Lucia Sforza: “Scacco Matto è il ritratto di un’Italia che spinge a scegliere tra sopravvivenza e identità”
La giovane scrittrice racconta le crepe di una generazione tra riscatto, disillusione e il confine sottile tra vittime e carnefici
Di Stefano Pignataro
Nuovo titolo della giornalista e scrittrice Lucia Sforza, classe 2003, “Scacco Matto – Quello che l’Italia ci spinge a fare” (Elsa Major) si presenta come un insieme di generi che sarà in grado di appassionare il lettore non solo per il dipanarsi della trama ma anche per la meticolosità della contestualizzazione dell’ambiente esistenziale in cui si svolge la vicenda. Attraverso le disavventure delle protagoniste Nina e Carola, l’autrice racconta e contribuisce a smascherare le contraddizioni dell’Italia tra sogni disillusi e dignità violata in un rapporto tutto da scoprire tra vittime e carnefici.
– Il suo romanzo è stato definito più di un noir, una sintesi tra thriller e romanzo sociale. Un romanzo che nasce dalle sue esperienze di studio ma anche dalle diverse e variegate occasioni di studio con interviste centrate sul mondo giovanile. Prima di addentrarci nella trama del volume, con quale metodo scientifico ha affrontato la stesura del romanzo mettendo insieme le diverse esperienze raccolte e quale filo comune ha riscontrato in esse?
Per scrivere Scacco Matto, ho adottato un approccio che potrei definire “criminologico narrativo”. Non ho mai voluto raccontare una storia fine a se stessa, ma piuttosto restituire una fotografia fedele – seppur romanzata – di un mondo che studio da anni. Ho intervistato decine di giovani, sia in contesti formali che informali, per capire quali fossero le crepe reali nel loro rapporto con la libertà, il desiderio, il fallimento e la sopravvivenza. Il filo comune che ho riscontrato è il bisogno disperato di riscatto. Non parlo solo di riscatto economico, ma soprattutto emotivo: il desiderio di sentirsi visti, desiderati, importanti in una società che spesso ignora chi non urla o non appartiene ai giusti ambienti.
– Il romanzo traccia la via infernale della perdizione del vizio e della criminalità legata a uno sfruttamento che fa leva sulla diretta necessità di molte giovani costrette a un guadagno facile per via di molte porte chiuse a cui avevano bussato con dignità per trovare la propria strada. Giovani manipolate, sfruttate ed illuse. Quale elemento, esistenziale, psicologico è ricorrente nelle tragiche esistenze?
Il tratto più ricorrente è la disillusione. Tutti i personaggi che ho costruito portano sulle spalle un ideale andato in frantumi. Le ragazze del romanzo non sognano la ricchezza sfrenata, sognano la normalità. Ma ogni porta chiusa le spinge verso un bivio pericoloso: adattarsi o scomparire. E in questa scelta, si annida la trappola. Il vuoto esistenziale che le accompagna è il risultato di una continua manipolazione, perpetrata spesso da chi dovrebbe proteggerle: famiglia, educatori, partner.
– L’apertura e il facile avvicinamento alle piattaforme digitali di molte giovani ha portato a discussioni sul rapporto tra sessualità, mercificazione del corpo, identità personale, guadagno facile. Si potrebbe parlare anche di una diversa concezione di “morale” che negli anni ha visto svuotato il suo significato originale? A lungo andare, secondo Lei, alla luce anche della sua esperienza romanzesca che l’ha portata a delineare anche diverse personalità delle sue protagoniste, le vittime subiscono un’esposizione emotiva e sociale che diventa non sopportabile?
Sessualità, morale e mercificazione; la morale oggi è diventata un concetto liquido, personalizzabile. Questo è un bene e un male. Le piattaforme digitali offrono visibilità e “potere”, ma questo potere è illusorio e spesso autodistruttivo. I giovani iniziano a raccontarsi sui social perché pensano di avere controllo, ma in realtà stanno offrendo pezzi della loro identità in cambio di briciole di approvazione. La loro esposizione emotiva diventa insostenibile perché non è mai mediata, non c’è un filtro, nessuno insegna loro a proteggersi. Questo porta a una frattura tra corpo e psiche, tra immagine e sostanza, fino all’annientamento.
– Le protagoniste del suo libro cadono nel vortice del vizio loro malgrado, subendo lo sfruttamento: Lei fa una differenziazione tra una prostituzione da strada e quella di lusso in cui attenzione, potere, manipolazione per riscattare un senso di inadeguatezza per chi ne è vittima fa sì che si cada vittima soprattutto di relazioni estreme e tossiche. Nel suo romanzo, questo elemento è presente? E se sì, che tipo di narrazione e come cambia lo sguardo delle protagoniste alla società? Da coloro che giudicano o giudicavano (forse) un ambiente da lontano ad esserne dentro e giudicate.
Sì, nel romanzo è presente la differenziazione tra prostituzione da strada e quella “di lusso”. Ma più che una questione estetica, è una questione di potere. La prostituzione è uno strumento che le protagoniste inizialmente credono di poter maneggiare, per riscattare il proprio senso di inadeguatezza. Ma ben presto si accorgono che è lo stesso meccanismo a maneggiare loro. Il passaggio più interessante è proprio lo sguardo: da spettatrici moraliste a protagoniste giudicate. Questa inversione crea un punto di rottura e, a volte, di consapevolezza.
– Lei ha citato Cesare Lombroso che sosteneva l’incapacità delle donne di delinquere, che veniva effettuato solo per assomigliare a un uomo, e che la differenza tra prostituzione di strada e di élite è nulla se si analizza lo stesso trauma mentale che esse subiscono. Quanto è stato necessario lo studio della criminologia nella stesura del romanzo? E, in particolare, quale branca e quale linea di analisi per delineare la psicologia delle protagoniste e dell’ambiente a loro circostante?
Lo studio della criminologia è stato fondamentale. Ho scelto un approccio integrato tra criminologia clinica e psicologia criminale, per comprendere i moventi dietro i comportamenti autodistruttivi e criminali. La citazione di Lombroso è volutamente provocatoria: oggi sappiamo che la delinquenza femminile esiste eccome, ma spesso si manifesta in forme più subdole, più psicologiche, meno eclatanti ma non meno distruttive. Le mie protagoniste non sono vittime passive, ma neanche carnefici. Sono donne in transizione identitaria, in cerca di un punto di ancoraggio.
– Le protagoniste, Nina e Carola, nel corso della vicenda, perdono il controllo con la propria realtà emotiva e i propri confini personali o riescono a mantenere la loro identità così vessata? In dinamiche profondamente sbilanciate, in cui l’interesse dell’altro è condizionato dal denaro e dall’erotizzazione dell’interazione e dell’approvazione, che linea vi è tra dipendenza affettiva vuota di sentimento e decostruzione dell’identità? Fenomeno del grooming (l’adescamento online tramite manipolazione psicologica).
Nina e Carola perdono il contatto con la propria identità, ma non completamente. Riescono a mantenere un nocciolo duro che le salva, o le condanna, a seconda dei casi. Il grooming nel romanzo non è solo un atto, ma un clima emotivo costante: lusinghe, attenzioni, manipolazioni affettive e promesse di riscatto diventano strumenti di controllo. Lì dove manca l’autostima, l’altro diventa uno specchio deformante. E la dipendenza affettiva, privata di sentimento autentico, diventa una prigione silenziosa.
– Che ruolo giocano i personaggi comprimari ovvero Emanuele e la detective Rinaldi?
Emanuele è l’ambiguità, la tentazione. Rinaldi è la coscienza. Due figure complementari, due modi di leggere la realtà: chi la seduce e chi la smaschera. Nessuno dei due è buono o cattivo. Sono strumenti narrativi che servono a far emergere le contraddizioni interiori delle protagoniste. La detective Rinaldi, in particolare, incarna la razionalità che si scontra con un mondo emotivamente corrotto.
– Quali sono stati i Suoi modelli letterari per la scrittura del romanzo?
Arthur Conan Doyle, senza dubbio. Ma anche Patricia Highsmith e Gillian Flynn. Mi affascinano gli autori capaci di rendere il male ordinario, quotidiano, silenzioso. La mente è il vero luogo del crimine. E io volevo scrivere un giallo in cui il delitto più grande fosse la perdita di sé, non solo di una vita.
Stefano Pignataro

