Mar. Mag 26th, 2026

Io capitano – Il viaggio che ci riguarda

Dal Leone d’Argento a Venezia alla candidatura agli Oscar: il film di Matteo Garrone trasforma l’odissea dei migranti in un racconto universale di speranza e dolore

Riflessi di Cinema: Il Cinema che riflette cultura e società

Riflessi di Cinema esplora i film italiani che hanno lasciato il segno, oltrepassando la prima visione. Un viaggio tra opere di qualità, con risvolti sociali e culturali, premiate e apprezzate dalla critica. Ogni pellicola è un riflesso della nostra società, da riscoprire con uno sguardo attento e curioso


IO CAPITANO

di Antonello Rivano

Il cinema di Matteo Garrone ha sempre cercato di raccontare le zone d’ombra della realtà, spingendosi laddove la narrazione collettiva tende a distogliere lo sguardo. Da Gomorra (2008) a Reality (2012), fino a Il racconto dei racconti (2015) e Pinocchio (2019), il regista romano ha saputo alternare cronaca e fiaba, realismo e immaginazione, mantenendo costante l’attenzione per i margini, per le esistenze sommerse, per il rapporto tra sogno e crudezza del reale.

Io capitano (2023) si inserisce in questa traiettoria come un’opera necessaria. Presentato in concorso alla 80ª Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ottenuto il Leone d’Argento per la miglior regia, il film porta sul grande schermo una delle grandi questioni del nostro tempo: il fenomeno migratorio. Lo fa scegliendo un punto di vista inedito nel panorama cinematografico italiano – quello dei migranti stessi – restituendo dignità narrativa e visiva a chi troppo spesso resta intrappolato nei numeri delle statistiche.

La vicenda segue Seydou e Moussa, due adolescenti di Dakar, nel loro sogno ingenuo di raggiungere l’Europa. Il viaggio, che dovrebbe condurre alla promessa di un futuro, si trasforma in un’odissea segnata da deserti, violenze e mari ostili. Garrone mette in scena una geografia dell’attesa e del dolore, in cui la bellezza dei paesaggi contrasta con la disumanità delle esperienze vissute.

La regia si distingue per la sua sobrietà: piani lunghi, inquadrature ampie, uso sapiente del silenzio. Non c’è compiacimento né pietismo, ma uno sguardo che accompagna i protagonisti senza mai sovrastarli. La fotografia di Paolo Carnera alterna i colori caldi e accecanti del deserto alla notte cupa dei centri di detenzione, fino all’azzurro abissale del Mediterraneo, che diventa insieme promessa e minaccia.

Fondamentale la scelta degli interpreti. Seydou Sarr, giovane esordiente senegalese, ha vinto a Venezia il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente, grazie a una performance di straordinaria autenticità: il suo volto incarna l’innocenza violata e la resilienza necessaria. Accanto a lui, Moustapha Fall conferisce al personaggio di Moussa un’ironia fragile, che alleggerisce e al contempo intensifica la drammaticità della vicenda.

Il film ha raccolto numerosi riconoscimenti: oltre ai premi veneziani, è stato selezionato come rappresentante italiano agli Oscar 2024 nella categoria Miglior Film Internazionale, entrando nella cinquina finale. Ha ottenuto quattro David di Donatello (miglior regia, miglior produttore, miglior montaggio, miglior suono) e il Premio del Pubblico LUX del Parlamento Europeo, a conferma della sua capacità di parlare non solo all’Italia ma all’Europa intera.

In un panorama cinematografico che negli ultimi anni ha affrontato il tema delle migrazioni soprattutto attraverso il documentario (Fuocoammare di Gianfranco Rosi, Orso d’Oro a Berlino nel 2016), Io capitano si distingue per la scelta del racconto in forma di fiaba realista. Garrone costruisce una moderna epopea che rimanda tanto all’Odissea quanto al Pinocchio che aveva già portato sullo schermo: un ragazzo che lascia la propria casa alla ricerca di un altrove, attraversando prove e inganni, per scoprire infine la durezza del mondo adulto.

Il riflesso che il film ci consegna è scomodo: non ci permette di restare spettatori neutrali. L’odissea di Seydou e Moussa interroga le nostre responsabilità di cittadini europei, mettendo in discussione l’idea stessa di confine e di accoglienza. Non c’è lieto fine, non c’è catarsi. Ma c’è la consapevolezza che il cinema può ancora essere un atto politico, capace di illuminare con poesia e verità le pieghe più dolorose del nostro presente.

In questo specchio duro e necessario, Io capitano ci mostra che il viaggio non appartiene solo a chi parte: riguarda anche chi resta, chi osserva, chi sceglie – o non sceglie – di vedere.

Antonello Rivano

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