Le sex worker uccise non fanno rumore
Il femminismo selettivo davanti ai femminicidi invisibili
di Lucia Sforza
Ci sono donne che, quando vengono uccise, diventano simboli nazionali. Volti ovunque, hashtag, cortei, dibattiti televisivi, politici indignati e pagine intere dedicate alla loro storia.
E poi ci sono le altre.
Quelle senza la narrazione “giusta”. Quelle che non vengono raccontate come figlie, studentesse, fidanzate o madri. Quelle che per i titoli dei giornali diventano semplicemente “prostitute trovate morte”, “escort assassinate”, “sex worker uccise”. Senza volto. Senza dignità. Senza identità.
Ed è qui che il dibattito sul patriarcato mostra tutta la sua incoerenza.
Perché se davvero il problema è la violenza maschile contro le donne, allora bisogna avere il coraggio di dirlo sempre. Anche quando le vittime sono donne considerate “scomode”, marginali, moralmente giudicate o socialmente sacrificabili.
Negli ultimi anni decine e decine di sex worker — italiane e straniere — sono state massacrate nel silenzio quasi generale. Un fenomeno enorme e spesso ignorato anche dal dibattito femminista mainstream. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica About Gender, in Italia circa 500 donne coinvolte nella prostituzione sono state uccise tra il 1988 e il 2018.
Cinquecento.
Eppure dov’è stata l’indignazione collettiva?
Dov’erano le prime serate televisive, le manifestazioni oceaniche, le campagne continue sui social?
La verità è che esistono vittime considerate più “degne” di empatia rispetto ad altre. E questo è un problema enorme. Perché una donna non perde il diritto alla propria umanità solo perché vende il proprio corpo, perché è migrante, perché vive ai margini o perché la società la considera moralmente inferiore.
Il caso recente di Sara Tkacz e Lyuba Hlyva ha mostrato perfettamente questa dinamica: due donne uccise brutalmente e raccontate quasi esclusivamente attraverso la loro professione. Non persone. Non storie. Non vite. Solo “prostitute”.
Ed è impossibile non vedere la contraddizione.
Da anni si ripete che i femminicidi siano il prodotto di una cultura patriarcale che considera la donna un possesso. Bene. Allora perché quando la vittima è una sex worker il discorso cambia? Perché improvvisamente tutto diventa più freddo, distante, quasi burocratico?
Forse perché una parte della società continua inconsciamente a dividere le donne in categorie: quelle da proteggere e quelle da giudicare.
E questo sì, che è profondamente patriarcale.
Ma c’è anche un altro punto che molti evitano accuratamente di affrontare: ridurre ogni singolo femminicidio alla parola “patriarcato” rischia di diventare una scorciatoia ideologica che semplifica fenomeni spesso molto più complessi. Violenza, degrado sociale, disturbi psichiatrici, tratta, criminalità, dipendenze, marginalità estrema: tutto viene inglobato in una sola etichetta politica.
E così il dibattito smette di cercare soluzioni reali e diventa soltanto uno scontro di slogan.
Persino sul tema esistono visioni molto diverse: c’è chi considera il patriarcato la radice culturale centrale della violenza contro le donne e chi invece ritiene che il fenomeno abbia cause più frammentate, legate anche a fragilità individuali, aggressività patologica e crisi relazionali contemporanee.
Ma una cosa è certa: ignorare le sex worker assassinate perché “fanno meno notizia” è una forma di disumanizzazione terribile.
Perché una società si vede soprattutto da come tratta le persone che considera meno importanti.
E oggi, troppe donne uccise continuano a morire due volte: la prima per mano dei loro assassini, la seconda nell’indifferenza generale.
[Immagine di copertina elaborata da AntoRiva con il supporto dell’intelligenza artificiale per © Polis SA Magazine]
Lucia Sforza
Lucia Sforza è giornalista pubblicista e scrittrice di romanzi gialli a sfondo psicologico e politico. Laureata in Scienze dei Servizi Giuridici con indirizzo in Scienze delle Investigazioni e della Sicurezza presso l’Università “Luigi Vanvitelli”, ha approfondito criminologia, diritto penale e psicologia criminale. Collabora con testate di cronaca nera e politica, occupandosi di inchieste, interviste e copertura di eventi, con particolare attenzione all’analisi delle dinamiche investigative e giudiziarie. È autrice dei romanzi Scusate la follia e Scacco Matto – quello che l’Italia ci spinge a fare, nei quali unisce ricerca criminologica e costruzione narrativa complessa. Il suo lavoro coniuga approccio giornalistico e studio dei comportamenti criminali, con un focus costante sulle dinamiche psicologiche e sociali dei fatti di cronaca.

