OL – Orizzonti Letterari N° 14
Uno spazio aperto alla poesia, ai racconti, alla prosa e alle molte forme attraverso cui la scrittura racconta il mondo

La parola può diventare racconto, poesia, memoria, immaginazione. Può seguire le regole della prosa o liberarsene, cercare una storia o fermarsi su un’emozione, un’immagine, un pensiero. Può essere breve come un respiro o distendersi nel tempo. E a volte può incontrare un’altra forma di espressione: un’immagine, una fotografia, una suggestione visiva capace di accompagnarla e darle un’altra voce.
Orizzonti Letterari è lo spazio che Polis SA Magazine dedica alla scrittura in tutte le sue forme: poesia, racconti, prose, memorie e contaminazioni letterarie. Uno spazio aperto anche ai lettori, alle voci e agli sguardi di chi sente il bisogno di affidare alle parole qualcosa di sé, della propria esperienza o del mondo che attraversa.
Perché la letteratura non ha confini precisi. A volte racconta una storia, altre volte custodisce un ricordo, dà forma a un’emozione o prova semplicemente a fermare un pensiero prima che il tempo lo porti via. E può incontrare un’immagine, lasciando che siano entrambe, parole e immagini, a costruire un significato.
Orizzonti Letterari nasce per questo: lasciare alla parola la libertà di trovare la propria forma, anche quando quella forma va oltre le parole.
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In questo numero:
Poesie
- La Poesia di Danila Olivieri
SULL’ALTRO VERSANTE DEL MONDO – di Danila Olivieri - I Versi Balzani di Sara
EFFETTI INDESIDERATI – di Sara Piccardo
Racconti
- I racconti del Capitano
IL COLORE DELLA GUERRA – di Antonello Rivano - L’angolo dei lettori
Micro racconto: QUESTIONE DI TEMPO – di Nicolò Serra
POESIE
La parola che diventa emozione
La Poesia di Danila Olivieri

Sull’altro versante del mondo
Dichina e muore estate
nel fiume di melma, ma subito
risorgono le passate stagioni
in quel volo tremulo d’anatre
che portano sulle ali
la luce tardiva e danzano e vivono
le stagioni smarrite
sono soltanto uscite
dal circolo dell’apparire.
Si disfa il sole dietro le montagne
di nubi e abbaglia di dolcezza,
non ferisce e suadente
t’invita a seguire la scia
che non conduce alla notte
ma alla luce che splende
sull’altro versante del mondo.
Danila Olivieri – Inedita – ©Tutti i diritti riservati
I Versi Balzani di Sara

Effetti indesiderati
Fuori dalla mia finestra effetti indesiderati
Quante cose s’imparano ascoltando
Tasche piene di cenni d’assenso
Ho male ovunque e non m’innamorerò di nuovo
Andate a tempo vestiti come cretini
Non ho mai smesso di guardare avanti
Non giudicarmi se ora ballo con gli occhi gonfi
Come siamo ridotti se l’accessorio non è supportato
Non hanno inquadrato una vita intera
Prima di salutare e stringere i denti
Riprova domani e brinda alla fortuna
Se non scivola verso nuove mercanzie
RACCONTI
Piccole storie, grandi orizzonti
I racconti del capitano
Una serie scritta da Antonello Rivano

Il colore della guerra
La radio era accesa da un pezzo, ma il Capitano non l’ascoltava davvero. Se ne stava seduto nella sua cabina, con una tazza di caffè sul tavolo e lo sguardo rivolto all’oblò, dove il mare del tardo pomeriggio si andava lentamente scurendo. La voce del giornalista parlava di guerra. Una città bombardata, un porto distrutto, gente in fuga, bambini estratti dalle macerie. Poi altre cifre, altri nomi, altre dichiarazioni solenni. Le parole cambiavano, i luoghi pure, ma il racconto sembrava sempre lo stesso.
Abbassò il volume.
Non gli importava più sapere dove fosse cominciata quella guerra, chi avesse sparato per primo o quale ragione venisse invocata per giustificare l’ennesima carneficina. Non perché le ragioni non contassero, ma perché aveva imparato che, quando le bombe cominciano a cadere, le spiegazioni arrivano sempre prima del silenzio, e quasi mai riescono a riempirlo. La guerra, pensò, non aveva bisogno di presentazioni. Cambiava nome, indossava uniformi diverse, sventolava bandiere nuove. Ma era sempre lei. Come certi vecchi pirati che si rasano la barba, cambiano nave e si mettono una giacca pulita, convinti che nessuno li riconoscerà.
Lui la guerra l’aveva vista.
Non soltanto nei cinegiornali sgranati della sua infanzia, né nelle fotografie ingiallite che ogni tanto riaffioravano dai cassetti. L’aveva incontrata davvero, in un lontano Paese affacciato sul Mediterraneo, uno dei tanti che la sua nave aveva toccato durante gli anni della navigazione. Non ricordava più con precisione quanto fosse durato lo scalo. Ricordava invece l’odore. La guerra ha un odore particolare. Non è soltanto quello acre della polvere da sparo, né quello del fumo che si attacca ai vestiti e sembra impossibile da lavare. È un miscuglio di calcinacci, legno bruciato, acqua stagnante e paura. Un odore che si infila nelle narici e rimane lì, anche quando il vento cambia e il mare torna a profumare di sale.
La sua nave era entrata in porto all’alba. Da lontano, la città sembrava quasi intatta. Le case si stringevano attorno alla baia, le cupole riflettevano la prima luce del giorno e qualche barca da pesca ondeggiava vicino alla banchina. Bastava avvicinarsi, però, perché quella cartolina si rompesse come vetro. C’erano finestre senza vetri, facciate aperte come scatole, muri tagliati a metà che mostravano stanze nelle quali qualcuno aveva vissuto fino a pochi giorni prima. Una sedia era rimasta accanto a una parete annerita. Su un balcone pendeva ancora una tenda, agitata dal vento, ostinata come una bandiera di resa che nessuno si era preso la briga di ammainare.
Era sceso a terra con un altro marinaio. Avevano camminato lungo una strada che portava verso il vecchio mercato. Le bancarelle erano vuote, le serrande piegate, e sotto un portico un uomo cercava di rimettere insieme alcune cassette di legno. Lo faceva lentamente, senza guardare nessuno, come se riordinare quei pochi resti fosse l’unico modo per convincersi che la vita potesse ancora ripartire.
Fu allora che il Capitano vide la scarpetta.
Era rossa. Piccola, di cuoio, con una fibbia sul lato e la suola sporca di polvere. Giaceva vicino a un cumulo di mattoni, poco distante da una porta divelta. Non c’era nessuno intorno a cercarla.
Si fermò.
Non seppe mai a chi fosse appartenuta. Non seppe se il bambino che l’aveva indossata fosse riuscito a fuggire, se qualcuno lo avesse portato in salvo o se quella scarpetta fosse rimasta l’unica traccia di una vita che fino al giorno prima correva per quelle strade. Ricordava di essersi chinato, senza toccarla. Aveva guardato quel piccolo oggetto per un tempo che gli era sembrato lunghissimo. Intorno, il mondo continuava a muoversi: un camion passava in fondo alla strada, qualcuno chiamava un nome, un cane rovistava tra i detriti. Eppure lui vedeva soltanto quella scarpetta.
La guerra, fino a quel momento, era stata una parola. Una parola pronunciata dagli adulti, stampata sui giornali, ripetuta nelle conversazioni degli uomini che discutevano di confini e strategie. In quel vicolo, invece, aveva finalmente un colore.
Rosso.
Non il rosso delle bandiere, delle medaglie o dei nastri appuntati sul petto per celebrare una vittoria. Era il rosso di una cosa appartenuta a qualcuno, di una piccola vita che aveva avuto un nome, una casa, forse una madre che quella sera avrebbe aspettato invano il rumore dei suoi passi.
Il Capitano non aveva mai dimenticato quel colore.
Negli anni successivi aveva visto altri porti feriti, altre città ridotte a scheletri, altri uomini seduti davanti a case che non esistevano più. Aveva incontrato profughi che salivano sulle navi con una valigia e lo sguardo di chi aveva lasciato tutto alle spalle, anche quando dietro di sé non rimaneva più nulla da salvare. Aveva visto madri stringere i figli come se le braccia potessero diventare muri. Aveva visto uomini anziani voltarsi continuamente verso la costa, incapaci di accettare che la propria casa fosse ormai soltanto una linea lontana sull’orizzonte.
E aveva visto anche chi, al sicuro, parlava della guerra con la tranquillità di chi commenta il tempo. Gente capace di discutere per ore su chi dovesse vincere, quale territorio fosse strategico, quanti uomini fossero necessari per conquistare una posizione. Il Capitano li ascoltava e si domandava se avessero mai sentito l’odore di una strada bombardata, o se avessero mai raccolto da terra un oggetto appartenuto a qualcuno che non sarebbe tornato.
La radio, intanto, continuava a parlare.
Tornò al presente quando sentì la parola «vittoria». Il giornalista la pronunciò con tono grave, riferendo le dichiarazioni di un uomo che prometteva di non arretrare.
Spense l’apparecchio. «Vittoria», ripeté piano.
Aveva sempre trovato strano quel vocabolo. In mare, quando riportavi la nave in porto con tutti gli uomini a bordo, nessuno parlava di vittoria. Si diceva che era andata bene, che il tempo aveva concesso una tregua, che tutti avevano fatto il proprio dovere. La vittoria, semmai, era tornare a casa e trovare qualcuno ad aspettarti.
In guerra, invece, sembrava che si potesse vincere anche perdendo tutto. Una città distrutta poteva diventare una conquista, un cimitero poteva essere chiamato prezzo necessario, un bambino morto poteva finire in una cifra pronunciata durante una conferenza stampa.
Il Capitano si alzò e salì sul ponte.
Il vento era cambiato. L’acqua si muoveva appena, con piccole increspature che riflettevano le ultime luci del giorno. Lontano, una nave passava all’imboccatura del porto. Non si distingueva la bandiera, e non c’era modo di sapere da dove venisse o dove fosse diretta.
Appoggiò le mani alla murata.
Pensò che il mare avesse assistito a tutte le guerre degli uomini senza imparare nulla da loro. Aveva portato navi cariche di soldati, trasportato armi, accolto relitti e restituito corpi. Aveva visto flotte partire in nome della gloria e tornare con meno uomini di quanti ne fossero saliti a bordo. Eppure, ogni mattina, continuava a bagnare le coste dei vincitori e dei vinti con la stessa acqua. Forse era questa la sua lezione più semplice, e anche la più difficile da accettare: il mare non distingue chi ha ragione da chi ha torto. Ma gli uomini, proprio perché possono distinguere, dovrebbero pensarci due volte prima di trasformare una ragione in una condanna.
Il Capitano restò ancora un po’ sul ponte, finché il buio non inghiottì la costa.
Poi tornò nella cabina, prese la tazza e la sciacquò nel piccolo lavello. Prima di coricarsi, aprì il cassetto dove conservava alcune fotografie, vecchi documenti di navigazione e un pugno di ricordi che non mostrava mai a nessuno.
Non c’era la fotografia della scarpetta rossa. Non ne aveva mai scattata una.
Non ne aveva avuto bisogno. La portava dentro, intatta, da tutti quegli anni.
E ogni volta che la radio annunciava una nuova guerra, in un nuovo Paese, con nuove bandiere e vecchie giustificazioni, il Capitano non aveva bisogno di chiedersi che colore avesse.
Lo sapeva già. Era sempre lo stesso.
Rosso, come quella scarpetta rimasta sola tra le macerie. Rosso come una ferita che il tempo non riesce a chiudere. Rosso come il prezzo che gli uomini continuano a far pagare a chi non ha mai dichiarato guerra a nessuno.
Spense la luce. Fuori, il mare continuò a respirare nel buio.
E da qualche parte, in una casa lontana, una madre stava ancora aspettando che qualcuno tornasse a rimettere una piccola scarpetta accanto alla porta.
Antonello Rivano – Inedita -©Tutti i diritti riservati
L’Angolo dei lettori

Questione di tempo
Passava e ripassava sotto la finestra chiusa.
Domani glielo dico, pensava.
E intanto passava e ripassava sotto la finestra chiusa.
Domani le dirò che l’amo, si ripeteva.
E passava e ripassava sotto la finestra chiusa.
E passando e passando, aspettando e aspettando, un giorno si fermò.
La finestra era aperta.
Lei si era sposata con uno che aveva suonato il campanello.
Lui, invece, passando e ripassando, era passato di moda.
Nicolò Serra – Inedito – ©Tutti i diritti riservati
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