Ven. Ott 16th, 2026

Chi fa funzionare la sanità italiana?

La quinta puntata del nostro dossier entra nel cuore del SSN: quanti sono medici, infermieri e medici di famiglia, dove mancano, cosa è stato fatto per affrontare il problema e cosa resta ancora da risolvere

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La Sanità Italiana – A cura della Redazione di Polis Sa Magazine

Tutte le puntate del dossier di Polis SA Magazine sono raccolte qui.


Il nostro dossier sulla sanità italiana entra nel cuore del Servizio sanitario: medici, infermieri e professionisti della salute. E poi il problema dei medici di famiglia, che dal 2019 al 2024 sono diminuiti di oltre 5.000 unità.

Dietro ogni cura c’è una persona

Finora abbiamo parlato di quanto costa la sanità, di quanto si aspetta per una prestazione, di quante persone rinunciano alle cure e di quanto le famiglie spendono direttamente per la propria salute. Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: chi deve materialmente garantire quelle cure?

La risposta sta nelle centinaia di migliaia di persone che ogni giorno lavorano nel sistema sanitario: medici, infermieri, professionisti della riabilitazione, tecnici, personale della prevenzione e tutte le altre figure che permettono a ospedali, ambulatori e servizi territoriali di funzionare.

Il dato ufficiale più aggiornato è quello relativo al 2024, pubblicato dal Ministero della Salute nell’agosto 2026. Complessivamente, considerando il personale del servizio sanitario italiano e delle strutture equiparate, si arriva a 751.146 unità. Limitando il perimetro alle ASL, alle Aziende ospedaliere e universitarie, agli IRCCS pubblici e alle agenzie regionali comprese nella rilevazione, il numero è di 727.829 persone.

Il personale è tornato a crescere ma…

Prima di parlare di carenze è importante registrare un dato: il personale a tempo indeterminato del SSN nel 2024 è aumentato dell’1,6% rispetto al 2023, invertendo la tendenza negativa degli anni precedenti.

Nel corso del 2024 sono state effettuate 58.311 assunzioni, contro 47.238 cessazioni. Il saldo è quindi positivo per 11.073 unità. Il 75,7% delle assunzioni è avvenuto attraverso concorsi o procedure di stabilizzazione, mentre il 71,6% delle cessazioni è riconducibile a pensionamenti, dimissioni o risoluzioni del rapporto.

Questo non significa però che il problema del personale sia risolto. Un saldo positivo nazionale non dice dove siano state effettuate le assunzioni, quali professioni siano state rafforzate, quali siano le carenze territoriali e quanti operatori saranno necessari per sostituire quelli che usciranno dal sistema.

È la differenza tra avere più personale e avere il personale che serve, nel posto in cui serve.

Medici e infermieri: il rapporto che conta

Nel 2024 il sistema sanitario considerato dal Ministero contava 116.672 medici e 297.983 infermieri. Considerando il solo personale dipendente a tempo indeterminato delle strutture pubbliche comprese nella rilevazione, i medici erano 107.657, pari a 1,8 ogni mille abitanti.

Il rapporto nazionale è di 2,58 infermieri per ogni medico.

È un dato che va letto con cautela: non esiste un rapporto ideale unico valido per ogni ospedale e per ogni servizio. Le esigenze cambiano in funzione del tipo di assistenza, della complessità dei pazienti e dell’organizzazione.

Ma il dato mostra comunque la struttura professionale del sistema e spiega perché parlare genericamente di “carenza di personale” sia insufficiente.

In alcune aree il problema può riguardare i medici, in altre gli infermieri, in altre ancora determinate specializzazioni o professioni sanitarie.

L’età è un altro pezzo della storia

L’età media del personale del SSN nel 2024 è stata di 48,4 anni. Per i medici è scesa a 49,3 anni, contro i 51,4 del 2019. Il Ministero interpreta il dato come un segnale di maggiore ricambio generazionale.

È un miglioramento, ma non cancella il problema dell’invecchiamento della forza lavoro.

La programmazione sanitaria deve quindi guardare non soltanto a quanti professionisti lavorano oggi, ma anche a quanti saranno disponibili tra cinque o dieci anni.

Gli specialisti sono quasi 217 mila

Nell’aprile 2026 il Ministero della Salute, insieme a ISTAT e Co.Ge.A.P.S., ha presentato una nuova banca dati sui medici specialisti. Lo strumento consente di analizzare gli specialisti per specializzazione, età, genere e Regione di esercizio.

Nel 2024 erano quasi 217 mila i medici specialisti che esercitavano in Italia nel sistema sanitario pubblico e privato, pari a 368 ogni 100.000 abitanti.

È importante non confondere questo dato con quello dei 123.103 specialisti riportato dal Ministero nella rilevazione sul personale sanitario: quest’ultimo comprende medici specialisti dipendenti, convenzionati e universitari nell’ambito del sistema considerato dalla specifica rilevazione. I quasi 217 mila comprendono invece gli specialisti che esercitano nel complesso del sistema sanitario pubblico e privato.

Anche per questo la domanda “mancano i medici?” è troppo generica.

La domanda corretta è più precisa:

mancano quali medici, in quali specializzazioni e in quali territori?

La distribuzione geografica e professionale è infatti importante quanto il numero complessivo.

Poi c’è il medico che il cittadino cerca per primo

Prima dello specialista, prima dell’ospedale e spesso prima del pronto soccorso c’è il medico di medicina generale.

Il medico di famiglia non è un dipendente del SSN, ma opera in regime di convenzione con le Aziende sanitarie locali. Il suo rapporto professionale è disciplinato dall’Accordo collettivo nazionale, dagli accordi regionali e dagli accordi attuativi aziendali. Per il cittadino rappresenta però uno dei principali punti di accesso all’assistenza sanitaria.

Ed è proprio qui che emerge una delle criticità più evidenti del sistema.

Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE pubblicata il 17 marzo 2026 sui dati SISAC al 1° gennaio 2025, in Italia erano presenti 36.812 medici di medicina generale, con oltre 50,9 milioni di assistiti. La media era di 1.383 assistiti per medico.

Ma il numero dei medici di famiglia è diminuito.

Tra il 2019 e il 2024 sono passati da 42.009 a 36.812: 5.197 medici in meno, pari a una riduzione del 14,1%. Il calo ha riguardato tutte le Regioni con l’unica eccezione della Provincia autonoma di Bolzano, dove il numero è aumentato del 2,4%.

Regione per Regione: il dato che conta sono gli assistiti

Qui è necessario fare una distinzione importante.

Per confrontare correttamente le Regioni non è sufficiente rapportare il numero dei medici di famiglia alla popolazione residente. Il riferimento diretto per la medicina generale è la popolazione effettivamente assistita.

Per questo utilizziamo il dato SISAC sugli assistiti medi per medico di medicina generale.

Il quadro al 1° gennaio 2025 è molto diverso da Regione a Regione:

La media nazionale è di 1.383 assistiti per medico, ma il dato varia dai 1.153 del Molise ai 1.533 della Lombardia.

La stima complessiva di GIMBE arriva a 5.716 MMG mancanti in 18 Regioni e Province autonome. Non risultano carenze nella stima media regionale per Basilicata, Molise e Sicilia. Questo, però, non significa che non possano esistere singoli ambiti territoriali con difficoltà di reperimento del medico.

Quanto è cambiato il numero dei medici di famiglia?

Il dato sugli assistiti fotografa la pressione sulla medicina generale al 1° gennaio 2025. Ma c’è un’altra domanda: come è arrivata a questo punto?

La figura 5 dell’analisi GIMBE consente di confrontare la variazione percentuale del numero di MMG tra il 2019 e il 2024.

La tabella permette di leggere il fenomeno da un’altra prospettiva. La riduzione più marcata è quella della Sardegna (-40,3%), seguita dalla Puglia (-26,3%), dalla Calabria (-20,2%) e dall’Abruzzo (-20,0%). All’estremo opposto, tra le realtà che hanno registrato una diminuzione, troviamo la Provincia autonoma di Trento (-1,5%); Bolzano costituisce invece l’unica eccezione, con un aumento del 2,4%.

Il dato nazionale, -14,1%, acquista quindi un significato diverso quando viene scomposto territorialmente: dietro la media italiana ci sono situazioni molto differenti.

Ma questa tabella misura una cosa diversa dalla precedente.

La variazione percentuale del numero di MMG racconta quanto è cambiato il sistema tra il 2019 e il 2024. La stima dei 5.716 medici mancanti misura invece il fabbisogno rispetto al parametro utilizzato da GIMBE al 1° gennaio 2025.

Sono due indicatori diversi e non vanno sovrapposti.

Perché non basta contare i medici mancanti

La tabella mostra anche perché il numero assoluto dei medici mancanti deve essere letto con attenzione.

La Lombardia presenta una stima di 1.540 MMG mancanti, mentre una Regione più piccola può presentare un numero assoluto molto inferiore. Ciò che interessa direttamente il cittadino è però anche quanti assistiti gravano mediamente su ciascun medico.

Per questo utilizziamo entrambi gli indicatori:

il numero stimato dei medici mancanti misura la dimensione complessiva del fabbisogno; gli assistiti medi per MMG misurano invece la pressione sul medico già in attività.

È una distinzione fondamentale per evitare confronti distorti tra territori con popolazioni molto diverse.

Il parametro dei 1.200 assistiti

GIMBE ha utilizzato come riferimento per la propria stima un rapporto di un medico di medicina generale ogni 1.200 assistiti.

L’Accordo collettivo nazionale sottoscritto nel gennaio 2026 ha confermato l’innalzamento del rapporto ottimale, precedentemente fissato a un MMG ogni 1.000 residenti, portandolo a un medico ogni 1.200 residenti. Il parametro viene utilizzato per individuare le cosiddette zone carenti.

Questo parametro non deve però essere interpretato come una soglia assoluta valida in ogni situazione.

Il massimale ordinario previsto dall’ACN è infatti di 1.500 assistiti per MMG, con possibilità di aumento fino a 1.800 in determinate condizioni e ulteriori deroghe locali.

Per questo una Regione che supera i 1.200 assistiti medi non significa automaticamente che ogni medico sia “fuori parametro” o che ogni territorio presenti una carenza formale.

Significa però che la pressione media sulla medicina generale è maggiore.

Una crisi che non riguarda soltanto le grandi città

GIMBE segnala che la difficoltà non riguarda più soltanto le zone montane, rurali o a bassa densità abitativa, ma coinvolge anche aree urbane molto popolose.

È un passaggio importante perché dimostra che il problema non può essere ridotto alla semplice distanza geografica.

Un cittadino può avere difficoltà a trovare il medico di famiglia perché non ci sono professionisti disponibili, perché quelli presenti hanno già raggiunto un numero elevato di assistiti oppure perché la distribuzione degli incarichi non corrisponde alle necessità dei singoli ambiti territoriali.

E nei prossimi anni?

Il problema del ricambio non riguarda soltanto ciò che è già accaduto.

Secondo GIMBE, tra il 2025 e il 2028 sono 8.180 i medici di medicina generale che hanno raggiunto o raggiungeranno il limite di età per il pensionamento, fissato a 70 anni salvo deroghe.

Anche nello scenario più favorevole considerato dalla Fondazione, il ricambio formativo non sarebbe sufficiente a compensare integralmente pensionamenti e carenze già presenti, lasciando un divario di oltre 2.700 MMG entro il 2028. GIMBE sottolinea che si tratta di uno scenario ottimistico, perché non tutte le borse vengono assegnate e non tutti gli iscritti completano il percorso formativo.

Questo rende evidente che il problema non è soltanto quello di sostituire i medici che escono oggi dal sistema.

Bisogna programmare il ricambio dei prossimi anni.

Le soluzioni: qualcosa è stato fatto

Dire che non sia stato fatto nulla sarebbe scorretto.

Il PNRR ha finanziato 2.700 borse di studio aggiuntive per il corso di formazione specifica in medicina generale, distribuite su tre cicli formativi. Il relativo target è stato raggiunto entro giugno 2024.

Ma una borsa di formazione non equivale automaticamente a un nuovo medico disponibile sul territorio: il percorso è triennale e non tutte le borse vengono necessariamente assegnate o portate a termine. Lo stesso rapporto GIMBE evidenzia questo problema.

Tra il 2019 e il 2024, infatti, i medici di famiglia sono diminuiti di oltre 5.000 unità.

Il problema riguarda quindi contemporaneamente formazione, pensionamenti, tempi del percorso formativo, attrattività della professione e distribuzione territoriale.

Le Case della Comunità possono cambiare il quadro?

Questa è una delle principali risposte organizzative messe in campo negli ultimi anni.

Le Case della Comunità sono state pensate per portare più servizi vicino ai cittadini e integrare medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia e di comunità e altre professionalità. Il modello è inserito nella riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR e dal DM 77/2022.

Il target europeo del PNRR è stato rimodulato da 1.350 a 1.038 Case della Comunità. Il portale ufficiale PNRR-Salute indica come raggiunto, entro giugno 2026, il target relativo all’attivazione dei servizi in almeno 1.038 strutture. Il Ministero della Salute ha tuttavia precisato che sono in corso le verifiche documentali necessarie alla rendicontazione del target.

Anche qui la distinzione è importante.

Una struttura realizzata non equivale automaticamente a un servizio pienamente operativo.

Per questo, nel nostro dossier, distinguiamo tra strutture previste, finanziate, realizzate e servizi effettivamente attivati.

Sarà proprio questo uno dei temi della prossima puntata.

E i pediatri?

Il problema non riguarda soltanto gli adulti.

Anche la pediatria di libera scelta presenta criticità territoriali. Il numero dei professionisti, la distribuzione degli incarichi, i pensionamenti e il rapporto tra pediatri e assistiti contribuiscono a determinare l’accessibilità effettiva del servizio.

Anche in questo caso, quindi, il dato nazionale non basta.

La disponibilità del pediatra dipende dal territorio nel quale vive il bambino.

Soluzioni sulla carta e soluzioni reali

È forse questo il punto più importante che emerge dalla quinta puntata.

Il sistema ha aumentato le assunzioni nel SSN. Ha finanziato nuove borse per la medicina generale. Ha rafforzato la formazione specialistica. Ha avviato le Case della Comunità e una riorganizzazione dell’assistenza territoriale.

Ma contemporaneamente il numero dei medici di famiglia è diminuito del 14,1% tra il 2019 e il 2024 e GIMBE stima ancora 5.716 MMG mancanti rispetto al parametro utilizzato.

Non c’è necessariamente una contraddizione.

Significa che una misura può produrre un risultato positivo senza essere sufficiente a compensare contemporaneamente pensionamenti, diminuzione dei professionisti e aumento della domanda di assistenza.

È proprio per questo che nel nostro dossier distinguiamo sempre tra risorse stanziate, provvedimenti approvati, strutture realizzate e servizi realmente disponibili.

Il personale non è soltanto una voce di bilancio

Nelle prime puntate abbiamo visto quanto costa il sistema sanitario e quanto può costare alle famiglie quando il sistema non riesce a rispondere in tempi adeguati.

Ora possiamo aggiungere un altro elemento: la capacità di cura dipende anche dalla disponibilità dei professionisti e dalla loro distribuzione sul territorio.

Un ospedale può avere apparecchiature moderne, un territorio può avere una Casa della Comunità appena realizzata e una Regione può aver aumentato il proprio finanziamento. Ma senza medici, infermieri e altri professionisti disponibili, quelle risorse non si trasformano automaticamente in assistenza.

E questo vale ancora di più per il medico di famiglia, che rappresenta spesso il primo punto di contatto tra cittadino e Servizio sanitario nazionale.

Che cosa ci dicono, alla fine, questi numeri?

Il quadro che emerge non è quello di un SSN semplicemente “senza personale”.

Nel 2024 il personale a tempo indeterminato è tornato a crescere e le assunzioni hanno superato le cessazioni. Il sistema considerato dalla rilevazione ministeriale dispone di 116.672 medici e 297.983 infermieri.

Allo stesso tempo, però, la medicina generale ha perso 5.197 professionisti tra il 2019 e il 2024 e, secondo la stima elaborata da GIMBE sui dati SISAC, al 1° gennaio 2025 risultavano 5.716 MMG di carenza rispetto al parametro di riferimento utilizzato.

La domanda quindi non è soltanto:

“Quanti operatori sanitari abbiamo?”

È più complessa:

quanti ne abbiamo, quali professionisti sono, dove lavorano, quanti ne perderemo nei prossimi anni e soprattutto se sono presenti dove il cittadino ha bisogno di loro.

È la differenza tra contare il personale e capire davvero la capacità di un sistema sanitario.


Nella prossima puntata: la sanità vicino casa

Dopo aver visto chi lavora nel Servizio sanitario nazionale, il passo successivo è capire dove e come questi professionisti dovrebbero assistere i cittadini fuori dall’ospedale.

Case della Comunità, assistenza domiciliare, Centrali Operative Territoriali, Ospedali di Comunità, infermieri di famiglia e continuità dell’assistenza.

La domanda sarà semplice:

le nuove strutture stanno davvero portando la sanità più vicino alle persone?

Lo verificheremo Regione per Regione, distinguendo ancora una volta tra ciò che è stato previsto, ciò che è stato realizzato e ciò che è realmente operativo.


FONTI

Ministero della Salute – Personale del Servizio sanitario nazionale, anno 2024. Pubblicazione 7 agosto 2026.

Ministero della Salute, ISTAT, Co.Ge.A.P.S. – Medici specialisti, nuova banca dati. Dati 2024.

SISAC / Fondazione GIMBE – Crisi dei medici di famiglia. Analisi pubblicata il 17 marzo 2026 sui dati SISAC al 1° gennaio 2025.

Ministero della Salute / PNRR – Formazione dei medici di medicina generale. Target di 2.700 borse aggiuntive.

Ministero della Salute / PNRR – Case della Comunità e assistenza territoriale.

METODO

Per il personale del SSN sono stati utilizzati i dati ufficiali più recenti pubblicati dal Ministero della Salute, riferiti al 2024.

Per i medici di medicina generale, l’ultimo quadro regionale completo disponibile è quello elaborato da GIMBE sui dati SISAC al 1° gennaio 2025.

Per confrontare le Regioni abbiamo scelto come indicatore principale il numero medio di assistiti per medico di medicina generale, anziché il rapporto tra MMG e popolazione residente. È un confronto più pertinente perché il medico di famiglia opera nei confronti degli assistiti effettivamente iscritti al SSN.

La stima delle carenze regionali non viene presentata come il numero amministrativo delle effettive sedi vacanti, ma come stima del fabbisogno rispetto al parametro di un MMG ogni 1.200 assistiti. GIMBE precisa che il fabbisogno reale viene definito dalle singole ASL e che gli accordi regionali possono modificare il numero massimo di assistiti.

Per questo motivo zero medici mancanti nella stima non significa necessariamente assenza di carenze locali.

I dati sulle strutture territoriali vengono invece letti distinguendo tra strutture previste, finanziate, realizzate e servizi effettivamente attivati.

I dati utilizzati sono quelli più aggiornati disponibili per ciascun indicatore al momento della pubblicazione.

Elaborazione: Redazione Polis SA Magazine

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