Prima della morte c’era la paura
Il caso di Lorena Isceri e quei segnali che possono precedere la violenza estrema

Prima della morte c’era la paura.
Ci sono storie di cronaca nera che sembrano iniziare nel momento esatto in cui viene commesso un omicidio. La vittima, il luogo del delitto, l’arresto o il suicidio dell’autore, le indagini che partono, le fotografie davanti alle abitazioni, le dichiarazioni dei familiari. È la parte della storia che tutti vediamo, quella che arriva sui giornali perché contiene il fatto compiuto. Ma nella maggior parte dei casi la violenza non nasce nel momento in cui una vita viene spezzata. Quel momento è soltanto l’ultimo anello di una sequenza che può essere iniziata molto tempo prima.
Il caso di Lorena Isceri, 45 anni, sembra inserirsi proprio in questa zona difficile da osservare. La donna è stata uccisa il 4 settembre dall’ex compagno Federico Vella, secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo essere stata aggredita e sequestrata. L’uomo l’avrebbe poi condotta nei pressi di un viadotto dell’autostrada A1, a Barberino del Mugello, dove l’avrebbe gettata nel vuoto, per poi togliersi la vita. Gli accertamenti autoptici hanno successivamente stabilito che Lorena era ancora viva al momento della caduta. La Procura sta ricostruendo la dinamica dell’omicidio e i rapporti tra i due, verificando anche gli elementi che potrebbero sostenere l’ipotesi della premeditazione.
Ma è soprattutto ciò che precede quella mattina a rendere questa vicenda particolarmente significativa. Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori e riportate dalla stampa, Lorena aveva manifestato timore nei confronti dell’ex compagno e aveva cercato aiuto. La sua paura non era quindi soltanto una sensazione rimasta confinata nella dimensione privata: era entrata nella realtà delle persone che le stavano accanto.
Ed è proprio qui che la cronaca dovrebbe lasciare spazio alla criminologia.
Perché uno degli errori più frequenti quando si raccontano i femminicidi consiste nel guardare il delitto come un evento isolato. Si cerca il momento preciso in cui tutto è precipitato, si ricostruisce l’ultima giornata, si analizzano gli ultimi messaggi e si tenta di dare una spiegazione all’atto finale. Tutto questo è necessario per un’inchiesta giudiziaria, ma non è sufficiente per comprendere il fenomeno. La violenza nelle relazioni può svilupparsi gradualmente, attraverso comportamenti che, presi singolarmente, vengono spesso minimizzati: il controllo delle frequentazioni, la gelosia trasformata in prova d’amore, le minacce, l’isolamento, le continue richieste di spiegazioni, la sorveglianza, le intrusioni nella vita quotidiana. Quando questi comportamenti diventano una consuetudine, la vittima può ritrovarsi progressivamente privata della possibilità di percepire una reale via d’uscita.
È questo uno dei motivi per cui la domanda «perché non se n’è andata?» è molto più semplice della realtà che pretende di spiegare. Uscire da una relazione non significa necessariamente essere al sicuro. In alcuni casi, proprio il momento della separazione può rappresentare una fase particolarmente delicata, soprattutto quando l’ex partner non accetta la perdita del controllo sulla vittima. Per questo la violenza non può essere interpretata esclusivamente attraverso la logica di una relazione finita male. Il punto non è sempre l’amore che termina, ma il potere che qualcuno pretende di continuare a esercitare sull’altra persona anche quando il rapporto è concluso.
Nel caso di Lorena, saranno le indagini a stabilire con precisione quali comportamenti abbiano preceduto il delitto e se vi siano state occasioni nelle quali il rischio avrebbe potuto essere individuato diversamente. È importante non trasformare ciò che ancora deve essere accertato in una verità definitiva. Ma proprio questo processo di ricostruzione dovrebbe diventare centrale, perché ogni femminicidio può essere studiato anche come una possibile sequenza di segnali, passaggi e occasioni mancate.
La differenza tra una società che si limita a contare le vittime e una società che vuole davvero prevenire la violenza sta anche nella capacità di riconoscere questi segnali. Non significa pretendere che ogni comportamento aggressivo conduca inevitabilmente a un omicidio, né trasformare ogni conflitto sentimentale in un caso criminale. Significa, piuttosto, comprendere quando un comportamento supera il confine del conflitto e diventa controllo, persecuzione o minaccia.
È una distinzione fondamentale perché la violenza domestica non presenta sempre un volto immediatamente riconoscibile. L’aggressore può essere una persona conosciuta, integrata socialmente, apparentemente normale agli occhi degli altri. Può alternare comportamenti intimidatori a momenti di apparente calma. Può convincere la vittima, e talvolta anche chi le sta vicino, che ciò che sta accadendo sia soltanto una crisi di coppia. Proprio questa normalizzazione può ritardare la richiesta di aiuto e rendere più difficile intervenire.
La storia di Lorena porta dunque la discussione in un punto scomodo: cosa facciamo quando una donna dice di avere paura, ma non è ancora successo ciò che tutti riconosceranno senza esitazione come un’emergenza?
La risposta non può essere aspettare che quella paura produca una prova irreversibile. La prevenzione dovrebbe funzionare esattamente al contrario: individuare il rischio quando esiste ancora la possibilità di interromperne l’evoluzione.
Questo non significa attribuire automaticamente colpe alle istituzioni o sostenere che un determinato intervento avrebbe certamente impedito il delitto. Sarebbe una conclusione che soltanto le indagini potranno eventualmente dimostrare. Significa però interrogarsi sul funzionamento complessivo dei meccanismi di protezione, sulla capacità di valutare il rischio e sulla necessità di considerare seriamente ciò che una vittima racconta anche quando il pericolo non ha ancora assunto la forma più evidente.
La cronaca nera tende naturalmente a concentrarsi sull’epilogo. È comprensibile: l’omicidio è il fatto che rompe definitivamente la normalità e produce la notizia. Ma se vogliamo che la cronaca abbia anche una funzione civile, dobbiamo imparare a osservare la storia nella direzione opposta, tornando indietro fino a quando il delitto non era ancora inevitabile, fino a quando esistevano ancora scelte, segnali e possibilità di intervento.
Per Lorena oggi non esiste più una possibilità di ritorno. Restano le indagini, le testimonianze, gli accertamenti e una famiglia costretta a convivere con una perdita che nessuna ricostruzione giornalistica potrà colmare. Ma proprio per questo raccontare questa storia soltanto attraverso il modo in cui è morta sarebbe riduttivo.
La parte più importante di un femminicidio, dal punto di vista della prevenzione, non è soltanto capire come una donna sia stata uccisa. È comprendere cosa stesse accadendo nella sua vita quando era ancora possibile salvarla.
Perché quando arriva il delitto, spesso, è già troppo tardi. La vera sfida della prevenzione sta nel momento precedente, quello in cui una richiesta d’aiuto è ancora una richiesta e non l’ultima testimonianza di una tragedia.
E forse è proprio questa la domanda che il caso di Lorena Isceri lascia alla società: quante volte una donna deve dire di avere paura prima che quella paura venga considerata, a tutti gli effetti, un’emergenza?
Lucia Sforza
| Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale. Collabora con testate di cronaca nera e politica, occupandosi di inchieste, interviste e copertura di eventi, con particolare attenzione all’analisi delle dinamiche investigative e giudiziarie. È autrice dei romanzi Scusate la follia e Scacco Matto – quello che l’Italia ci spinge a fare, nei quali unisce ricerca criminologica e costruzione narrativa complessa. Il suo lavoro coniuga approccio giornalistico e studio dei comportamenti criminali, con un focus costante sulle dinamiche psicologiche e sociali dei fatti di cronaca. →Articoli di e su Lucia Sforza →Altri articoli della rubrica Il punto di vista →Libri di Lucia Sforza: . 2025) Scacco matto. Quello che l’Italia ci spinge a fare .2022) Scusate la follia |
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