager pubblici vengono premiati non quando ottengono miglioramenti delle condizioni di vita delle persone, ma quando risparmiano sui budget loro assegnati…”. Il risparmio è di certo una virtù tanto privata quanto pubblica, ma dovrebbe essere considerato altrettanto virtuoso il massimo sforzo individuale e collettivo per migliorare, anche sul complesso versante dell’inquinamento ambientale ed acustico, la vita delle nostre comunità. Henry David Thoreau (1817-1862), cultore dell’etica ambientale e della c.d. “ecologia della libertà”, ci ricordava l’importanza di sapersi “integrare” con la natura in ogni nostra azione quotidiana, anche la più banale; un modo per testimoniare concretamente la nostra “coscienza” ecologica.
Massimo Bramante
| Massimo Bramante. Laureato con pieni voti et laude in Economia e Commercio (indirizzo economico-sociale) presso Università Studi di Genova. Ha lavorato presso Istituto di credito e svolto Corsi di formazione nazionali su Economia e Sociologia del lavoro. E’ stato giornalista pubblicista nel settore economico-finanziario. Ha collaborato in qualità di “cultore della materia” e membro di commissione d’esame presso le cattedre di Economia Internazionale ed Economia dell’integrazione europea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Studi di Genova. E’ stato relatore ed ha coordinato seminari ed incontri di studio su temi di “Etica finanziaria” e “Nuove economie”. |

