Il valore dell’oro: da Smith ai giorni nostri
Tra economia, storia e mercati un viaggio nel fascino eterno di un bene raro
di Massimo Bramante
Adam Smith (1723-1790) è universalmente riconosciuto come uno dei padri fondatori della Scienza economica moderna. La sua monumentale opera “Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), tra i tanti meriti, ha quello di aver chiarito – se così si può dire – come l’ambiguo termine valore racchiuda due significati diversi: “Talvolta significa l’utilità di un particolare oggetto (valor d’uso), tal’altra indica la facoltà di tale oggetto di acquisire altre merci (valore di scambio)”. Per cui – aggiunge Smith – circolano sul mercato cose che hanno un gran valore d’uso ma scarso valore di scambio (fa anche un illuminante esempio: l’acqua), altre che hanno pressoché alcun valore d’uso ma grandissimo valore di scambio (ad esempio i diamanti).
Vi è però un bene – dimostreranno studi e realtà economica successivi – che racchiude di fatto in sé le due tipologie di valore: l’oro. L’oro ha infatti un suo valore d’uso, in quanto bene scarso che viene da secoli e secoli utilizzato per fini artigianali, ma racchiude in sé anche un fondamentale valore di scambio, in quanto viene da secoli e secoli accettato universalmente negli scambi commerciali. In più – a segnalarcelo l’economista Donato Masciandaro (Il Sole 24 Ore, 2 marzo 2024) – l’oro ha due ulteriori proprietà di grande rilievo: ha un valore relativo in termini di potere di acquisto di altri beni ed ha un valore in campo informativo, nel senso che non diffonde informazioni su chi lo possiede, essendo anonimo (non come le azioni, le obbligazioni, i conti correnti bancari, fonti di informazioni sul possessore). Il prof. Masciandaro precisa inoltre: “Il valore dell’oro non sarà mai zero perché, male che vada, ha un suo valore d’uso per gioielleria o altro”.
Ecco la ragione per cui l’oro viene considerato da sempre (e giustamente), tanto da fini esperti di finanza quanto dalla sempre citata casalinga di Voghera, il “bene rifugio” per eccellenza.
Ecco anche perché l’oro è oggetto oggi di incalzanti domande rivolte da preoccupati risparmiatori/investitori a giornali e social media vari, sull’utilità o meno di “tenere in cassaforte” una certa quantità di oro, sotto forma di lingotti, monete o gioielli di famiglia ereditati. Rifugiarsi nell’oro, appunto.
Avveduti esperti in ambito finanziario avvertono che vi sono però altri “modi”, leggermente più raffinati, per investire nel giallo e prezioso metallo: acquistare azioni di società (o fondi di investimento) che si occupano di estrazione aurifera, oppure investire tramite ETC (exchange traded commodity) con sottostante appunto in oro fisico.
Avveduti conoscitori di geopolitica, finanza, storia economica – a loro volta – segnalano che l’oro rappresenta “un porto sicuro” dei risparmi soprattutto in tempi di inflazione galoppante, turbolenze politiche ed economiche, conflitti, incertezze valutarie, pandemie. Non a caso l’oro ha registrato massimi storici proprio quando sono scoppiati i terribili conflitti Russia-Ucraina, la guerra Israele-USA-Iran (+1,77% in un solo giorno), quando il dollaro ha iniziato a deprezzarsi sui mercati internazionali rispetto ad altre valute (euro compreso), quando le Banche Centrali (in Europa, Cina, India) hanno massicciamente acquistato il prezioso metallo per accantonare riserve di valore, quando i tassi di interesse si sono abbassati, riducendo quindi il costo del denaro.
Assistiamo così oggi a un fenomeno, forse non imprevedibile ma certo dai contorni ancora confusi: cala la fiducia nelle monete-simbolo delle economie sviluppate (dollaro, euro ma anche yuan cinese); soprattutto cala la fiducia della finanza e degli investitori internazionali nel dollaro inteso come bene rifugio. Le cause: il crescente e preoccupante debito pubblico statunitense, cui si affianca il timore internazionale per gli anacronistici dazi trumpiani e il perdurare di devastanti conflitti. Cresce il valore del bene rifugio oro (giunto in questi giorni sulla soglia, imprevedibile, dei cento euro al grammo).
Il piccolo risparmiatore ha certo il diritto di chiedersi: lingotti, monete, gioielleria? Titoli di Stato, azioni, obbligazioni, immobili, fondi di investimento o ETC con sottostante in oro? Le opinioni degli esperti finanziari sono ovviamente divergenti… Tuttavia con alcune certezze (anche se in finanza le “certezze”, come noto, non esistono!): quando non spirano venti di guerra meglio gioielleria, se si temono al contrario conflitti e/o possibili pandemie meglio lingotti (che variano da 50 grammi a 1 chilo). Ma soprattutto – e su questo punto vi è unanimità di consensi – per ridurre la rischiosità e la cosiddetta volatilità nel proprio portafoglio e in un’ottica di bene rifugio – come ha scritto Marzia Redaelli – “inserire un po’ di oro in portafoglio è come mettergli intorno la gommapiuma: non evita le cadute ma ammortizza i colpi” (Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2020). Tenendo sempre presente che l’oro può essere inserito in portafoglio dal piccolo risparmiatore sempre in un’ottica di lungo e non di breve periodo.
Ritornando a Smith e a un’altra sua mirabile opera, “The Theory of Moral Sentiments” (1759), l’economista e filosofo scozzese ammetteva candidamente che, purtroppo, “solo i ricchi possono scegliere dall’insieme dei prodotti in commercio ciò che vi è di più delizioso e raro…”. Per coloro i quali oggi vogliono, al contrario dei ricchi, vendere gli ori, le monete, i gioielli di famiglia ai molti “compra oro” in attività, e non acquistare, valgono alcune regole di buon senso: informarsi accuratamente sulle quotazioni del giorno, pesare su bilancia digitale prima di vendere, diffidare da chi non chiede alcun documento nella compravendita e, non da ultimo, fare attenzione se l’oro che si intende cedere è a 18 carati (impuro, composto dal 75% di oro e dal 25% da altre leghe) o oro puro, a 24 carati, che presenta, quest’ultimo, ovviamente, quotazioni superiori. Il buon senso, sia per chi acquista oro sia per chi lo vende, non può non essere alla base di ogni negoziazione del prezioso metallo.
Massimo Bramante
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