Il lato oscuro delle Ana Coach
Ana Coach e comunità Pro-Ana: come Internet può trasformare la vulnerabilità legata ai disturbi alimentari in uno strumento di manipolazione e controllo

Il lato oscuro delle Ana Coach
C’è una nuova forma di violenza che non ha bisogno di porte sfondate, minacce urlate o mani addosso.
Entra attraverso uno schermo.
Si presenta con un messaggio privato, con una promessa di comprensione, con la sensazione — apparentemente rassicurante — di aver finalmente trovato qualcuno che “capisce”.
È il mondo delle cosiddette Ana Coach, figure che si inseriscono nelle comunità online legate ai disturbi alimentari e che possono assumere il ruolo di guida, motivatrice o mentore per persone vulnerabili.
Ma dietro questa definizione apparentemente innocua si nasconde una questione molto più complessa: quando il sostegno diventa manipolazione?
La risposta non è sempre immediata.
Il fenomeno Pro-Ana esiste da anni. Internet ha consentito a persone accomunate dagli stessi disturbi alimentari di incontrarsi, condividere esperienze e costruire comunità. In origine, questi spazi potevano essere percepiti anche come luoghi nei quali una persona finalmente non si sentiva sola.
Ed è proprio questa la contraddizione più difficile da affrontare.
Una comunità può offrire appartenenza e, contemporaneamente, rafforzare una patologia.
Una ricerca pubblicata nel 2026 ha analizzato 27 studi qualitativi sulle esperienze degli utenti delle comunità Pro-Ana, individuando proprio questa ambivalenza: alcuni partecipanti descrivono questi ambienti come spazi nei quali poter essere sé stessi e sentirsi compresi, mentre altri raccontano un percorso nel quale la comunità finisce per consolidare il disturbo e trasformarlo in una parte centrale della propria identità.
Ed è qui che entra in scena la figura della Ana Coach.
Il problema non è semplicemente che qualcuno condivida una propria esperienza. Il problema nasce quando una persona assume una posizione di autorità nei confronti di un’altra persona vulnerabile e utilizza quella relazione per esercitare controllo, pressione o sfruttamento.
E non si tratta soltanto di una supposizione.
Nel 2024, uno studio pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders ha esaminato specificamente il fenomeno delle Pro-Ana Coach. I ricercatori hanno utilizzato tre profili fittizi per interagire con 31 coach, raccolto questionari da 79 persone e realizzato interviste approfondite con 14 partecipanti. Il risultato è particolarmente significativo: il comportamento osservato seguiva un modello in cinque fasi caratterizzato dalla costruzione della fiducia, dalla creazione di dipendenza, dall’aumento della pressione e, in alcuni casi, dall’utilizzo di materiale sessualmente esplicito per il ricatto e dal tentativo di portare la vittima a un incontro fisico. Gli autori hanno evidenziato analogie con i meccanismi del grooming online.
A questo punto il fenomeno cambia completamente natura.
Non siamo più soltanto davanti a contenuti che promuovono un disturbo alimentare.
Siamo davanti alla possibilità che una vulnerabilità psicologica venga trasformata in uno strumento di controllo.
Ed è proprio questo il punto sul quale il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi.
Perché il termine “Ana Coach” rischia di farci commettere un errore: immaginare che esista un’organizzazione unica, strutturata e facilmente identificabile.
La realtà è molto più sfuggente.
Le comunità digitali possono essere frammentate, cambiare piattaforma, utilizzare profili anonimi e costruire rapporti individuali lontano dagli spazi pubblici. Il confine tra vittima e promotore, inoltre, può diventare estremamente sottile.
Una persona che soffre di un disturbo può contemporaneamente essere vittima di manipolazione e contribuire alla diffusione di comportamenti patologici verso altre persone.
Non esiste sempre un carnefice perfettamente riconoscibile.
Esiste una rete.
E la rete è proprio ciò che rende il fenomeno difficile da combattere.
Il problema non è soltanto chi pubblica. È ciò che viene amplificato.
Per anni abbiamo discusso dei social network come semplici strumenti di comunicazione. Ma oggi la questione è diventata più complessa.
Le piattaforme non mostrano semplicemente contenuti: selezionano ciò che vediamo.
Un utente interagisce con un determinato argomento e il sistema può continuare a proporgli materiale appartenente alla stessa area tematica. In un contesto innocuo può essere soltanto una comodità. In presenza di una vulnerabilità psicologica, invece, la personalizzazione può diventare un moltiplicatore del rischio.
La ricerca sul fenomeno Pro-Ana ha già documentato come le comunità online possano contribuire alla cosiddetta “socializzazione” del disturbo, rafforzando un’identità condivisa attorno a comportamenti alimentari patologici.
Una ricerca più recente, pubblicata nel 2025, ha inoltre analizzato milioni di contenuti provenienti da X, Reddit e TikTok, evidenziando come ambienti con una moderazione più debole possano favorire la formazione di vere e proprie camere dell’eco nelle quali la retorica Pro-Ana viene amplificata.
Ed è questo il paradosso dell’epoca digitale.
La stessa tecnologia che permette a una ragazza di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla può condurla verso una comunità che conferma tutte le sue paure.
La stessa rete che può offrire aiuto può diventare una gabbia.
La domanda che nessuno vuole affrontare “chi deve intervenire?”
La risposta più semplice sarebbe: le piattaforme.
Ma sarebbe troppo facile.
La responsabilità è distribuita.
C’è la piattaforma che deve impedire che determinati contenuti vengano sistematicamente utilizzati per danneggiare gli utenti.
Ci sono le istituzioni, che devono costruire strumenti di prevenzione e tutela adeguati alla velocità con cui cambiano gli ambienti digitali.
Ci sono gli adulti, che devono imparare a riconoscere segnali che spesso non sono immediatamente visibili.
E c’è la scuola, che non può limitarsi all’educazione digitale intesa come “non parlare con gli sconosciuti online”.
Perché oggi il problema non è soltanto lo sconosciuto.
È la persona che riesce a diventare familiare.
Quella che scrive ogni giorno.
Quella che conosce le tue paure.
Quella che ti dice che gli altri non ti capiscono.
Quella che, lentamente, diventa l’unica voce di cui ti fidi.
È in quel momento che una community può smettere di essere una community e trasformarsi in uno strumento di controllo.
Le Ana Coach rappresentano quindi qualcosa di più grande del fenomeno Pro-Ana.
Rappresentano un laboratorio involontario di ciò che può accadere quando tecnologia, vulnerabilità psicologica e dinamiche di manipolazione si incontrano.
E ci obbligano a cambiare domanda.
Non dovremmo più chiederci soltanto “come facciamo a cancellare questi contenuti?”.
Dovremmo chiederci:
come impediamo che una persona vulnerabile arrivi al punto in cui quei contenuti diventano la sua unica forma di appartenenza?
Perché il vero pericolo non è che Internet abbia creato nuove fragilità.
È che abbia imparato a riconoscere quelle che esistevano già.
E, qualche volta, a trasformarle in potere.
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Lucia Sforza
| Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale. →Articoli di e su Lucia Sforza →Altri articoli della rubrica Il punto di vista |
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