Gio. Apr 16th, 2026

2025, il racconto di un anno con Polis

Territori, lavoro, diritti, cultura e società: un bilancio dei temi affrontati e delle prospettive aperte nel corso dell’anno

Cari lettori,
il 2025 non è stato un anno da archiviare con un elenco di titoli. Per come lo abbiamo attraversato con Polis, è stato piuttosto un esercizio di permanenza: restare dentro le cose, anche quando erano scomode, laterali, poco visibili.

Abbiamo scritto di territori che chiedono ascolto prima ancora che soluzioni.
Di isole e periferie, di comunità che si mobilitano, di eventi culturali che non sono soltanto cartelloni ma pretesti per interrogarsi su identità, memoria, futuro. Abbiamo raccontato feste e conflitti, tradizioni e fratture, provando a tenere insieme il dato e il contesto, il fatto e ciò che lo circonda.

E abbiamo preso a raccontare le periferie non come margini da compatire, ma come luoghi complessi da comprendere. Periferie urbane e periferie sociali, spazi fisici e confini invisibili, accomunati dalla stessa distanza dallo sguardo dominante. Luoghi spesso raccontati solo per ciò che manca, e che invece abbiamo provato a osservare per ciò che resiste, per le energie che vi si accumulano, per le storie che chiedono voce. Perché le periferie non sono soltanto punti di arrivo: sono anche spazi da cui partire e ripartire, laboratori fragili ma vitali di futuro possibile.

Abbiamo trattato anche temi delicati come il mondo del lavoro, la violenza sulle donne, le dipendenze, vecchie e nuove, e la guerra, non come fatti di cronaca da elencare, ma come fenomeni da comprendere e raccontare nelle loro conseguenze sociali e culturali. Abbiamo provato a mostrare le connessioni, le dinamiche che li generano, le implicazioni sulle persone e sulle comunità, restituendo uno sguardo più profondo e critico rispetto al semplice resoconto degli eventi.

In un tempo che spinge alla semplificazione, la scrittura è stata per noi un atto di resistenza gentile.
Non per alzare la voce, ma per non abbassarla troppo. Non per inseguire l’urgenza, ma per dare dignità alla complessità.

Le rubriche sono diventate veri e propri luoghi di attraversamento.
In punta di penna ha continuato a essere uno spazio di riflessione civile, dove l’attualità incontra lo sguardo critico e la parola si prende il tempo di pensare.
TV e dintorni ha interrogato i linguaggi che ci abitano, provando a smontare narrazioni, mode e automatismi del racconto mediatico.

Con Oltre gli ostacoli abbiamo scelto di spostare il fuoco: non sulle barriere, ma sulle persone. Storie di chi ha trasformato limiti fisici e sociali in occasioni di riscatto, senza retorica eroica, ma con la forza concreta dell’esperienza. Racconti che ricordano come l’inclusione non sia un favore, ma una responsabilità collettiva.

A libro aperto ha seguito il battito della letteratura viva: presentazioni, festival, libri e autori come strumenti di dialogo, non come oggetti da vetrina. Perché i libri, quando vengono raccontati davvero, continuano a essere luoghi di incontro e di conflitto, non semplici prodotti culturali.

Ampio spazio è stato dedicato agli eventi culturali e sociali, osservati non solo per ciò che mostrano, ma per ciò che attivano: comunità temporanee, visioni condivise, domande che restano anche quando il sipario si chiude.

Abbiamo seguito anche i premi culturali, quelli storici e già consolidati a livello nazionale e internazionale, così come iniziative più piccole, locali, meno conosciute ma ricche di valore. Non ci siamo limitati a elencare vincitori o titoli: abbiamo cercato di raccontare le storie dietro i premi, gli autori emergenti, i dialetti, le lingue e i percorsi creativi che parlano di identità e radici. In questo modo, ogni premio diventava un’occasione per mettere in luce talenti e iniziative, dimostrando come la cultura possa essere non solo testimonianza, ma ponte tra comunità, memoria e futuro.

Attraverso le nostre rubriche tematiche, abbiamo raccontato anche di cinema, quello che esplora e lascia traccia, che non si limita a intrattenere ma prova a interrogare il mondo, le emozioni, le storie collettive. Abbiamo seguito la tecnologia e il suo impatto sulla società, dai cambiamenti nella comunicazione alle nuove frontiere del lavoro e della vita quotidiana, senza dimenticare le implicazioni etiche e culturali. E ancora, scienza e tecnica sono state osservate come strumenti per comprendere e trasformare il presente, capaci di aprire finestre sulle possibilità future, ma anche di sollevare interrogativi critici sui limiti e le responsabilità di chi le abita.

E poi ci sono state le interviste impossibili: esercizi di immaginazione critica, dialoghi con figure che appartengono ad altri tempi o ad altri piani della realtà. Non giochi stilistici, ma strumenti per dire l’oggi attraverso il paradosso, la memoria, l’assenza. Un modo diverso per fare domande quando quelle consuete non bastano più.

Non tutto è stato detto.
E va bene così.

Perché ciò che vorremmo fare — nel 2026 e oltre — non è “scrivere di più”, ma scrivere meglio:
continuare a raccontare le periferie senza trasformarle in cliché,
seguire la cultura quando non fa rumore,
dare spazio alle fragilità senza spettacolarizzarle,
ascoltare i territori prima di interpretarli.

Vorremmo che Polis restasse questo:
un luogo dove la parola non serve a riempire, ma a orientare;
dove l’informazione non corre, ma cammina;
dove scrivere è ancora un modo per prendersi cura.

Il 2025 è stato un anno di ascolto, di domande, di storie raccontate con attenzione e responsabilità.
Il 2026 si apre come uno spazio da attraversare insieme, con lo stesso impegno nel leggere la realtà, nei suoi nodi e nelle sue possibilità.

A chi ci ha seguito, a chi ci ha letto con spirito critico, a chi ha condiviso idee, territori e visioni: grazie.
Continueremo a raccontare società, cultura e diritti con uno sguardo attento, libero e consapevole.

Buon 2026 da Polis SA Magazine.

La Redazione

image_printDownload in PDF