’Ndrangheta veste bene: cronaca di una metamorfosi
Dalla droga al riciclaggio, dalle infiltrazioni economiche alle relazioni istituzionali: come la criminalità organizzata ha imparato a mimetizzarsi nell’economia legale

’Ndrangheta veste bene: cronaca di una metamorfosi
La ’ndrangheta ha imparato una cosa che le mafie più vecchie hanno impiegato decenni a comprendere: il potere più efficace è quello che non ha bisogno di mostrarsi.
Non serve entrare in un bar con una pistola sul tavolo quando puoi entrare in una società attraverso un prestanome.
Non serve minacciare un imprenditore quando puoi diventare il suo socio.
Non serve occupare un municipio quando puoi avere qualcuno disposto ad ascoltare una telefonata.
E soprattutto non serve comparire.
Perché la ’ndrangheta contemporanea non ha bisogno di essere riconosciuta per essere temuta. Le basta essere presente.
È questa la trasformazione più importante della mafia calabrese: essere riuscita a superare il confine geografico della Calabria senza perdere la propria struttura, il proprio patrimonio criminale e la propria capacità di infiltrazione.
La ’ndrangheta non è più soltanto una questione calabrese.
È italiana.
È europea.
È internazionale.
E il suo mercato più redditizio non ha bisogno di una vetrina: la cocaina.
Le autorità europee hanno documentato ripetutamente il ruolo di organizzazioni riconducibili alla ’ndrangheta nel traffico internazionale di cocaina. Nel luglio 2025 Europol ha riferito di un’operazione che ha portato all’arresto di 28 persone: secondo gli investigatori, la cocaina proveniente dal Sud America veniva trasportata attraverso container diretti verso porti europei, con il coinvolgimento di intermediari calabresi.
Il porto, dunque, diventa molto più di un luogo dove arrivano le merci.
Diventa una porta.
E una porta, per una mafia globale, vale molto più di una pistola.
Il vero affare comincia dopo la droga
È facile raccontare la ’ndrangheta partendo dalla cocaina.
È più difficile raccontarla partendo da ciò che succede dopo.
Perché il denaro criminale non può rimanere per sempre denaro criminale. Deve trasformarsi. Deve essere ripulito, reinvestito, mimetizzato.
Ed è qui che la mafia incontra l’economia legale.
Ristorazione. Edilizia. Logistica. Immobiliare. Commercio. Servizi. Attività finanziarie.
Settori nei quali il denaro può cambiare vestito senza necessariamente cambiare proprietario.
La Direzione Investigativa Antimafia dedica una parte fondamentale della propria attività proprio all’individuazione delle infiltrazioni mafiose nell’economia e al contrasto dei patrimoni illeciti. Non è un caso che le operazioni antimafia contemporanee non si limitino più agli arresti: sequestri e confische sono diventati strumenti centrali per sottrarre alle organizzazioni criminali la ricchezza.
Ed è forse qui che la narrazione tradizionale della mafia mostra tutti i suoi limiti.
Siamo ancora abituati a cercare il mafioso.
Dovremmo imparare a cercare il denaro.
Perché il boss può morire, può essere arrestato, può finire in carcere.
Il capitale, invece, continua a muoversi.
La mafia che non sembra mafia
Il problema più grande non è riconoscere un mafioso.
Il problema è riconoscere una mafia quando non ha più bisogno di sembrare mafiosa.
Il criminale con la pistola è facilmente identificabile.
L’imprenditore apparentemente rispettabile molto meno.
Il latitante nascosto è un problema investigativo.
Il capitale criminale nascosto dentro una società perfettamente legale è un problema economico, finanziario e istituzionale.
Ed è proprio questa capacità di mimetizzazione a rendere la ’ndrangheta contemporanea così pericolosa.
Europol, nel suo rapporto sulla criminalità organizzata europea, descrive un panorama nel quale le reti criminali sfruttano globalizzazione, internet e vulnerabilità economiche per generare profitti illeciti con rischi relativamente contenuti.
La mafia, in altre parole, ha imparato la lingua del capitalismo.
Parla di investimenti.
Parla di società.
Parla di fatturato.
Parla di immobili.
Parla di logistica.
E qualche volta, dietro quelle parole perfettamente rispettabili, c’è un’organizzazione che ha costruito la propria fortuna sulla droga, sull’intimidazione e sulla capacità di infiltrarsi nell’economia.
Il Nord non è immune. L’Europa nemmeno.
Per troppo tempo abbiamo raccontato la ’ndrangheta come qualcosa che apparteneva al Sud.
Come se esistesse una frontiera invisibile oltre la quale il fenomeno mafioso si sarebbe magicamente fermato.
Non è così.
Le inchieste degli ultimi anni hanno mostrato la presenza di interessi e articolazioni riconducibili alla ’ndrangheta anche fuori dalla Calabria e oltre i confini italiani. Nel 2023 Europol ha descritto un’operazione internazionale che aveva coinvolto Italia, Germania e Belgio e portato all’arresto di 132 persone collegate alla ’ndrangheta, con contestazioni riguardanti traffico di droga, criminalità economica e riciclaggio.
Il fenomeno è quindi transnazionale.
La criminalità organizzata ha capito prima di molti Stati che le frontiere sono diventate soprattutto un problema burocratico.
Il denaro attraversa un confine in pochi secondi.
Le organizzazioni criminali attraversano più Paesi senza necessariamente spostare fisicamente i propri vertici.
Le indagini, invece, devono confrontarsi con legislazioni diverse, ordinamenti differenti, tempi processuali differenti e sistemi finanziari complessi.
È una corsa nella quale lo Stato deve continuamente recuperare terreno.
E la politica?
Qui bisogna essere ancora più precisi.
Parlare di mafia e politica significa camminare su un terreno nel quale le parole devono essere pesate una per una.
Non ogni amministratore colluso.
Non ogni imprenditore infiltrato.
Non ogni relazione personale costituisce automaticamente un rapporto mafioso.
Ma proprio per questo il fenomeno deve essere studiato con maggiore attenzione, non con minore.
Perché la forza della ’ndrangheta non risiede soltanto nella capacità di intimidire.
Risiede nella capacità di creare relazioni.
Relazioni economiche.
Relazioni sociali.
Relazioni professionali.
Relazioni istituzionali.
La mafia prospera quando trova qualcuno disposto a trasformare il proprio interesse personale in un’opportunità per l’organizzazione criminale.
Ed è qui che la criminalità organizzata smette di essere soltanto un problema di ordine pubblico.
Diventa un problema di democrazia.
La vera vittoria della ’ndrangheta
Forse la più grande vittoria della ’ndrangheta non è aver conquistato nuovi territori.
È aver conquistato l’immaginario.
Perché continuiamo a pensare alla mafia come qualcosa di riconoscibile.
Un boss.
Una cosca.
Un affiliato.
Una pistola.
Un omicidio.
Un bunker.
E mentre cerchiamo questi simboli, la criminalità organizzata si è trasformata.
Ha imparato a usare società, professionisti, tecnologia, finanza e mercati internazionali.
Ha capito che il denaro sporco può diventare apparentemente pulito.
Ha capito che l’economia legale può essere più conveniente di quella illegale.
Ha capito che la violenza è uno strumento.
Non necessariamente il principale.
Perché la violenza costa.
La corruzione costa meno.
La complicità costa meno.
L’infiltrazione costa meno.
Il silenzio, spesso, costa ancora meno.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci dove sia la ’ndrangheta.
La domanda corretta è un’altra:
Quante volte abbiamo guardato un’attività perfettamente legale senza chiederci da dove arrivasse il capitale che la sosteneva?
La ’ndrangheta non è scomparsa.
Ha semplicemente imparato a non farsi vedere.
E una mafia che non ha più bisogno di sparare per esercitare il proprio potere è, forse, molto più difficile da combattere di quella che avevamo imparato a riconoscere.
Perché il nemico più pericoloso non è sempre quello che entra dalla porta con una pistola.
A volte è quello che entra dalla porta con una valigetta.
Lucia Sforza
| Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale. Collabora con testate di cronaca nera e politica, occupandosi di inchieste, interviste e copertura di eventi, con particolare attenzione all’analisi delle dinamiche investigative e giudiziarie. È autrice dei romanzi Scusate la follia e Scacco Matto – quello che l’Italia ci spinge a fare, nei quali unisce ricerca criminologica e costruzione narrativa complessa. Il suo lavoro coniuga approccio giornalistico e studio dei comportamenti criminali, con un focus costante sulle dinamiche psicologiche e sociali dei fatti di cronaca. →Articoli di e su Lucia Sforza →Altri articoli della rubrica Il punto di vista →Libri di Lucia Sforza: . 2025) Scacco matto. Quello che l’Italia ci spinge a fare .2022) Scusate la follia |
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